KIM EDWARDS.
.
LA MADRE PERFETTA.
.
Parte 2.
.
Titolo originale: The Sercets of a Fire King. 1997.
Traduzione di: Alba Bariffi.
2009. Garzanti Libri, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
.
Scansione a cura di Giovanni e Maureen Forasacco.
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
...
I segreti di un re del fuoco.
Sete.
Succo di cielo.
Oro.
In giardino.
Storie di topi.
La storia della mia vita.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
I SEGRETI DI UN RE DEL FUOCO.
...
.
...
Jasper, sussurr lei, mentre la luna stagliava la sua ombra
sulla parete della tenda. Odore notturno di tela umida
e un vento scuro che veniva dal fiume. Mi venne l'acquolina
in bocca, immaginai le sue labbra mentre pronunciavano
il mio nome. Sussurr: Jasper! e io le risposi: Arrivo.
Dissi: Aspetta, infilandomi frettolosamente i vestiti. Arrivo.
Strisciai sopra Ogleby l'uomo serpente, che russava
con la bocca spalancata, i grossi piedi a bloccare l'uscita
della tenda. Lei si mosse accanto a me, al di l della parete
di tela eppure insieme a me, a pochi centimetri di distanza.
Poi all'improvviso la sua ombra si raddrizz e scomparve
nel buio. Quando mi ritrovai fuori, lei era scomparsa.
Restai l a guardarmi intorno, fra tende e roulotte di un
bianco spettrale alla luce della luna. Ci eravamo accampati
nella zona fiera accanto al fiume. Tesi l'orecchio oltre il
russare di Ogleby e i fruscii degli animali vicini e le pentole
della roulotte-mensa che si toccavano nella brezza. Tesi l'orecchio
fino al sussurro dell'acqua che lambiva la riva, dell'aria
che si muoveva leggera fra gli alberi. Era tutto tranquillo,
a parte il vento, e cos, quando il predicatore parl con una voce che spezz il silenzio come una frusta, feci un
salto.
Disse: Tu cammini vicino al fuoco, Jasper. Farai meglio a
stare attento.
Serrai i pugni a quelle parole, perch sapevo che la mia
ragazza giovane e disponibile era perduta, sprecate le mie
ore di parole dolci.
Non avranno pi bisogno di luce di lampada, continului, prendendosi gioco della mia cecit notturna, n di luce
di sole.
Lasciami in pace, intimai, girandomi verso la sua voce.
Mi senti?
Oh, ti sento, disse, a voce tanto bassa che per ascoltare
dovetti sforzarmi. Ma la grande domanda : tu senti, Jasper?
Senti ci che dice lo spirito?
Si mosse, uscendo dall'ombra. I raggi di luna fluirono
sulla sua pelle chiara impigliandosi nell'anello, d'oro pesante
con pietre incastonate a sprigionare fuoco, che in
ogni nuova citt lui agitava davanti ai peccatori come un
pezzettino di paradiso, duro e lucente, di valore inestimabile,
quasi impossibile da raggiungere. Il giorno seguente
avrei potuto addirittura vedere la ragazza delle mie parole
dolci che gli ronzava attorno, affascinata e salvata e a me
perduta per sempre. Rimasi immobile, in attesa. Non avevo
intenzione di seguirlo barcollando come uno stupido ma,
come uno stupido, ero abbastanza furioso da ravvivare la
fiamma della lite che per tutti quegli anni era rimasta come
brace fra noi.
Tu mi hai gi salvato una volta, gli ricordai. E una volta  stata sufficiente per la vita, di chiunque.
.
Bestemmiatore, disse lui, la voce ridotta a un sussurro che fluttuava sino a me tra i rumori degli alberi, i mormorii dell'acqua. Brucerai in uno stagno di fuoco. Capii che se n'era andato. E anche lei, ovviamente. Camminai fino alla riva del fiume, lasciandomi alle spalle il gruppo di tende, esprimendo il desiderio che lei apparisse, forte e agile, vestita di luce. Di nuovo il vento frusci tra le foglie e fece tintinnare le pentole, ma quell'uomo le aveva proprio fatto paura, e nonostante i miei auspici lei non torn.
.
Quando si radunarono al fiume, il mattino dopo, lo chiamavano
padre. Padre, mi salver? Si ergeva tra loro
con la veste bianca scomposta dal vento, tra pezzetti di carta
e rifiuti dell'accampamento che passavano tra l'erba altae andavano a finire sull'acqua. Io mi tenni a distanza di sicurezza
-- su un rilievo del terreno, in un folto d'alberi -- mentre chiamava i prescelti, a uno a uno, e li faceva inginocchiare
insieme sulla riva del fiume. Una donna anziana
dall'abito liso, un uomo barbuto con i polsi sporgenti dalle
maniche della giacca. Una ragazzina snella, dagli occhi azzurri
e chiari come il cielo all'orizzonte, trascinata con s dalla madre, una donna dalla vita ingrossata. Solamente
quattro anime, eppure il predicatore si comportava come
se ne avesse radunate cinquanta, compresi politici e uomini
d'affari. Entr in acqua, la veste mossa dalla corrente, tenendo
per mano la donna anziana. Le si leggeva in viso il
disagio man mano che l'acqua fredda le invadeva i vestiti, e
si era a malapena tolta il cappello quando lui la spinse sotto.
Riemerse senza fiato, confusa, con i capelli bianchi sciolti,
penzolanti sulla schiena.
Poi tocc all'uomo con la barba, che si rialz con un ululato
e un grido di vittoria, e poi alla madre, tutta sfumature
di grigio, che afferr entrambe le mani del predicatore e
avanz con cautela passando da un sasso all'altro. La ragazza
rimase per ultima. Il fiume fece un gorgo intorno alle
sue gonne azzurrognole, le sal scuro fino alla vita, si allarg
come una macchia sul corpetto del vestito. Era snella
ma forte e agile come un alberello e teneva le mani alte, le
palme all'ins, rifiutando di essere aiutata mentre si addentrava
nell'acqua fino alla vita. Era riluttante, questo era
chiaro, e quando il predicatore cerc di afferrarla fece un
movimento tanto brusco da scivolare. Allora, lentamente
come una foglia che cade, spar sotto il pelo dell'acqua. Il
predicatore si mosse in un lampo e risal due volte per
prendere fiato, il fiume che gli scendeva a rivoli dai capelli,
dal viso. Il mondo rimase sospeso, in silenzio, mentre i minuti
passavano, e la folla si alz in piedi, muovendosi e
sporgendosi come un grosso animale, certa che la ragazza
fosse sparita. Ma quando il predicatore riemerse un'ultima
volta, teneva il lembo di una gonna fra le dita. La ragazza
era priva di sensi, forse morta, le braccia bianche abbandonate
sulla schiena di lui mentre uscivano dall'acqua.La gente si strinse intorno a loro mentre il predicatore
cominciava a batterle la schiena. Lei aveva il volto pallido e
sporco, i capelli bagnati e scomposti. Io guardavo dall'alto,
sentendo quei colpi sulla mia stessa carne. Mi aveva tirato
fuori da un fiume diverso, anni prima, in altre circostanze,
ma anche allora, come faceva adesso, aveva tempestato la
mia schiena di pugni finch non avevo rigettato acqua fangosa
in quantit sufficiente a riempire una cisterna.
Sia lodato il Signore, aveva detto quel giorno, appoggiandosi
sui talloni. Giovanotto, tu sei un miracolo incarnato,
la risposta a una preghiera.
Io avevo aperto gli occhi sull'improvvisa luminosit del
cielo e mi ero messo a ridere.
Ne sai di cose, gli avevo detto. Mi ero tirato su e mi ero
accoccolato con le ginocchia tra le braccia, perch era solo
tarda primavera e faceva freddo. Avevo appena quattordici
anni, scappato due settimane prima dalla casa della missione.
Laggi di predicatori ne avevo visti fin troppi, e non
mangiavo da dieci giorni. Nella mia situazione non c'era
niente da ridere, n della fame n del mio passato, n del
predicatore seduto accanto ai miei piedi a fare i suoi calcoli,
eppure continuavo a ridere, conficcandomi i polpastrelli
nelle gambe. Dopo un momento sembr che il predicatore
avesse preso una decisione, perch smise di pregare ed
estrasse dal suo bagaglio due gallette secche. Io a mia volta
smisi di ridere e mi raddrizzai, gi con l'acquolina in bocca.
Fame? domand lui.
Io feci cenno di s, ma lui si rigir le gallette in mano.
Prima te le devi guadagnare, disse.
Io lo udii a malapena mentre parlava della fattoria poco
lontana, con cinque polli ruspanti e la moglie del contadino
sola in casa. Lui intendeva presentarsi all'ingresso principale
per portare la salvezza alla donna, mentre io facevo il
giro dal retro e portavo in salvo un pollo. Avrei avuto le gallette
tutte per me, e del pollo avremmo fatto a met.
Allora, disse, ci stai?
Non avevo mai rubato nulla ma non ebbi esitazioni, e poche
ore dopo il predicatore mi vide rosicchiare la carne daogni osso, alla luce di un fuoco che luccicava sulla sua testa
calva. Non somigliava a nessuno dei predicatori che avevo conosciuto fino allora, e mi adott offrendosi di istruirmi
nelle sue arti. Studiai con lui per quasi tre mesi e imparai molto. Come convincere un'anziana signora ad alienare tutti i suoi beni terreni. Come manifestare il dono delle Ungue, facendo salire l'eccitazione della gente, e come sfilare loro il portafogli di tasca mentre gridavano lodi. Come far scaldare le ragazze con la parola, al punto di farle entrare
nella sua tenda senza ripensamenti.
Eppure, sebbene dormissi nella sua tenda e assistessi alle
sue funzioni e mi inginocchiassi debitamente ogni sera accanto
a lui, ero un discepolo scontroso, un miracolato controvoglia,
dall'attenzione discontinua. Di tutti i numeri del
circo ambulante - l'uomo serpente, gli acrobati, l'uomo
che inghiottiva la spada, i ballerini luminosi -- il re del fuoco
era l'unico che mi avvinceva. Nelle sue fiamme vedevo la
bellezza, il potere intrecciato con il pericolo. Era in grado
di versarsi piombo fuso in bocca e poi sputare pepite di metallo
solido. Mangiava carboni ardenti con la forchetta, come
se fossero un mucchio di patate novelle. Continuavo a
stargli attorno per vedere se aveva delle cicatrici segrete, e
l'avevo tormentato con tanta insistenza che quando, una sera,
mi presentai alla sua porta portando con me tutto ci
che possedevo, si limit a farmi entrare con uno stanco gesto
del braccio e mi prese come apprendista. Era un vecchio
dalla grande abilit ma era anche un ubriacone e, nonostante
non mancasse mai uno spettacolo, arriv il giorno
in cui inspir per sbaglio mentre masticava una pezza di cotone
in fiamme, si scott i polmoni e mor.
A quel punto possedevo gi i suoi segreti, le sue vesti di
seta rossa, e il giorno in cui lo seppellimmo presi il suo posto.
All'inizio ero goffo e dovetti sopportare un certo numero
di bruciature e insuccessi, ma sin dall'inizio mi venne
naturale conquistare il pubblico di campagna. Conoscevo
cos bene la loro vita, la polvere che si alzava dalla distesa
infinita dei campi, la piatta luce tetra che riempiva le loro
case e le loro chiese. Sapevo che cosa venivano a cercare, eparlavo con loro. Ero il Re del Fuoco e restavano ipnotizzati
dai colori che emanavo, da come mi muovevo e brillavo.
Inghiottivo fuoco, diventavo fuoco, e loro non riuscivano a
starne lontani.
Ben presto arrivai ad attrarre folle ancora pi numerose
del predicatore. Le fiamme tangibili erano pi avvincenti
di qualsiasi promessa di salvezza. Il predicatore non aveva
mai perdonato il mio improvviso distacco, che vedeva come
un tradimento, e gradualmente fra noi si instaur un conflitto,
con un aumento dei suoi miracoli come reazione al
mio successo.
Prendiamo questa ragazza annegata, per esempio. Dire
che il predicatore l'avesse fatta cadere apposta sarebbe
troppo. Eppure di certo aveva notato la sua resistenza, il
suo desiderio di mantenere le distanze. E di certo si era
proteso verso di lei, causando il movimento inconsulto che
l'aveva fatta scivolare sott'acqua. Era pallida, una guancia
sull'erba fangosa, le braccia allargate, mentre il predicatore
continuava a percuoterle la schiena. Se l'avesse salvata avrebbe
fatto il tutto esaurito per una settimana, avrebbe infiammato
tutta la contea, e la giovane gli sarebbe stata cos
grata da concedergli qualsiasi cosa desiderasse.
E, senza molta sorpresa da parte mia, fu ci che accadde.
La ragazza toss una volta, poi diverse volte, e dalla gente
riunita intorno a lei si alz un sospiro. Il predicatore li fece
allontanare, poi aiut la ragazza ad alzarsi a sedere. Apparve
un po' confusa mentre lui le posava le mani sul capo con
fermezza, dichiarandola salvata. Udii il mormorio suscitato
dal quel gesto e, mio malgrado, mi sentii pieno di un'acuta ammirazione per l'astuzia del predicatore. Lui allora alz lo sguardo, incrociando il mio a distanza, e sorrise. Ricambiai
il sorriso, accettando la sfida che implicava. Perch lui
poteva anche attirare la gente a s con l'acqua, ma io l'avrei
riconquistata con il fuoco.

Dopo ogni spettacolo i ragazzini restavano a gironzolare,
troppo poveri per comprare qualcosa, troppo curiosiper andarsene. Serravano i ranghi quando mi vedevano arrivare,
timidi e ombrosi, guardando sempre altrove, e quel
pomeriggio solo uno di loro fu tanto coraggioso da farsi
avanti mentre passavo. Aveva i calzoni troppo corti e i piedi
nudi, le braccia giovani irrobustite dal lavoro. Tutto normale
tranne gli occhi, che erano azzurri, come il colore
del cielo nel punto dove si infiltra sotto l'orizzonte e impallidisce.
Signore,
disse subito. Signore, vorremmo sapere come
ha fatto quel trucco. Vorremmo guardarle in bocca e
vedere se si  scottato.
Davvero? replicai io. C'era qualcosa nella sua ingenuit,
nella sua insistenza, che mi fece pensare alla vita che
avevo prima che morissero i miei genitori, prima di essere
mandato alla casa della missione, prima di scappare.
Loro credono che lei si sia scottato, continu, e adesso
gli altri bambini si erano fatti pi coraggiosi, anche loro mi
guardavano.
E tu? domandai.
Io credo che  stata una magia, disse, e fui ancora pi colpito dalla sua ingenuit, da com'era affamato di mistero
e non aveva paura di dirlo. Lui mi guard negli occhi e mi
sentii a disagio perch il suo viso mi risultava stranamente
familiare, come se l'avessi conosciuto bene in sogno.
Bene, ripresi, allora guarda. Guarda bene, e vedrai.
Misi una mano in tasca e ne estrassi un pezzetto di carbone.
Annusate,
insistetti mostrandolo in giro.  imbevuto
di cherosene. E in effetti l'odore si insinu acuto nel gruppo
di ragazzi, facendo arricciare loro il naso. Osservate,
aggiunsi, accendendo un fiammifero e incendiando il carboncino.
I
ragazzini restarono senza fiato vedendolo ardere sulla
mia mano nuda, eppure lasciare la mia pelle intatta. Osservai
con soddisfazione l'espressione di paura e meraviglia
sui loro visi. Neppure il predicatore nei suoi giorni migliori
riusciva a riempirli di un mistero simile. Soggiogati, feceroun passo indietro. Intimoriti, si allontanarono. Tutti eccetto quello spavaldo.
Gliel'avevo detto, esult, trionfante. Lo sapevo che era magia. Alz gli occhi e mi guard aggiungendo: Ho scommesso anche che mi sarei fatto dare un lavoro da lei.
La sua era una richiesta comune e mi stavo preparando a rispedirlo a casa quando, prima che potessi parlare, una voce
chiam: Eli! e il bambino si volt a guardare una ragazza
in piedi all'ingresso del tendone. Dietro di lei il fiu	me
scintillava fra gli alberi. Mi torn in mente la scena del giorno precedente, come la corrente l'aveva afferrata, la stoffa del vestito che aderiva alle sue lunghe gambe mentre il predicatore la tirava fuori dall'acqua.
l	Eli, ripet, la voce bassa ma limpida.  tardi.
Chi ? domandai, senza smettere di fissarla.
Solo Jubilee, rispose lui. Mia sorella. Allora, me lo da
un lavoro?
Lei aspettava guardandomi in faccia come il fratello, solo
che il suo sguardo, bench diretto e leggermente curioso,
era velato non di meraviglia ma piuttosto di disprezzo. Il predicatore le aveva gi instillato un atteggiamento di cecit.
Avvertii un impulso improvviso e disperato, un profondo
desiderio, mescolato a rabbia, di accendere un altro carboncino
e premerlo fra la sua palma e la mia, di marchiare a fuoco la sua carne mentre la mia restava fresca, di bruciare
con la mia la sua resistenza.
Signore, disse Eli, me lo da un lavoro?
Non gli risposi subito, mentre riflettevo. Entra, dissi poi, indicando la fila di tende pi piccole che fungevano da camerini. Porta anche tua sorella.
Alle mie spalle sentii le loro voci litigare piano. Poi Eli mi segu. Si ferm sbattendo gli occhi alla luce smorzata, affascinato
dalla propria immagine che lo guardava da uno
specchio a figura intera in una cornice dorata. Jubilee non
entr ma si sofferm sulla soglia, le braccia conserte. L'aria
era calda, permeata dall'odore di tela tiepida, e da lontano
sentivo il crescendo di musica d'organo che concludeva
ogni spettacolo.Entra, la invitai, ma lei mi rivolse uno sguardo distaccato
e si gir dall'altra parte. Oppure resta l, aggiunsi stringendomi
nelle spalle. Per me  proprio lo stesso.
Eli stava ancora guardando la propria immagine allo
specchio.
E cos vuoi lavorare per me, cominciai, parlando a voce
abbastanza alta perch Jubilee sentisse. Giovanotto, che
cos' che sai fare? Sai inghiottire le spade? Sai camminare
sui carboni ardenti? Quali talenti mi porteresti?
Eli si distolse con riluttanza dal proprio riflesso e spostandosi
fece oscillare lo specchio, che sparse scintille di luce
sulla tenda. Non ho nessun talento, disse, ma lavoro sodo.
Imparo in fretta.
Sei un bravo allievo, allora? commentai. Ci fu un rumore
appena fuori. Ma ogni ragazzo crede di esserlo.
Dimmi, che cosa ti fa pensare che sia vero?
Con la coda dell'occhio vidi lei attraversare l'apertura
della tenda, attirata dalle pagliuzze di luce vaganti. Che
cos'? domand guardandosi dentro lo specchio.
Quello? Ma come,  uno specchio, le dissi.
Scosse il capo. Non pu essere, mormor. Gli specchi
sono cose piccole. Si tengono in mano.
Adesso ero in piedi appena dietro di lei, la mia mantella
rossa uno sfondo incandescente rispetto al suo freddo abito
grigio, alla bianchezza della sua pelle. Non portava alcun
profumo ed era la prima volta che le arrivavo abbastanza vicino
da avvertire il suo odore puro e salato. Mi protesi lentamente
per guidarle la mano verso la cornice, le ossa strette del suo polso come cardini mobili sotto le mie dita. Sentii il
suo calore lungo il mio braccio. Lei inclin il capo esaminando
la curva liscia della propria guancia, l'onda bionda
dei capelli, l'orecchio simile a una conchiglia. Continu a
fissare nello specchio e in quel momento capii che era come
qualsiasi altra ragazza. Ognuna nutriva un desiderio segreto,
e una volta che l'avevo compreso, diventava mia.
Sei bellissima, le dissi piano, il mio respiro contro il suo
orecchio.Ma mi ero spinto troppo lontano, troppo in fretta, e lei si
scost.
Ho visto che sei stata battezzata, le dissi allora, pensando
alle sue gambe sotto la stoffa.
Allora hai visto che sono stata salvata, ribatt lei con
sussiego.
L'ho visto tante volte, replicai. Non  poi questa gran
cosa.
Ci guardammo in faccia. L'aria era calda e immobile, e
densa di lei. Il predicatore le aveva detto che era stata scelta
sopra gli altri, scelta per essere salvata, e ora la vidi alle prese
con l'idea che io potessi non ritenerla poi tanto speciale.
Mi dava potere su di lei, un appiglio con cui il predicatore
non poteva competere, ma con mia stessa sorpresa restituii
quel potere.
Ti trover uno specchio, dissi.
Non voglio uno specchio, ribatt lei, arrossendo, ma continuando a lanciare allo specchio sguardi pieni di desiderio.
Eli, continu, uscendo nel frattempo dall'apertura
della tenda. Eli, adesso andiamo.
Per un momento mi ero dimenticato di Eli. Stava inginocchiato
vicino al mio baule, a studiare la tazza che usavo
per bere l'olio bollente. Aveva un doppio fondo con un'apertura
nel mezzo, di modo che l'olio che entrava da un lato
non uscisse dall'altro. Eli era perplesso, ma un istante dopo lo vidi capire, la faccia illuminata da il piacere della scoperta che altrettanto rapidamente lasci il posto alla delusione.
Pensavo fosse magia, disse a voce bassa. Ma dopotutto era un bravo allievo, perch mise da parte i suoi sentimenti
'	e dichiar: Adesso deve assumermi, cos non lo racconto a nessuno.
;	A quel punto avrei potuto farmi una risata e mandarlo per la sua strada. Per quanto potesse sembrargli crudele, sarebbe stata una gentilezza. Ma non pensai a Eli, ai suoi sogni
e alle sue speranze. Pensai invece a Jubilee, al suo profumo
pulito, alla sua presenza nella mia tenda. Pensai acome l'avevo vista il giorno prima, quando il predicatore
l'aveva tirata fuori dall'acqua.
Va bene, dissi, facendo una pausa abbastanza lunga da
fargli credere di aver vinto. Una settimana di lavoro. Ma
solo se mi dici dove trovare Jubilee domani.
Lui esit, soppesando ogni elemento, i suoi desideri e i
miei, l'onore di sua sorella. Io attesi, ricordando il primo
pollo che avevo rubato, come mi aveva beccato le mani a
sangue. La mia debolezza era stata la fame, mentre per Eli
era il pi oscuro mistero del fuoco. Fu sufficiente, tuttavia.
Alla fine me lo disse.Io mangio le fiamme senza recarne i segni, ma Jubilee
aveva penetrato a fuoco la mia indifferenza, si era stabilita
nella mia carne come cenere. Ovunque andassi sentivo
quel suo dolce odore di sale. Ogni volta che il vento si muoveva,
avvertivo il calore del suo braccio contro il mio.
Andai in citt a prendere uno specchio vero, il pi grande
che riuscii a trovare. Era alto come me, esattamente un
metro e ottanta, spesso, con i bordi molati. Vanit, sbuff il predicatore quando lo portai con un carretto sul viale
sterrato fino alla mia tenda, e anche altri del circo ridacchiarono.
Il giorno
seguente, di buon'ora, caricai lo specchio sul
carretto preso a prestito e mi recai nel luogo descritto da
Eli. Era un sentiero che attraversava un folto d'alberi, da
cui Jubilee sarebbe passata per andare dal predicatore. Sistemai
lo specchio in piedi, a riflettere le foglie, la corteccia
e la luce lampeggiante, poi mi sistemai fra i cespugli dove
attesi, immobile come una volpe all'erta, l'arrivo di Jubilee.
Mezz'ora dopo udii i suoi passi e poi apparve, camminando
cos rapida, cos concentrata da farmi temere per un
momento che passasse oltre. Tuttavia qualche movimento o
lampo di luce dovette catturare il suo sguardo perch lei si
ferm, fissando la propria immagine per qualche istante
prima di girarsi a scrutare fra i cespugli.
C' nessuno? chiam, e poi di nuovo, pi forte.Io non risposi. Nulla tranne il suono lontano dell'acqua,
il fruscio delle foglie, riemp il suo udito. Si volt di nuovo verso il proprio riflesso, posando leggermente entrambe le mani sulle guance. Poi le mani scesero, le dita seguirono
piano i contorni del collo, indugiando sulla gola. Pensai alla
pelle morbida in quel punto e non parlai. E quando
quelle stesse dita passarono sulla fila di bottoni, l'uno dopo
l'altro, quando fecero scivolare gi le maniche, scoprendo
le spalline sottili della sottoveste, le spalle nude e seriche,
trattenni il respiro e la osservai. Si pos le mani sui fianchi
e gir il capo, studiando il proprio riflesso. Ecco, stava sfuggendo
al predicatore adesso, proprio ora, mentre stava immobile
sotto quegli alberi.
Jubilee, sussurrai alzandomi in piedi.
Mi ud e si gir nella mia direzione, ma non scapp. Le
sue labbra si dischiusero per la sorpresa e le mani si strinsero
alle spalle, ma rimase immobile, paralizzata dallo sconcerto,
dalla paura e anche da qualcosa di pi forte cui non
sapeva dare un nome. Io per lo riconobbi e fui il moto
contrapposto alla sua immobilit, afferrandola per la vita,
infilando le dita sotto il morbido cotone della sottoveste, attirandola
insieme a me nella rapida, ostinata corrente del
desiderio. Lei si lasci baciare una volta, le labbra morbide,
l'espressione pi sorpresa e curiosa, quando mi staccai, che
avessi mai visto a chiunque. Sulle prime aveva lasciato cadere
le mani sui fianchi ma ora le sollev fino alle mie spalle,
si alz in punta di piedi con gli occhi spalancati e mi restitu
il bacio.
Ci a cui pensai con le sue labbra sulle mie fu il fuoco, e
come le fiamme hanno il potere di destare orrore e attrazione
insieme. Qualsiasi conflagrazione attira la folla. La
gente si raduna ipnotizzata dalla bellezza delle fiamme, dal
loro assoluto potere di distruzione. Fu cos con Jubilee. Percepivo
insieme la sua reticenza e il suo desiderio. In quel
momento di trionfo la baciai forte, consapevole che il pericolo,
come un'ombra, fa sembrare le fiamme pi luminose.
Ma avevo fatto i conti senza Eli. Lei lo vide per prima e
s'irrigid fra le mie braccia, mi respinse e un attimo dopoera sparita. Anch'io, di fronte allo specchio, lo vidi, vidi riflesso
il suo viso, la rabbia e la gelosia. Allora gett un sasso
a infrangere la propria immagine, facendo piovere vetri
rotti sul terreno, e scapp.

Bisogna combattere il fuoco con il fuoco, con il fuoco
soltanto. Questa era una cosa che capivo benissimo ma, occupato
dai miei pensieri su Jubilee, non colsi i segnali, le
prime piccole fiammate di guai. L'improvvisa cordialit del
predicatore al mio ritorno, il suo gregge stranamente numeroso,
l'evidente assenza di Eli: notai questi fatti, eppure
vi prestai scarsa attenzione.
Quello stesso pomeriggio, tuttavia, il mio pubblico si era
ridotto, e la gente intervenuta allo spettacolo presto interruppe
il numero con urla e fischi. Certi uomini si erano
procurati un elisir di guarigione alla dimostrazione della
cura miracolosa, e ora barcollavano tra i pochi astanti gridando
insulti e pretendendo di guardare dentro la tazza da
cui bevevo il fuoco. Presto mi fecero capire che durante la
sua funzione mattutina il predicatore mi aveva smascherato,
dando una descrizione precisa della tazza. Lanciai uno
sguardo disperato fra le quinte in cerca di Eli, che avrebbe
potuto passarmi furtivamente la tazza vera in una scatola di
ovatta, ma mentre lo facevo compresi che era stato lui a svelare
il mio segreto.
Signori, esclamai parecchie volte, finch gli sbeffeggiamenti
tacquero almeno in parte. Signori, state disturbando
le brave persone che hanno pagato per vedere questo
spettacolo. Ora, io sono un uomo d'onore e vi assicuro che
naturalmente potete -- anzi, dovete -- vedere questa tazza. La posai sonoramente sul tavolo davanti a me. Ve lo prometto.
Eccola qui, e la esaminerete appena lo spettacolo
sar terminato. Nel frattempo potete tenerla d'occhio personalmente,
mentre eseguo il numero pi straordinario di
questo o di qualsiasi altro spettacolo. Signore e signori! Oggi
vedrete una cosa rara, un numero cos pericoloso che
non lo eseguo a ogni spettacolo, e nemmeno ogni quattroo dieci spettacoli. In effetti, signore e signori, faccio questo
numero solo una volta ogni tre anni.
Oggi, lo far per voi.
Oggi diventer un vulcano umano, qui davanti ai vostri
occhi.
Questo li fece tacere, almeno per un momento. Tirai
fuori l'ovatta e la impilai sul tavolo, attento a nascondere in
parte la visuale della tazza di latta. Poi cominciai a ficcarmi
il cotone in bocca. La gente rideva fragorosamente man
mano che mi riempivo la bocca sempre di pi. Alla fine,
quando fu piena da scoppiare, presi un carbone nella mano
nuda e lo accesi. Quando il fumo mi fece pungere gli
occhi vidi le file di facce fondersi e ondeggiare. Il carbonci	no
mand una fiamma luminosa e poi si ridusse a un corpo
incandescente, sempre mentre lo tenevo senza esitare in
palma di mano. Agitai il braccio libero per segnalare che
ero pronto. Quindi inspirai profondamente, accostai quel
carbone ardente alla massa di cotone che avevo in bocca ed
espirai un getto di fuoco.
 un trucco meraviglioso, un effetto splendido.  anche
pericoloso, il trucco che uccise il mio mentore. Il fuoco
scorre in avanti come una colonna orizzontale, un pilastro
caduto, e una sola inspirazione risulta fatale. Lo tenni il pi
a lungo possibile, con le fiamme che danzavano a trenta
centimetri buoni davanti al mio viso. Come avevo sperato,
erano cos soggiogati da quella vista che, quando scesi dal
palco fra il primo e il secondo inchino, non pensarono a
sospettare della mia breve assenza. Alla fine esaminarono la
tazza di latta autentica annuendo brevemente e se ne andarono,
facendomi le loro scuse per i sospetti di prima. Io rimasi
a distanza, con il sollievo che mi scorreva nelle vene
come aria fresca e pulita.

Il pomeriggio era bello, uno di quei giorni azzurri del
Midwest in cui il cielo  cos limpido e cos grande che
guardarlo fa quasi male. Nel senso che ti senti insignificante,
ecco. Avevamo ancora qualche ora prima dell'ultimospettacolo e mi ero messo a preparare un po' di storazina,
l'unguento che usavo per evitare le scottature. Prima di
uno spettacolo me lo massaggiavo per bene sulle mani e in
bocca, facevo i gargarismi con l'aceto per stabilizzarlo ed
ero pronto, invulnerabile al fuoco.
La formula era segreta, naturalmente, per vendevo delle
piccole quantit di storazina come cura per scottature e
ustioni. Dopo il numero come vulcano umano le vendite
erano aumentate e avevo quasi finito la mia provvista. Mentre
aspettavo che l'acqua bollisse tagliuzzai il sapone Ivory e
ce lo buttai dentro. Ogni tanto mi fermavo a togliere qualche
foglia caduta dalla superficie della preparazione che
cominciava a schiumare, l'acqua ormai opaca mentre il sapone
si scioglieva. Aggiunsi lo zucchero, una tazza dopo
l'altra, consapevole che per tutto il tempo c'era qualcuno
in piedi dall'altra parte del ruscello, in mezzo al fogliame.
Attesi un po' e alla fine dissi: Eli, ieri mi hai piantato in asso, hai abbandonato un amico proprio quando aveva davvero
bisogno del tuo aiuto. Allora, che cos'hai da dire in tua
difesa?.
I cespugli frusciarono e dopo un momento ne usc il ragazzino,
che cammin con prudenza lungo la riva del ruscello
posando appena i piedi nudi sui sassi. Incrociai i suoi
occhi, il loro azzurro sbiadito, e pensai a Jubilee.
Allora? dissi quando fu in piedi al mio fianco.
Pensavo che ti cacciavano dalla citt.
Be', avrebbero anche potuto, Eli, ma io sono stato molto svelto a inventarmi qualcosa. Versai nella pentola lo storace e mescolai.
Eli si accoccol su un ceppo l vicino. Raccolse un bastoncino
appuntito e cominci a disegnare nel terreno
morbido. Non mi guardava.
Tu la ami, allora? domand a un certo punto.
La domanda mi colse di sorpresa. Amare. Che cosa potevo
dire a quel bambino? Che la maggior parte delle volte
amore si rivela solo un'altra parola per dire perdita, o
per ottenere quello che si vuole? Io volevo che Jubilee venisse
nel mio camerino, che lasciasse cadere le sue sottovesti come foglie. Volevo toccare quella sua pelle morbida, vedere
i suoi occhi passare dall'innocenza alla conoscenza. E
ci sarei anche riuscito, fra gli alberi accanto allo specchio,
se Eli non mi avesse seguito per poi correre dal predicatore.
Pensai alla folla agitata del giorno prima, alla mia stessa
paura che saliva come una bruciatura in fondo alla gola.
Eli, dissi, sei ancora interessato a farmi da assistente?
Dici sul serio? domand, alzando infine lo sguardo.
Be', s, se sei abbastanza bravo. Cominceremo con lo
Zolfo sulla Mano, continuai. Quando sarai bravo in quello,
potrai passare allo Zolfo sulla Lingua.  quello che fa
impazzire la gente. Ecco come si fa, Eli. Osserva attentamente.
Presi
tre pezzettini rotondi di zolfo, di un giallo stridente
sul piattino bianco, li innaffiai di cherosene e vi diedi fuoco.
Poi me li versai sulla palma della mano, che era gi rivestita
di storazina. Tenni quei sassolini ardenti per quasi un
minuto ed Eli non smise un attimo di guardarmi, meraviglia
e apprensione mescolate sul suo viso.
Okay, dissi mentre facevo tornare i tizzoni sul piattino, tocca a te.
Sembrava spaventato, eppure si vers lo zolfo acceso nella
mano. "Bene", pensai vedendo il dolore invadergli il viso,
"impara la lezione." Mi aspettavo che lasciasse subito cadere
i tizzoni ma, sebbene gli tremasse la mano e il sudore gli
rigasse le guance, incurv le dita e trattenne quei pezzetti
di pietra ardenti come se fossero la cosa pi preziosa che
possedesse.
Lasciali andare! gli ordinai. Eli!  uno sbaglio!
Ma non lo fece. Dovetti arrivare ad afferrargli il polso per
far cadere lo zolfo e poi ficcargli la mano nell'acqua fredda
del fiume. La palma era segnata e rossa, con le vesciche che
gi gli spuntavano sulla pelle. Gli spalmai la storazina e gli
fasciai le bruciature con dei panni puliti presi dalla mia
borsa, e intanto gli osservavo le mani. Nonostante tutti i calli,
le cicatrici e i graffi, le mani di Eli erano pi piccole delle
mie, non avevano ancora finito di crescere.Ci ho provato, disse dopo un momento, la voce ancora
tesa dal dolore. Non sono stato abbastanza bravo.
Eli, dissi io, te la sei cavata benissimo.  stata colpa
mia. Ti ho ingannato.
Allora si fece silenzioso e io mi sentii rimpicciolire, ridotto
da Re del Fuoco al misero mortale che ero. Capii che,
per quanto arrabbiato, persino disilluso, fino al quel momento
Eli aveva creduto in me.
Perch? domand.
Per insegnarti una lezione, risposi.
Ora i suoi occhi erano di un azzurro profondo, fissi sui
miei, come l'orlo di una fiamma. Allora dimmi come hai
fatto.
Non ti devo niente, replicai. Ma la sua mano appariva
piccola sotto le bende, e aveva le unghie sporche. La mano di un bambino, ecco cos'era. Mi venne in mente Jubilee, la
sua immobilit, il suo bacio improvviso, e mi chiesi che cosa
avrebbe fatto in quel momento, cos'avrebbe provato, se Eli
non l'avesse fatta scappare. Mi venne in mente la sua pelle
morbida, e come le sue mani si erano posate sulle mie spalle,
e il rimorso mi si contorse nel cuore come un ricciolo di
fumo nero. Cominciai a parlare. Allineai gli ingredienti
della storazina e spiegai il procedimento. Feci una dimostrazione
di Zolfo sulla Mano e di Zolfo sulla Lingua. Divulgai
i segreti pi cari di un Re del Fuoco.
Adesso viaggerai con me, dissi, sorpreso al sollievo che
sentivo, scaricato dei miei segreti. Lavorerai per me, per
tutto il tempo che vuoi.
Ma Eli non mi ringrazi, anzi, non parl neppure. Si limit
ad alzarsi in piedi e ad allontanarsi, lasciandomi in
piedi nel silenzio, in un cono di luce, la tinozza di storazina
fumante alle mie spalle.

 facile dire, con il senno di poi, che avrei dovuto saperlo.
Che Eli, con la sua invidia e i suoi desideri, non era una
forza di cui fidarsi. Ma per quanto fossi scosso da quell'episodio,
per quanto avessi indugiato a imbottigliare la storazina fino a un momento prima dell'ultimo spettacolo, non
ne previdi le conseguenze. Era una serata del tutto normale,
limpida e ventosa, animata di luci e di musica, delle
chiacchiere vivaci dei venditori ambulanti, del mormorio
della folla. Phillipa, luminosa nel suo costume da farfalla,
stava uscendo dal suo camerino proprio mentre mi avvicinavo.
Quando mi feci da parte per lasciarla passare alz
ostentatamente le sopracciglia dipinte.
Qualcuno, disse, pensa che tu sia davvero il Re del Fuoco. Poi prese dal corpetto un biglietto piegato e me lo porse.
Aspettami, diceva. Stasera. Sar al tuo spettacolo. E
dopo, verr. Jubilee.
La grafia era rotonda, infantile. Entrai nel mio camerino
e mi sedetti, immaginandola mentre tracciava con cura le
parole, mentre strappava le strisce di carta che contenevano
i suoi piccoli errori. Immaginai lei che si vestiva, sottogonne
e camiciole e biancheria pulita, morbido cotone che
sfiorava ogni superficie della sua pelle. Avevo gi rovinato
ragazze simili senza rimorsi. Le avevo riempite di fuoco e
abbandonate al desiderio, me n'ero andato prima che la luce
si accendesse all'orizzonte e non mi ero mai voltato indietro,
nemmeno una volta. Non c'era motivo, assolutamente
nessuno, per cui Jubilee fosse diversa. Una ragazza
di campagna dagli occhi belli, che sarebbe caduta ancora
pi in basso perch credeva di essere stata salvata. Potevo
portarla ovunque e me l'avrebbe permesso. In camerino,
nel folto degli alberi, nel fiume fino all'altezza della vita.
Quel predicatore ormai non era nulla per lei. Ma invece di
sentirmi soddisfatto risentii il giovane Eli domandare: Tu
la ami? e pensai al dolce odore di lei, alla morbidezza della
sua pelle, e me lo chiesi.
Fuori, la musica della canzone di apertura si lev sopra le
voci dei venditori e della gente: sapevo che Ogleby era al
centro del tendone, con il pubblico a bocca aperta mentre
il pitone e il boa constrictor gli si avvinghiavano addosso.
Poich il mio numero non sarebbe iniziato prima di un'ora,
seguendo l'impulso del momento mi introdussi nel circo, infilandomi sotto la tenda sul retro. Salii fino in cima alle
gradinate e rimasi in piedi sul sedile pi alto, esaminando
la folla in cerca di Jubilee.
La trovai facilmente, Sedeva proprio davanti all'anello,
nella seconda tribuna dall'alto, con indosso l'abito azzurro
che portava quando era stata salvata, con un cappellino intonato,
e posava i piedi su una valigetta. Tutto ci che possedeva
era in quella valigia, lo sapevo. Mi si strinse il cuore
a pensare alla sua pelle cos liscia, cos nascosta, a pensare
alle scottature di Eli, a come i suoi occhi erano mutati nel
comprendere che l'avevo imbrogliato. Come il resto del
pubblico, Jubilee aveva gli occhi rivolti in basso a fissare
Ogleby ma, a differenza degli altri, non stava realmente
guardando. La sua espressione era seria, i suoi pensieri rivolti
all'interno, occupati dall'enormit di quello che stava
per fare. Misi una mano in tasca per toccare il suo biglietto.
Ogleby concluse il numero, fece gli inchini di prammatica,
e io mi sedetti. Poi sarebbero venute alla ribalta Phillipa
e le altre farfalle, in una sequenza cos familiare che smisi
di prestare attenzione. I miei pensieri erano rivolti a Jubilee,
mentre l'aroma della tela tiepida mi ricordava il suo
odore dolce, il suo polso sotto le mie dita mentre la aiutavo
con lo specchio.
Eppure c'era qualcosa di strano. La musica che attacc non era per le farfalle, in realt, ma per me. Per il Re del
Fuoco. Mi sentii invaso dalla confusione perch quelle note
significavano una cosa e una soltanto: che avrei dovuto essere
pronto con il mio mantello, il cuore in tumulto, all'alzarsi
del sipario, per fare la mia entrata. Sentii un panico da
incubo vedendo un cerchio infuocato, il mio cerchio, calare
dall'alto.
Allora il sipario si alz, lentamente, mi parve, e un nuovo
Re del Fuoco usc di corsa sulla segatura e salt dentro il
cerchio, con i miei abiti di seta che quasi prendevano fuoco,
gonfiandosi e cascandogli alle caviglie mentre atterrava.
Fece un inchino e il pubblico rise, pensando che fosse una
parodia. Ma io sapevo che non era cos; vedevo la determinazione
sul suo viso. Eli aveva ancora la mano bendata, ilche lo impacciava, eppure riusc a dar fuoco allo zolfo, a
prendere una forchetta e a mettersi i tizzoni in bocca. Gli
tremavano le mani e qualche tizzone rotol a terra. La segatura
s'infiamm ed Eli interruppe il numero per soffocare
con i piedi le fiammelle. Il pubblico rise di nuovo. Tranne
Jubilee, che si sporgeva in avanti accigliandosi per la
concentrazione.
Normalmente, la gente non ride di un Re del Fuoco.
Mormora di stupore, trattiene il respiro, sospira di sollievo,
ma non ride. Pertanto, mentre mi facevo strada verso l'anello,
ogni scoppio di risa di chi mi circondava mi faceva capire
che le cose andavano di male in peggio, anche se non potevo
vederlo. Ero furioso verso Eli, la sua temerariet, la sua
imitazione ridicola, ma soprattutto avevo paura. Avevo visto
le bottiglie di cherosene allineate imprudentemente sotto il
tavolo e sapevo, meglio di chiunque, quanto rapidamente la
segatura poteva incendiarsi, con che velocit un tendone
come quello poteva svanire in fumo.
Il pubblico intorno a me rise ancora. La gente si affollava,
stando in punta di piedi. E poi, dapprima pian piano e
poi con pi forza, avvertii una pressione, come se ogni persona
presente avesse inspirato profondamente nello stesso
momento. Ormai ero arrivato a terra: non vedevo l'anello
a causa della ressa ma sentii crescere il panico, sentii la
pressione della gente che si girava per fuggire. La musica
suonava ancora. Spingendo con tutte le mie forze riuscii
ad arrivare all'anello centrale. La segatura sparsa al suolo
aveva preso fuoco, tutta, e luccicava nel calore come una
distesa d'erba. Eli stava al di l delle fiamme e tentava di
soffocarle calpestandole, gettata via la mia cappa di seta
che gi si arricciava ai bordi, nell'aria l'odore pungente di
tessuto bruciato.
Il fuoco sfuggito al controllo  come una mano che afferra
l'aria in cerca di qualcosa di asciutto. Quelle fiamme si
muovevano in fretta, issandosi sulle pareti di tela, sibilando
e schioccando, nutrendosi del combustibile secco delle gradinate.
Dalle fiamme si alzavano luccicanti ondate di calore
e i bordi di denso fumo nero salivano in alto, sfumandosi inun grigio nebbioso. Cercai Jubilee, ma non riuscivo a vederla.
In pochi minuti il fuoco fu ovunque e la luce si fece
spettrale, lampeggiante ma forte; l'aria cos calda da inaridire
i polmoni al pi piccolo respiro che facevo. La gente
ondeggiava nel fumo attorno a me, le facce emergevano e
scomparivano. Mentre spingevano e lottavano per uscire,
nel tendone cal un silenzio carico di determinazione.
Guardai le fiamme salire in alto, gonfiarsi e ampliarsi, farsi
verdi ai bordi mentre consumavano la tela, pi azzurre
quando si nutrivano di legno.
Jubilee. Venuta qui per incontrarmi. Mi chiesi se le fiamme
ora la spaventavano o la spingevano ad agire, se avrebbe avuto il coraggio di oltrepassarle per mettersi in salvo o se l'avrebbero immobilizzata e ipnotizzata, come avevo fatto io. Spinsi contro un assembramento di folla per cercare i
di trovarla ma persi l'equilibrio e fui calpestato e preso a	'
calci finch non mi trovai spinto dentro uno stretto torrente
di fuoco. Le mie palme toccarono le fiamme e il dolore
mi trapass le braccia. Sentii l'odore nauseabondo della
carne bruciata. Ricordando le parole del mio mentore, mi
chiusi a palla per spostarmi rotolando. In quel modo sfuggii
alle fiamme raggiungendo la segatura del perimetro,
che era gi ridotta in cenere. Pensai a Eli mentre cominciavo
a strisciare, le mani che bruciavano sul terreno ancora
rovente, e, come lui, andai avanti nonostante il dolore.	,
Dietro di me, attraverso veli di fuoco, vedevo le ombre agitate della folla ma non mi fermai finch non sentii l'aria cambiare all'improvviso, finch l'erba non si fece umida e
fredda sotto le mani, finch non fui a una dozzina di metri
dal pericolo.
Il tendone continu a bruciare per altre due ore, prima
consumandosi ai bordi, poi salendo verso l'alto, sbattendo
come un fazzoletto, prima di stabilizzarsi al suolo. Una gran
folla si era radunata per assistere all'evento e dopo un po' mi alzai per raggiungerla, con le mani che pulsavano di dolore
mentre guardavo loro fissare le fiamme. C'era una bellezza
in quell'incendio, come in ogni incendio: si pu trovare
uno strano piacere nel pericolo e nella distruzione.	!Ero un Re del Fuoco e quel piacere era la fonte di tutto il
mio potere, ma quella notte persi per sempre il gusto per la
conflagrazione.
Perirono settantanove persone e il nome di Jubilee fin sulla lista dei morti. Eli si era salvato, sentii dire, sebbene
nessuno riuscisse a trovarlo. Per tutta quella notte, mentre
le mani mi si gonfiavano riempiendosi di vesciche, sommerso
da ondate di calore, pensai a lei, a Eli e alla vita che avevo perduto. Ora conclusa come il predicatore aveva predetto:
nel fuoco.

Le fiamme sono irresistibili per chi le guarda e se io
avevo trovato il mio destino nella conflagrazione, allora il
fato di Eli era soccombere infine al fervore missionario
del predicatore. Il disastro che aveva causato doveva averlo
irrimediabilmente segnato perch, molti anni dopo, arriv
nella cittadina dove vivevo con un entourage di seguaci
e un suo tendone dove teneva riunioni evangeliche.
Vidi il suo viso venirmi incontro da un manifesto appeso a
un palo fuori del mio negozio. Allora facevo il fabbro, un
mestiere in cui la destrezza con il fuoco  utile e la sensibilit
delle mani non  essenziale. Sento gli oggetti, certo, i
loro contorni, la consistenza e il peso. Ma sulla palma non
saprei distinguere una piuma da un rasoio e persino dopo
tanti anni la pi piccola fonte di calore - un raggio di sole,
il tocco della carne viva -- mi suscita nelle mani un
profondo dolore.
La gente di questa citt fa le sue congetture. All'inizio
avevo lasciato cadere qualche accenno e ora attribuiscono
la mia reticenza e le mie strane cicatrici alla caduta da un
treno su cui facevo il fuochista. Senza dubbio sono in molti
a credere che fossi, e che sia, un ubriacone. Non importa.
Mi lasciano in pace. La mia vita  semplice, buona in superficie,
ma per tutti questi anni l'ho vissuta nel segno
dell'immagine di Jubilee, seduta in alto sulle gradinate, i
piedi in equilibrio sulla sua vecchia valigetta.
Andai alla funzione, sebbene non avessi pi frequentato un servizio religioso dai tempi in cui viaggiavo con il
predicatore. Quando entrai in quel tendone udii mormorare
e sentii gli sguardi di sorpresa, mentre l'odore della
tela riscaldata e di troppi corpi sudati suscitava i ricordi
della mia vita defunta. Due donne salirono sul palco e giurarono
che una volta erano storpie e che padre Eli le aveva
guarite. Un seguace mimetizzato tra il pubblico cominci
a parlare in lingue straniere. Vidi la folla ondeggiare,
vidi quanto profondamente desideravano credere. Quando
Eli sal sul palco, avevano ormai abboccato ed erano in
piena agitazione, nel disperato desiderio di levarsi e lasciare
che l'aria delle loro vite cos normali li bruciasse
purificandoli.
Era invecchiato, ovviamente, ingrossato, e anche un po' pi alto. Inoltre aveva cambiato voce: era pi profonda e pi aspra, come se il fumo che doveva aver inalato quella notte gli avesse strinato le corde vocali. Ma parlava meglio di quanto avesse mai fatto il predicatore, meglio di me, riempiendo il tendone di una cadenza fervida. Si era arricchito
delle cose di questo mondo; portava abiti eleganti, dal taglio
impeccabile. Io per sicurezza tenevo una mano sul
portafogli ma l'altra vagava sul petto, dove il calore della
mia stessa carne irradiava dolore nella mia palma liscia. Mi
venne in mente Jubilee, la sua pelle tiepida sotto quella
stessa mano mentre stavamo insieme davanti allo specchio.
Eli, sul palco, le assomigliava tanto, con quegli occhi cos
simili all'azzurro di un cielo all'orizzonte, che a quei ricordi
mi si secc la gola per il desiderio.
Eli continu a parlare. Aveva risvegliato il fervore della
folla che mi circondava. Quando parl del paradiso mantenni
la calma. Quando affront il peccato e poi la redenzione,
divenne un po' pi difficile. Ma quando cominci a
citare l'Apocalisse mi alzai in piedi. Avevo gi sentito tutto
tante volte, la bestia, lo stagno di fuoco. Udii la sua voce, e
la voce del predicatore prima di lui, e non riuscii pi a trattenermi.
Eli,
esclamai, uscendo dalla folla. Eli, adesso parla piforte, perch di certo sai tutto quello che c' da sapere sullo
zolfo e sul fuoco.
Lui si ferm e mi guard dritto in faccia. Teneva le mani
alzate in segno di benedizione e si vedevano le cicatrici che
gli avevo procurato io. Lentamente, lasci cadere le braccia.
Sul pubblico era sceso il silenzio. Avvertivo la pressione
del loro sguardo. E attesi, proprio come loro, di vedere che
cosa avrebbe fatto Eli.
Con mia sorpresa, si limit a sorridere. Intanto i suoi occhi
lasciarono i miei e si spostarono verso il bordo del palco,
dove stava radunato un gruppetto di suoi seguaci: i cantanti
gospel e le persone guarite. L in mezzo c'era lei:
ancora ignara del turbamento causato da me, rideva con
un uomo alto e barbuto il quale, appena un momento prima,
aveva dichiarato che gli era stata restituita la vista. Il
bambino che teneva in braccio le toccava la faccia e lei senza
abbassare lo sguardo gli prese la manina per stamparvi
un bacio.
Quando l'ondata di silenzio alla fine giunse a lei, guard prima verso Eli, perplessa, e poi, finalmente, verso di me.
Jubilee, dissi, ma mi si chiuse la gola e ne usc solo un
sussurro.
Mi fiss. Attesi un segno di riconoscimento. Adesso si levavano
mormorii dalla folla, ma io non spostai lo sguardo e
Eli non parl. Per tutti quegli anni il ricordo di Jubilee mi era rimasto nella carne delle mani, emblematico di tutto
ci che un tempo avevo sperperato e perduto. Tu la ami? aveva chiesto Eli, e io per tutta risposta gli avevo ustionato
le mani.
Quando infine si mosse lo fece rapida, affidando il bambino
all'uomo con la barba. Spar prima ancora che io potessi
pensare di seguirla. Mentre se ne andava gli altri serrarono
le file, riempiendo lo spazio che lei aveva liberato, poi
la folla si spost bloccandomi il passo, mentre Eli riprendeva
a parlare. Sapevo che, per quanto potessi cercarla, ormai
non potevo pi raggiungerla. Eppure la inseguii. Uscii dal
tendone e corsi fino a che il dolore mi artigli il fianco e
non potei pi correre, finch caddi nell'erba alta al margine della strada. Jubilee. Restai a terra ansimante, a respirare
la polvere e l'aroma amaro delle piante d'assenzio, mentre
le mani mi bruciavano intensamente per la mancanza di
lei. "Ora e sempre", pensai fissando il cielo, vasto e azzurro
e infinitamente vuoto. "Nei secoli dei secoli."
...
.
...
SETE.
...
.
...
La spiaggia  bianca e liscia come la curva di una mezzaluna.
Sono seduta con in mano un bicchiere vuoto, a guardare
le onde che passano la loro lingua sottile lungo la costa.
La luce del tardo pomeriggio sfugge da sotto le nuvole
basse trapassando la superficie dell'acqua, cos da far risplendere
per un attimo le onde prima che lecchino la terraferma
e si scuriscano, inzuppando l'arena pallida e sabbiosa
fino a sparire.
Le mie tre figlie giocano proprio in quel punto, accoccolate
a scavare dove terra e mare si incontrano. Quando le
onde si ritirano, loro scrivono il proprio nome sulla sabbia
bagnata con bastoncini aguzzi, poi si alzano e scappano rincorrendosi
a vicenda tra le risate, silhouette contro il sole.
Da un momento all'altro si fanno di nuovo serie e tornano
a concentrarsi sulla torre che stanno costruendo.  un edificio
complicato e fragile che dalla sabbia si leva pi alto
della bimba minore. Le mie figlie, tutte membra snelle,
guance accese e capelli chiari, decorano la loro creazione
con fiori e conchiglie. Plasmano torrette bizzarre e ponti.
Sono lontane ma sento le loro risate, le voci attutite che si
chiamano a vicenda.
Quando arriva il ragazzino, sulle prime sono troppo impegnate
per notarlo e quando lui si rivolge alla maggiore,
sua compagna di scuola, lei alza lo sguardo sorpresa. Immagino
che arrossisca, trovandoselo davanti, perch ha quell'et
in cui anche i pi normali fra i maschi sono avvolti da
un senso di mistero. E questo ragazzino non ha niente di
banale.  selvatico e ha intuizioni strane e fantasiose. Vive
poco lontano e fin da quando erano piccolissimi hannogiocato insieme. C' sempre stato, una presenza costante
quanto il mare, il sole e la sabbia, ma ora che ha assunto
quelle nuove caratteristiche, all'improvviso le sembra sfuggente.
Ho guardato lei che lo guarda, con la reazione che
ha anche adesso: si tiene a distanza, si sfrega via la sabbia
dalle mani e scuote i capelli che catturano la luce come grano
acerbo, verde e oro. Ha qualche scoperta da farle vedere;
le dice di andare con lui. Le sorelle protestano e lei le
guarda, con il desiderio di restare ma anche il desiderio di
allontanarsi.
Torno subito, promette. Sto via solo un minuto.
Poi scappa via, lasciandole dietro di s, e segue il ragazzo
fino al punto in cui si  arenata una medusa, grossa e traslucida.
Per un momento lei  in due posti contemporaneamente:
da un'occhiata alle sue spalle, alle sorelle e alla magnifica
torre, e poi rivolge l'attenzione a lui e alla sua
scoperta. Ma quando si china per studiare pi da vicino la
medusa, quando inclina il capo e la tocca con cautela,
usando il bordo di una conchiglia, un'onda di marea si
stacca dalle altre, un centinaio di metri al largo, e comincia
a viaggiare aumentando dimensione e velocit. Colpisce la
costa con forza e si allunga ben oltre il bel castello, minandone
le fondamenta. Le mie figlie minori strillano mentre
la schiuma irrompe sotto i ponti, riempie i fossati, allaga il
pianterreno. La maggiore si gira in tempo per vedere il castello
crollare e allora  il suo grido a levarsi sopra le onde.
Torna indietro di corsa ma ormai la loro costruzione - tutta
immaginazione, sole e aria - si  dissolta in polvere.
La delusione le spunta sul viso. Tutt'e tre sospirano prendendo
a calci le rovine. Dopo pochi minuti la maggiore
guarda lungo la spiaggia in direzione del ragazzo con la medusa, ma anche lui  sparito.
Il mio bicchiere  vuoto.  vuota anche la brocca e la cameriera
non  nei paraggi. E come biasimarla? Nessuno si
aspetterebbe che una donna beva cos tanto, cos in fretta.
Persino a me questa sete pare eccessiva e un po' vergognosa,
un segreto da non svelare. Perch  tutta la settimana,
tutto il mese che bevo acqua, tutto il giorno e tutta la notte,eppure questa mia sete sembra solo aumentare. Mi sveglio
la notte con le labbra secche e screpolate, la lingua ruvida e
asciutta contro il palato.
La brocca, di vetro soffiato, oscilla pesante nella mia mano.
Mi fermo sulla porta. Le mie figlie minori stanno ricostruendo
il castello ma la maggiore sta sola in riva al mare,
le braccia conserte, a osservare le onde che le corrono fra i
piedi. Tutto quello che riesco a vedere sul suo viso  un
gran desiderio. Eppure, vista la mia condizione, devo chiedermi
se  questa la verit o se cos appare dalla mia particolare
prospettiva indotta dalla sete.
Mio marito ha delle cose una visione diversa, lo so. Eccolo
che arriva, una mano levata a salutare nell'aria imbiancata
dal sole e la voce come una cascata, e poi i piedi nelle
scarpe di cuoio scuro, perfettamente lucidate, che scendono
la scala fino alla spiaggia. Un uomo determinato, mio
marito, uno importante. Se gli si chiedesse che cosa vede
laggi, darebbe una risposta calma e diretta: tre bambine
con la sabbia che splende bianca sulla loro pelle sana e abbronzata,
che giocano liete sulla spiaggia. E il bambino sarebbe
solo un altro compagno di giochi, un amico cordiale;
la medusa uno studio scientifico; il castello di sabbia costruito
esattamente per poter essere distrutto, la perdita
inerente alla sua costruzione essenziale al piacere della sua
creazione.
S, mio marito  pragmatico, un uomo esperto di calme
valutazioni, di gestione dei disastri, di riduzione delle perdite.  un principe, mio marito, nato per assumere la visuale
pi ampia, per cercare il bene maggiore. Quando venimmo
qui, previde quanto avrei sentito la mancanza della vita
che avevo lasciato e fece ci che poteva per soddisfare desideri
che non avevo neppure cominciato a nutrire. In ogni
stanza trasform due pareti in acquari, dal pavimento al
soffitto, e li riemp delle piante ondeggianti che avevo tanto
amato da piccola, fronde marine e ricci spinosi su un
fondale sabbioso, in alto grandi tartarughe che nuotavano
rivelando la morbida parte inferiore del ventre. Lo fece a
prezzo di un sacrificio, poich lui ama il sole, e come risultato della sua grande gentilezza viviamo in una luce acquosa,
tra colori insieme sbiaditi e resi pi intensi dall'oscurit della casa. Gliene sono stata grata; lo sono ancora. Perch man mano che gli anni passavano e il mio senso di solitudine
aumentava, quelle vasche sono divenute il mio conforto.
Vi ho aggiunto i pesci, a uno a uno, per rincuorarmi. Li ho
collezionati, in un'abbagliante gamma di forme e colori, le
loro squame cos luminose, gli occhi gialli vacui e perplessi.
Nel tornare alla veranda mi fermo davanti alle due pareti
di vetro a guardare i colpi di coda, gli sguardi laterali e incerti
di questi pesci. Che piacere: l'acqua in una brocca e il
vetro, liscio e pesante tra le mani, e tutto collegato a catena. Questa brocca una volta era essa stessa sabbia, incendiata e quindi trasformata. Anche questi pesci hanno visto la propria
vita completamente alterata. Sono perplessi e timorosi,
e anche ora diffidano di me. Un movimento improvviso e
	sfrecciano via, cercando rifugio nell'ombra. Ma io mi muovo
lentamente e quando me ne vado  un raggio di sole a
spaventarli e farli disperdere, andando a sbattere contro il
vetro nella fretta di fuggire. Sulla spiaggia, mio marito si  tolto scarpe e calze e si  arrotolato i calzoni fino al ginocchio per contribuire al castello.
Ci sta accoccolato davanti, le belle dita dei piedi affondate nella sabbia fresca e bagnata.  una cosa che approva,
il costruire con uno scopo, la terra attaccata alle mani delle nostre figlie. Si appoggia sui talloni, riflettendo, e avanza suggerimenti per un fossato pi largo e profondo, un ponte levatoio. Si mettono al lavoro. Anche la pi grande si unisce a loro,
ravviandosi i lunghi capelli bagnati dietro l'orecchio. Io
verso un bicchiere d'acqua e poi un altro, guardando mio
marito, cos concentrato e industrioso, cos serio e impegnato:
esercita autorit e dispensa le sue idee con mano ferma
e giudiziosa.
Forse l'unica occasione in cui si  abbandonato completamente  stato il giorno in cui mi ha visto per la prima volta.
Ero in piedi sulla spiaggia, con l'acqua che mi ruscellava
dai capelli, di un verde scuro e sconcertante. Le mie gambeerano bianche come ossi su quella sabbia pi bianca, i miei
piedi dei pesi che avevo trascinato per qualche centimetro
e poi lasciato cadere. Ricordo che mi girava la testa nel sentire
la pressione della sabbia fra le dita, il vento che saliva
sotto la gonna improvvisata, a toccarmi le cosce e la morbida
pelle nuova tra le gambe.
Ricordo che rimasi immobile, a guardare. Quell'uomo
era da settimane il mio grande desiderio. E alla fine, per
appagare quello struggimento, mi ero trasformata lasciandomi
tutto alle spalle per seguirlo. Sebbene non mi avesse
mai visto mi conosceva, perch avevo cantato per lui dal
punto in cui galleggiavo sulla superficie dell'acqua o aderivo
come le alghe agli interstizi degli scogli. L'avevo visto girarsi,
sorpreso, a cercare l'origine del mio canto, delicato
come il vento nei suoi orecchi, spettrale come la luce catturata
da un gioiello. Il fuoco in una pietra, una voce nel mare.
Il canto delle sirene ti brucia dentro, di una felicit cos grande da sembrare dolore, e quando quei canti s'interrompono,
la loro assenza  vasta e ancora pi dolorosa, come
se avessi respirato un cielo senza stelle. Il suo bel viso si
fece scavato per il desiderio. E allora io, ancora poco pi che bambina, decisi. In quei giorni non capivo il concetto
di esilio. Ero abbastanza giovane da credere che fosse possibile
mettere da parte il proprio passato. Possibile lasciare
un mondo, eppure tenerlo vivo nel proprio cuore. Non
avevo mai immaginato di poter rimpiangere ci che avevo
sempre avuto e dunque, quando alzando lo sguardo dai
miei piedi, cos nuovi e stranamente pallidi, lo trovai che
mi osservava stupefatto e quasi disgustato dalle mie onde di
capelli verdi, dal mio modo di camminare come un pesce
gettato sulla terraferma, aprii la bocca e ancora una volta
cantai per lui.
Adesso la marea sta salendo e le onde battono pi forte.
Un nuovo castello si leva da terra. La mia figlia maggiore si
ferma, arricciando i piedi nella sabbia bagnata, a guardare
verso il punto della spiaggia dove prima il ragazzo l'aveva
attirata.
Sta imparando ora quel che io ci ho messo anni a capire:che c' sempre un prezzo, che il passato pu essere trasformato
ma non annullato. Io, per molti anni, ho creduto che
fosse possibile. Se la mia vita precedente era finita, be', c'erano
altre distrazioni, il perpetuo miracolo delle gambe, e i
miracoli che fra quelle gambe avvenivano. In quei giorni
potevo attraversare la stanza per raggiungere mio marito,
magari assorto in qualche affare di stato. Potevo sussurrargli
il mare all'orecchio e abbagliarlo con il ricordo della luce
splendente sulla superficie dell'acqua. Un tocco della
mia mano e lui alzava lo sguardo su di me, con gli occhi
nocciola che per il desiderio si scurivano diventando quasi
verdi. Io non mi ero mai sognata, mai mi ero immaginata
che rinunciando al mare avrei scoperto questo, che le gambe
fossero simili ad ali, destinate a librarsi, ad aprirsi e a riportarmi
a ci che avevo amato e abbandonato. Quando mi
svegliavo, dopo, e sentivo l'onda passare attraverso la casa,
tremare nella mia carne, vivevo in entrambi i luoghi ed ero
felice.
Che cos' cambiato? Non so dirlo con esattezza. Forse 
cominciato con la nascita delle mie figlie. In un flusso di sale
e di sangue ognuna di esse ha fatto il suo ingresso nel
mondo. Viscide come pesciolini, le ho prese fra le braccia e
le ho guardate respirare. E in quei primi momenti, vedendo
quanto era facile per loro vivere in questo posto, quanto
ne facevano parte, mi sono resa conto che il mio mondo
era una cosa che non avrebbero mai conosciuto, la mia lingua
un idioma che non avrebbero mai parlato. A pochi i giorni dalla nascita, sola sulla spiaggia al crepuscolo, ho messo le mie neonate nell'acqua per vedere se sapevano cosa fare. E lo sapevano: l'una dopo l'altra, hanno nuotato come avevano nuotato dentro di me, un riflesso sicuro come il respirare. Ma, l'una dopo l'altra, hanno dimenticato. Facevo quotidianamente la prova: un giorno lo sapevano, il giorno dopo non lo sapevano pi. E poi imparavano a camminare e a correre, e facevano un gioco con le onde, un gioco il cui scopo era evitare il contatto con l'acqua.
.
E cos cominci a succedere che di notte lasciassi mio marito a sognare per andare ad affacciarmi alla ringhieradel balcone, sporgendomi quanto il mio corpo lo consentiva senza cadere. Oppure, in quei giorni tetri in cui litigavamo
o lui era in viaggio, vagabondavo fino al margine dell'acqua;
entravo e lasciavo che le onde mi leccassero le
caviglie, il retro delle ginocchia, la pelle morbida delle cosce,
finch le gonne non s'inzuppavano e capivo che, se
avessi fatto un altro passo, non mi sarei pi fermata. In quei
momenti chiudevo gli occhi e inspiravo profondamente l'aria
salata. Immaginavo mio marito, e quando la sua immagine
si presentava avvolta dalla rabbia o dall'indifferenza
quotidiana che a volte ha la meglio su tutti gli esseri umani,
per quanto buoni e bravi possano essere, allora pensavo subito
intensamente alle mie figlie, alle mie tre bambine dalle
onde di capelli chiari e scuri che si infrangevano sul collo,
dai piccoli orecchi perfetti a forma di conchiglia. Le mie
figlie che erano nate per camminare sulla terraferma.
Allora pensavo che non avrei mai potuto lasciarle.
Eppure il desiderio si crea dal nulla, dall'aria. Nel cercare
proiettiamo una luce e le ombre si levano attorno a noi,
sfuggenti, eppure con un centro massiccio come sbarre
d'acciaio. Alla fine, siamo definiti da ci cui aspiriamo. Siamo
ingabbiati dai nostri desideri. Finch, nel tentativo di
realizzarli, non orientiamo la lampada sulla sabbia nera e invisibile,
e spalanchiamo le braccia ad accogliere perdita e mai, e ci concediamo completamente a quella notte.
O cos, in ogni caso,  per me. Mio marito pianta una
bandierina sulla torre pi alta, le mie figlie ridono e su un
certo confine, lontano e nascosto, l'impensabile si fonde
con l'irrevocabile.
Indietreggio nella luce fresca e acquosa della casa, dove i
pesci nuotano nelle pareti e dove l'aria  azzurra, cos sfumata.
Vado al buffet dov' riposta la cristalleria e tiro fuori i
bicchieri dai bordi sottili come carta. Una notte della settimana
scorsa, mentre bevevo un bicchiere d'acqua dopo
l'altro senza smettere di volerne ancora, terrorizzata dai
miei stessi desideri oscuri, mi sono messa a piangere. Quando
una lacrima mi  caduta sulla lingua, per un attimo la
mia grande sete  stata appagata. Allora ho capito. Sonocorsa all'oceano. Come una persona sul punto di morire di
sete, ho affondato le labbra nella superficie dell'acqua e ho
bevuto. Ho bevuto cos a fondo e per tanto tempo che mi
sono rialzata tossendo, mentre il sale mi pervadeva come
un vento.
Ovviamente mi sono imposta di smettere. Una donna
non pu vivere di sale. Ma per tutta la settimana ho sognato
questo decanter dalle incisioni delicate, che ho riempito di
acqua di mare, solo per sapere di averla accanto. E adesso
non riesco a fermarmi, n voglio farlo. Riempio tutti e otto
i bicchieri e bevo da ognuno di essi, lentamente, con grande
cura e determinazione. Immagino il sale che s'insinua
nella mia carne, cristallizzando ogni cellula. Immagino il
mio sangue che si addensa e poi si ferma, finch sar una
statua di sale, una donna immobilizzata da viva. Immagino
che allora basterebbe un tocco a mandarmi in frantumi e
penso al mio cuore, cos complesso nelle sue molteplici cavit,
diventato vuoto e slavato come una conchiglia.
Bevo e da quel momento in poi attraverso fluida le giornate,
nascondendo acqua dappertutto. Nelle caraffe termiche
sul buffet, in vecchie bottiglie infilate dentro i miei cassetti.
La mattina mi sveglio e mi dirigo barcollando in
bagno, dove apro entrambi i rubinetti. Schermata dallo
scrosciare dell'acqua, bevo da una bottiglia riciclata che
contiene il mare. Mi riinfilo nel letto prima che mio marito si svegli: quando si gira per baciarmi, mi lecca le labbra e
mormora che so di oceano. La sua lingua  muscolosa mentre
si muove come un pesce nella mia bocca, carezzando
tutte quelle curve oscure, quella ondulata grotta di carne,
con il suo alto tetto arcuato e per pietre denti di corallo.
Sospiro una canzone sulla lingua e mi sollevo sopra di lui
come un'onda. E per un po' la mia sete sparisce, e cos la
sua.
E un uomo molto impegnato e non nota il momento in
cui, a poco a poco, comincio a cambiare. Sembri pallida,
dice una sera. Ti sei truccata troppo? Se mi tocco le labbra,
la mano resta striata di bianco. Sale. Mi lecco piano la
punta delle dita, a una a una. In bagno stringo le palpebreper scrutarmi, queste fluide onde di capelli, gli occhi verde
scuro, tutto familiare eppure a me estraneo. E poi si sentono
dei passi sulle scale e fanno irruzione le mie figlie, vocianti,
i ditini che si muovono come anemoni di mare toccandomi
e pizzicandomi i vestiti mentre chiacchierano. Mi
hanno portato dei regali: conchiglie, corallo liscio, ossuti
gusci di granchio, esotiche spirali zebrate. Con le mani lisce
mi sfiorano la carne, cos secca che temo si sbricioli al
loro tocco.
Senti, mamma, dicono, e mi accostano le conchiglie all'orecchio.
Senti il mare.
I giorni passano cos. Dalla mia pelle comincia a spargersi
il sale. Quando cammino cadono bianchi cristalli che finiscono sul prato, bruciando l'erba sotto i miei piedi. Sulterreno appaiono dei sentieri, cos che qualunque osservatore
potrebbe vedere il mio cammino, dove corro e dove
mi soffermo, i fiori appassiti che ho toccato.
 spaventoso ci che sta accadendo. Ieri ho morsicato un pezzo di pane e due denti posteriori si sono frantumati in
polvere, la gioia amara del sale. Eppure non smetto di bere. Non posso.
Una notte mio marito, rientrando tardi, mi tocca la spalla
entrando nel letto. A questo punto mi fa male anche respirare,
quindi trattengo il fiato. Potrebbe succedere di tutto:
forse i polmoni si sbricioleranno. Forse mi dissolver al
bacio che mi posa sulla guancia. Ma nulla cambia. Ascolto il
suo respiro tranquillo mentre scivola nel sonno. Poi scendo
al pianterreno e mi fermo davanti ai muri dei pesci, illuminati.
All'inizio io lo travolgevo come un'onda, gli sussurravo
il mio canto negli orecchi, ero l'incarnazione del mare. All'inizio
non tollerava di stare senza il mio sale, senza il mio
ritmo regolare. Io aderivo forte a lui e mi distendevo per
farlo riposare, i miei seni si alzavano come onde contro la
sua pelle e si ritiravano e si rialzavano.
Ma gradualmente i suoi occhi cominciarono a vagare verso
un'altra, cos rigogliosa e tonda che sembrava scolpita
nel terreno. I miei capelli, tanto verdi e pieni di luce, all'improvviso
erano troppo familiari. Il mio sapore era diventato stantio. Ci che voleva non potevo darglielo: una
carne non cedevole, un amplesso pieno di frizioni e resistenze.
Bramava donne dai piedi nudi color della terra,
piantate cos solidamente nel terreno che fra i loro capelli
il vento si muoveva come tra le foglie. Donne dalle mani come
morbidi rami, donne che restavano radicate in un posto
in attesa che lui arrivasse, che carezzasse la delicata corteccia
bianca di quei polpacci e delle cosce, cos flessibili.
Ripetute volte and da loro, spinto dalla nostalgia per la
terra.
Io lo seguivo, silenziosa come la pioggia, appena visibile
come una foschia. E dopo un po', quando non ne potevo
pi, mi alzavo dal terreno intorno a quelle donne e le abbracciavo
con il mare.
Restavano strabiliate dalla trasformazione che ne derivava.
Si vede che sono ancora perplesse, gli occhi gialli che
luccicano guardando da tutti i lati dell'acquario, come se
potessero comprendere un mistero sfuggente. Sbattono la
coda, si voltano. Con le dita tocco il vetro fresco e immagino
la sensazione delle squame che sfregano leggermente
contro la pelle, dell'acqua di mare dentro di s. Sono oltre
la sua portata, ormai, non gli interessano pi, ma non ne ricavo
soddisfazione. Le guardo respirare, con le squame iridate
che si muovono piano a ogni spostamento delle branchie,
e le invidio.
Torno a letto portando con me una fiaschetta d'argento.
Quando la accosto alle labbra cattura la luce, piccoli luccichii
in quel buio. Pi tardi, quando comincia il dolore,  su
questa luce che mi concentro, queste schegge e scintille. Il dolore  intenso come quello del parto, ma non localizzato.
 ovunque, sempre. Arriva a ondate e si butta contro di me,
che serro i pugni per resistergli. Dura tutta la notte, dolore
che mi inchioda immobile al letto, dolore che mi trasforma in molecole di pietra.
A un certo punto, appena prima dell'alba, cessa rapidamente
com' iniziato. Dormo, e svegliandomi scorgo stretti raggi di sole sul pavimento,
un letto pieno di sale. Quando sollevo le mani,con precauzione per evitare che si stacchino e vadano in
frantumi, vedo che le mie dita sono rosee come l'interno
delle conchiglie. Mio marito si sveglia e tocca le incrostazioni
di sale nel letto. Mi guarda, tentando di sondare questo
nuovo mistero. Come stai? domanda. Hai dormito bene?
e mi passa una mano fra i capelli.
Sto bene, dico, alzandomi per vedere se  vero. Benissimo.
Quando
mi trovo in piedi, le mie gambe sono forti, solide
e agili e mi portano dall'altra parte della stanza. La sete
 completamente sparita. Nello specchio persino i capelli
sembrano avere una vita nuova. Comincio a pettinarli pigramente.
Il dolore  stato cos intenso che mi sembra di
dover essere trasformata in modo visibile, ma non c' nulla.
Soltanto il sole che entra obliquo dalla finestra e mio marito
che fischietta in bagno, con l'acqua che scorre. Rifletto.
Che cos' il dolore? Qualcosa come passare lentamente attraverso
un vetro. Straziante, eppure trasparente nel ricordo,
un velo traslucido fra prima e dopo, eppure privo di sostanza
in s. Penso alle mie figlie, addormentate, e sollevo
le braccia per raccogliermi i capelli.
 allora che me ne accorgo. I morbidi lembi di pelle, come
minuscole ali sotto le ascelle, carne elastica che si alza
e ricade e si alza di nuovo a ogni respiro. Dalla vita mi passo
le dita sulle creste ossute delle costole fino a sentire il
bordo smussato sotto l'ala. Inspiro profondamente e oscilla.
Infilo il dito dentro il bordo, sento il flusso d'aria. E capisco.
.
Il pettine casca sulle piastrelle. Lascio mio marito in bagno,
che si spruzza e comincia la giornata canticchiando.  presto. Sotto i miei piedi gli scalini sono ancora freschi.
Passo oltre le porte aperte delle camere delle mie figlie, ancora
sdraiate a dormire tranquille, in pace, con le braccia
allargate, il terriccio sotto le unghie. Passo attraverso l'atrio
poco illuminato, accanto ai pesci dagli occhi gialli che nuotano
nel muro. Il pavimento fresco sotto i piedi e poi la sabbia,
calda. Le onde mi circondano le caviglie. Acqua fino alle
caviglie, alle cosce, che leccando si fa strada fra le mierobuste gambe umane. E contnuo a camminare. Acqua fra
i seni, una lingua sul collo, che sale fino ai lobi degli orecchi.
Getto i capelli all'indietro a galleggiare come alghe,
dorati e verdi. Onde in bocca, nel naso, a riempirmi i polmoni.
E perch no, penso, visto che quando le mie figlie
crescevano dentro di me hanno avuto le branchie, prima di
qualsiasi altra cosa tranne cuore e spina dorsale. Questa facolt
una volta era dentro di noi, si tratta solo di ricordare.
Mi tuffo sempre pi in profondit. Quando riemergo il
sole  alto, fa un riverbero bianco sulla spiaggia dove la mia
famiglia si  riunita. Li vedo da lontano, la sabbia sparsa sui
piedi caldi e le lunghe gambe delle mie figlie, i loro capelli
che si muovono nella brezza come grano giovane. Vedo anche
mio marito, il viso rabbuiato dal dolore e scavato come
uno scoglio. Guarda impotente nella mia direzione ma il
verde dei miei capelli, il bianco della pelle mi fanno apparire,
da dove si trova, come se fossi solo un'altra onda. Non
sono preoccupata per lui. Sar colpito dal lutto, ma  un
uomo determinato. Tra pochi giorni entrer in azione e
tutto ci che mi apparteneva sparir. Uscir di casa barcollando
sotto il peso delle vasche di metallo per liberare i pesci
nell'acqua bassa, e rester esterrefatto - strabiliato e
inorridito insieme - mentre si contorcono sulla sabbia bagnata,
saltando da un fianco all'altro in un'agonia di privazione,
e poi si girano a guardarlo con occhi stupiti, i loro
occhi umani, le membra luccicanti al sole. Si alzeranno in
piedi, nude e tremanti, ma il suo sguardo vagher dietro di
loro, verso il mare.
.
Le mie tre figlie cercano ora quello che cercheranno per sempre, schermandosi gli occhi dal sole. La loro nostalgia viagger lontano sull'acqua e mi si gonfier in gola come un cielo buio. Di notte si riscuoteranno dai sogni, inquiete eppure placate, convinte di aver udito la mia voce levarsi dal mare. Indugio qui a godermi la loro vista, ma non torner. Le onde si precipitano contro la costa, un momento, la sabbia si sposta sotto la loro forza, un momento dopo, e io sono il fuoco nello smeraldo, la luce dietro le nuvole, sono questo canto.
...
.
...
SUCCO DI CIELO.
...
.
...
Lascia dunque che ti racconti come inizi: il mio unico fratello attir l'ira del cielo e incapp in un incontro fatale con una mucca.
La prima volta che raccontai questa storia il mio ascoltatore scoppi a ridere. Non vedeva il grande dolore che portavo con me, brutto e sgraziato, una pentola d'argilla piena d'acqua, un peso perenne. E quindi si mise a ridere, gli occhi azzurri che quasi sparivano nel viso allegro. I suoi denti, bianchi e dritti come ossicini, luccicavano. Smisi di parlare. Persino l, in quel posto, ero rimasta stupefatta. Ma mi avevano preparato bene, e il sorriso non lasci mai le mie labbra.
.
Una mucca, disse, sempre ridendo. Incredibile.
No, replicai, ritirando la mano. Questa storia  la verit.
Non devi ridere della memoria di mio fratello.
Lui fin la birra e con un gesto ne ordin un'altra. Poi mi
cattur di nuovo la mano. Come vuoi tu, tesoro. Era un uomo gioviale, tondo e di buon carattere, e per provare la
sua sincerit mi strizz le dita. Tuttavia, dall'altro capo della
stanza occhi attenti mi lanciavano sguardi che mi sfioravano
la pelle come zampe di mosca. Avvicinai la seggiola, feci
un sorriso all'uomo. Conoscevo le regole. Ma non riuscivo
a frenare la lingua.
Mio fratello, cominciai, e tali erano i ricordi che non
diedi retta alla riluttanza sul viso dell'uomo tondo. Gli raccontai
di mio fratello da piccolo, con i capelli folti che cadevano
piatti sulla liscia pelle scura, le dita lunghe che mi
tiravano il braccio finch non lo seguivo. Quando pioveva
andavamo fuori, a dare la caccia ai polli fino a che nonscappavano nel terreno asciutto sotto la casa. Mia madre veniva
alla finestra a metterci in guardia contro le febbri ma
lui restava fuori e io restavo con lui. Durante un monsone, molti anni fa, ci strappammo di dosso tutti i vestiti e corremmo nudi in mezzo all'acqua che cadeva, cercando di
prendere la pioggia con la bocca. Succo di cielo, la chiamava
mio fratello. Il cielo era pieno di frutta d'acqua, un frutto
rigoglioso il cui succo stillava attraverso le nuvole e cadeva
fino a noi. Il succo di cielo ci sgocciolava addosso, scivolava
fresco sulla nostra lingua, scorreva in ruscelli sulle braccia e
le gambe. Mia madre chiamava con pi insistenza, al caldo
nel suo vestito asciutto, mettendoci in guardia, ma non ci
ammalavamo mai.
E c' di pi: quando cadde nel fiume in piena, nell'acqua
profonda che lo trasport a valle superando due villaggi,
fin dentro il lungo tubo che conduceva al mare, mio fratello
non affog. Rote nella schiuma, urt rane gonfie e
carogne di uccelli, si spel le mani su pezzi di legno che
prendevano velocit ma non affog, e questo ci riemp tutti
di un religioso stupore, perch non aveva mai imparato a
nuotare.
Ricordando questo miracolo, festeggiato nel mio villaggio
da cento candele accese, dimenticai dove mi trovavo.
Parlai come in sogno e dissi allo sconosciuto che a volte
pensavo che mio fratello fosse un santo.
L'uomo pos la birra senza aver bevuto e mi guard. Io
arrossii, perch in quel posto sembravamo qualcosa che
non eravamo. Portavo un abito di seta chiara con un alto
colletto alla coreana, la stoffa azzurra tagliata in modo da
rivelare le spalle dalla pelle come petali. A quei tempi i capelli
mi arrivavano quasi alle ginocchia. Non li avevo mai
tagliati. Ogni mattina passavo ore ad acconciarli in pettinature
elaborate con ornamenti di metallo e cascate di fiori,
come usava fare per i matrimoni. Assomigliavo a una sposa,
ma naturalmente non lo ero. La stanza era piena di fumo e
odore di champagne e di sopra c'erano altre stanze, piccole
o grandi, semplici od opulente, a seconda del portafogli
degli uomini. Le altre ragazze ci scherzavano su e indicevano un concorso per vedere chi sarebbe stata la prima a essere
portata in ciascuna stanza. Io ridevo con loro, in quei
giorni, e scommettevo su una ragazza di nome Nangka che
era insieme molto bella e sfrontata, e che veniva sempre
scelta. Eravamo come operaie in fabbrica, o ragazze ricche
e sognanti, alla ricerca di un sollievo al lungo tedio delle
nostre giornate. Somigliavamo a molte cose, ma ovviamente
eravamo solo una. Ecco ci che l'uomo accanto a me sapeva
dall'inizio.
Un santo, disse. Ma pensa un po'.
Si sporse verso di me tanto che avvertii il suo respiro. La
sua mano mi accarezz il collo e si chiuse sulla catenina,
che sollev cos lentamente da farmi percepire ogni anellino
sulla pelle. E poi apparve la piccola croce, d'oro puro,
pendente dalle estremit nodose delle sue mani. Adesso
aveva una luce canzonatoria negli occhi, e io all'improvviso
ebbi paura.
Sei un uomo religioso? domandai.
Oh, s, rispose.
Davvero? Cercai di carezzargli il polso ma lui mi respinse.
Sentii le zampe di mosca danzarmi di nuovo sul collo.
S, conferm. E scommetto che anche tu preghi, vero?
In ginocchio tutto il tempo, ci scommetto. Per cosa preghi,
tesoro?
Mi vennero in mente tante bugie, tutte pericolose. E mi
venne in mente mia madre, che mi pizzicava il braccio dicendo
che la mia lingua un giorno mi avrebbe messo in
grossi guai. Allora lo guardai negli occhi e gli dissi la semplice
verit.
Prego di poter andar via da questo posto, dissi. Prego
di essere perdonata per questi peccati.
La sua mano attoceigli la catenina. Pensai che volesse
romperla. Invece, all'improvviso, la lasci andare. L'uomo
di cui tutte avevamo paura era in piedi accanto a me e stava
massaggiando il punto del mio collo dove avevo sentito il
suo sguardo da insetto, le zampette insistenti del suo potere
e della sua lussuria. Questa qui, disse all'uomo, sta facendo
la brava con te, vero? Le sue dita mi premevano ilcollo in modo che dovetti chinare il capo, come in atto di
supplica, o di preghiera. I rumori del bar, le voci, i vetri rotti
si fecero pi vicini. Fra un suono e l'altro udii l'uomo rispondere,
sentii gli orli taglienti del suo sorriso.
Questa qui? disse. Come no,  proprio una santarellina.
I santi esistono, li ho visti, appesi sulle alte pareti della
chiesa del distretto, pieni di luce e di tormento. Hanno
una liscia pelle di pietra, dita sottili incurvate e levate al
cielo, lacrime di vetro sulle guance fredde come terreno di
montagna. Ogni anno andavamo a guardarli uscire, trasportati
all'antica maniera, su portantine con il baldacchino.
Ondeggiavano innalzandosi al di sopra delle vie cittadine
illuminate dalle torce. Gli uomini che li sostenevano
erano nascosti sotto, coperti da pieghe di velluto, in modo
che i santi, tremando contro un cielo fumoso, si girassero
e sembrassero muoversi da soli. Le suore si agitavano come
uccelli neri e ci tenevano a distanza. Non toccate, sussurravano.
Pregate, pregate, perch oggi quelle lacrime sono
vere.
I santi esistono, e quando mio fratello mor pregai di essere
come loro, di essere una donna salvata dalla propria vita,
assunta in cielo su un tenue raggio di luce, lasciando indietro
il mio corpo, un grazioso involucro di conchiglie,
pietra e vetro. Pregai giorno dopo giorno fino ad avere le
ginocchia ruvide, le dita intirizzite, e mi stufai dei santi.
Una sera uscii dalla chiesa e andai dalla saggia del nostro
villaggio, che sapeva vedere il futuro. Mi port a casa sua e
mi strofin le palme delle mani con la cenere. Non avevo
lacrime o, se ne avevo, a quel punto si erano solidificate
dentro di me. Il guaio in cui mi trovavo, vedete, era molto
grave. Mia madre era morta, dopo aver preso la febbre che
sembrava sempre presagire attorno a noi. Mio fratello aveva
usato i nostri pochi risparmi per comprare una moto.
Giuro che non era per vanit o avidit. Avevamo un progetto.
Mio fratello avrebbe consegnato uova e verdure allagente del villaggio. Io avrei imparato a tessere. Avremmo
messo da parte i soldi e, quando fossi stata pronta, avremmo
comprato un telaio. Eravamo tanto giovani e non riuscivamo
a immaginare nulla che potesse impedirci di realizzare
i nostri sogni.
Vi dico che non fu orgoglio, almeno all'inizio, ma quel
giorno in cui mor, credo che mio fratello sia stato sopraffatto
dalla velocit, dalla forza del vento nei capelli.  questo
che immagino. Guidava tanto forte che gli vennero le
lacrime agli occhi. Volt la testa solo un attimo, per asciugarsele,
per vedere se qualcuno lo osservava, e quando
torn a guardare avanti era troppo tardi, si stava gi sollevando
da terra. La mucca strepit, lui la ud mentre si alzava
sopra la strada per finire nel fiume in secca, ormai vuoto,
duro come cemento sotto il sole a picco. La moto and avanti, da sola, e alla fine si schiant contro un albero. La
mucca rimase per tre settimane nel punto in cui era morta.
Vidi il suo corpo gonfiarsi, un pallone di pelle tesa contro
la puzza di morte, e poi, ancora pi avanti, avvizzito fino all'osso.
Mio fratello era atterrato sulla testa. Quando me lo
portarono gli usciva sangue dagli orecchi. Mor nel giro di
un giorno.
Ormai sapevo cosa doveva succedermi. Il costo del funerale,
la mucca da risarcire, la moto ridotta a un ammasso
contorto di metallo lucente. Ero giovane, ma adesso nessuno
del villaggio mi avrebbe pi sposata: una ragazza dalla
malasorte, gravata di debiti e lutto. Lo sapeva anche la vecchia
saggia. Mi guard le mani grigie di cenere, scuotendo
la testa a quel che vedeva. Dolore e freddo. A quel punto
rabbrividii, pensando alla morte, ma lei disse no, niente
morte, solo freddo. Mi disse che esistevano luoghi dove fa
tanto freddo che per mesi non piove.
Non piove, ripetei.
Quello che scende dal cielo cade a terra come polvere,
disse. Io non l'ho visto, ma so che il freddo  tale da bruciare
come il fuoco. Devi essere forte. Ti vedo in questo luogo.
Devi prepararti.
Non mi disse di pi. Le sue dita, macchiate di marronedalle erbe, riposero in una borsetta di stoffa le cose di cui
avrei avuto bisogno. Oggetti di protezione, medicine per
rendermi invincibile, con una barriera intorno a me che
non lasciasse entrare nulla. Mi domand se sapevo che cosa
aspettarmi e mi avvis che la prima volta faceva male, ma
da molti era considerata preziosa. Poi mi diede il nome dell'uomo
e l'indirizzo del posto.
Va' da lui, disse. Non  gentile, ma i suoi li protegge.

Doveva saperlo, quando mi mand da lui. Doveva averlo
visto.
Mi misero in una stanzetta bianca e per molte ore rimasi
sola. Una volta tentai di uscire ma poi mi presero i vestiti e
mi riportarono l. Una porta. Una finestra. Un letto singolo.
Niente cibo, per ore e ore, soltanto un lavandino. Bevvi
acqua fino a che non immaginai me stessa tutta pulita dentro.
Seduta accanto alla finestra aperta a fissare il piatto
muro grigio di un altro edificio, bevevo e piangevo per mio
fratello e per mia madre e per me stessa. Poi chiusi gli occhi
e tentai di immaginarli, tentai di raggiungerli. A quel
punto ero sparita anch'io. Mi ero librata in volo, a met strada verso un altro mondo.
Poi arrivarono gli uomini. Io restai immobile, da qualche
parte fuori di me, a guardarli dallo spazio vuoto. E cos non
fu doloroso. Non gridai, non persi sangue. Vennero altri
uomini e altri ancora, e io ero cos lontana, cos distante e
cos fredda, che non li contai e non notai nemmeno in che
cosa fossero diversi l'uno dall'altro. Il mattino seguente mi
assegnarono una stanza nuova, la stanza in cui avrei vissuto.
L c'erano altre due ragazze. L'una, una donna alta che si
metteva un rossetto scarlatto, aveva un'ossatura forte, i capelli
tagliati all'altezza delle spalle e tirati indietro in un'acconciatura
severa. Nangka. L'altra si chiamava Dahlia; era
sottile e pallida e aveva i capelli pi lunghi dei miei.
Gi qui, disse Dahlia quando entrai. Era contrariata; in
tre eravamo troppe per quella stanza. Nangka volse le spalle
allo specchio e cammin verso di me. Mi tenne il mentocon le sue lunghe dita, le sue dure unghie laccate. Mi esamin
le braccia.
Niente lividi, dichiar, lasciando cadere il mio braccio
con disgusto. Non ha opposto resistenza.
E a che cosa servirebbe? domand Dahlia, gi annoiata.
A che cosa servirebbe opporre resistenza?
Io mi tenevo in disparte, e a loro non ero simpatica.  vero
che contribuivo agli scherzi, partecipavo alle scommesse,
ma dentro mi sentivo separata in un luogo puro, un'arroganza
silenziosa, e mi odiavano per questo. La pallida
Dahlia mi ignorava, la prepotente Nangka era il mio tormento.
Accumulava vasetti e lozioni sul mio comodino e,
se mi lamentavo, mi affondava le dita nelle braccia. Aveva
unghie colorate, affilate come rasoi, rosse come il sangue
che mi faceva sgorgare. A che cosa servirebbe, diceva
prendendomi in giro, opporre resistenza?
Avevamo tre muri bianchi, tre letti in fila, un comodino
accanto a ogni letto e un armadio per i vestiti. I nostri vestiti
da lavoro. Colorati, come piume di volatili o squame di
pesce pappagallo. Serici, cos che, indossati, sembravano
una seconda pelle, caldi contro la carne, un lusso. Li lavavamo
per togliere i segni di rossetto, l'odore di fumo. A colpi
di ferro da stiro eliminavamo le pieghe lasciate da mani sudate,
le tracce di cocktail rovesciati. Era di giorno, che si lavava.
Ci facevamo i capelli a vicenda, confrontando la pazzia
degli uomini. Quello che volevano farci dire, quello che ci chiedevano di fare. Per mai, mai quello che dicevamo
noi. Quello che facevamo noi. Io parlavo, e dalla parte pi
pura del mio cervello mi udivo parlare. Nangka era rozza e
rauca, parlava come la citt da cui veniva, una voce piena di
fumi soffocanti e suoni inattesi, selvatici. Dahlia era come
me, una tranquilla ragazza, di campagna. Non parlavamo
del passato, ma questo di lei l'avevo capito. Riconoscevo le
sue esitazioni, capivo il suo silenzio.
Un giorno, dopo tre mesi dal mio arrivo, Nangka mi stava
facendo i capelli, raccogliendoli sopra la testa e infilzandoli
con spilloni simili a pugnali. Dahlia si muoveva per la
stanza, entrando e uscendo dal campo visivo dello spec!'	chio. Quel mattino il cielo era limpido, il sole si spostava in un quadrato sul pavimento e io, lontana dentro me stessa,
'	ero quasi contenta. La notte era un futuro lontano. La mia pelle era pulita.
Poi sentii Dahlia ridere. Mi girai e la vidi con il mio pacchetto della saggia del villaggio, che mi aveva preso dal cassetto.
Io naturalmente avevo imparato a prendere altre precauzioni.
Le ragazze parlano fra loro. Quei rimedi li avevo
riposti senza usarli. Tuttavia mi infuriai nel vederli fra le sue
mani sottili. La mia voce si lev alta e scesi da quel luogo
puro in cui avevo vissuto.
Dammelo, intimai. Non  roba tua. Ma l'aveva gi aperto.
Ah, disse estraendo un incarto di erbe, cos'ho trovato?
Lo lanci a Nangka, che lasci andare i miei capelli e
lo prese al volo, facendo cadere i semi secchi dalla carta
fragile.
Mio Dio, comment, sei un'idiota, una scema di campagna,
se ti affidi a questa roba.
Quindi Dahlia tir fuori la mia collana con la croce e il
medaglione. Erano appartenuti a mia madre ed erano le
uniche cose di famiglia che mi fossero rimaste. Non lo capivo,
perch mi odiasse tanto. Eravamo uguali. Ma poi compresi:
era proprio quella la ragione.
	Un innamorato? disse ballando per la stanza con il medaglione aperto. Salt sul mio letto e cominci a fare un rumore di baci. Uno che speri di sposare?
Mio fratello, dissi. Era la mia voce, lo stavo dicendo io,
e il suono della mia voce mi fece cadere dal luogo puro per
sempre. Ecco, ero l. Ero in quella stanza. Mio fratello, ripetei.
 morto.
Ah davvero, cominci lei, ma Nangka le rivolse subito
contro la sua voce, la cacci dalla stanza con parole pesanti
come pietre. Poi torn a rivolgersi a me e mi pos la mano
sulla spalla. Ci guardammo nello specchio. Anch'io avevo
un fratello, disse.Se avete avuto un fratello e poi l'avete perduto, comprenderete
quale specie di legame ci un da quel momento. Nascoste
negli angoli illuminati di quel posto, le teste vicine,
chine sul bucato e i rossetti o ad acconciare le complicate
trecce dei miei capelli, parlavamo. Nangka mi raccont di
una vita di citt che non avevo mai immaginato, di giorni
senza erba o acqua che scorreva, di un padre che aveva picchiato
il fratello di lei finch non era scappato per arruolarsi
nell'esercito. Aveva solo diciassette anni quando lo avevano
mandato verso le insurrezioni di un'altra isola, verso
una chiesa di paese e una baionetta che gli aveva trapassato
il fegato. Quando parl di lui fu in una voce bassa e piatta
che non attendeva risposta. Le mani che mi intrecciavano i
capelli mi ricaddero sulle spalle. Le lunghe unghie dei pollici
erano posate sulla mia catenina con il medaglione e la
croce.
Le cose che si fanno, disse, non hanno nessuna vera
logica, nessuna spiegazione. Quella dovresti venderla, aggiunse,
indicando la croce con il capo. Per la fortuna non
serve a niente, ma l'oro  buono. I suoi occhi si erano fatti
cos scuri che non riuscivo a pensare a niente oltre alla notte
in cui mi avevano portata l dalla campagna.
Nangka, dissi. Levai le mani a stringere entrambe le
sue. Aveva dita magre, fresche e asciutte. Dopo un attimo le
ritrasse e le tuff di nuovo fra i miei capelli.
S, riprese lei. S. Ma adesso dimmi di tuo fratello.
E cos feci, tutto quello che ricordavo.
Disse che riusciva a immaginarselo, che i nostri fratelli sarebbero
stati amici. Racconta, disse. Raccontami che cos'avrebbero
fatto insieme. Io chiusi gli occhi e parlai del
fiume come se fosse l davanti a me. Ci andavamo ogni mattina,
a lavarci alla luce dell'alba nuova. Poich non sapevamo
nuotare ci tenevamo con le mani al pontile, ci immergevamo
sott'acqua e giocavamo a quanto riuscivamo a restarci.
Mio fratello era mezzo pesce, poteva stare sotto e contare fino
a pi di centocinquanta. Per me era meno, ma non meno
splendido. Quando i miei polmoni cominciavano a fare
scintille, mi proiettavo fuori. Gettavo la testa all'indietro,l'acqua che mi insediava dai capelli, e bevevo l'aria. Ogni
volta aprivo gli occhi a un mondo nuovo, pi limpido e pi vivido di quello che avevo lasciato. L'aria era cos pulita, i colori
cos puri, le solite cose vibranti di una vita che prima mi
sfuggiva.
Allo stesso modo, con Nangka come amica, mi si aprirono
gli occhi. Il mondo nuovo era squallido, ma ci vedevo.
Vidi quanto era consumata, alla luce del giorno, la nostra
seta. Sentii quant'erano ruvide le nostre lenzuola e udii i
rumori che ci circondavano costantemente: i fischi delle
fabbriche, lo scorrere dell'acqua nelle tubature vecchie, i
martelli pneumatici gi in strada, la musica tintinnante di
quando pulivano il bar. E gli uomini. Pareva quasi fosse la
prima volta, l'effetto che mi fece quando finalmente mi svegliai.
Quando mi fecero spogliare, quando avvertii la pressione
molle e umida della carne, credetti d'impazzire. Ci
furono lamentele su di me. Mi diffidarono. Finch Nangka,
piena di paura perch vedeva che io non ne avevo, decise
che spettava a lei salvarmi.

Sono passati mesi da quando ce ne siamo andate, ormai
quasi un anno, eppure in questo paese ci sono cose a cui
non mi sono ancora abituata. Una  questa: quando di notte
sento i treni, penso che sia il vento. Si alza e soffia, facendo
scuotere le finestre di questa casa straniera, e mi strappa
bruscamente al sonno. Mi muovo per chiudere le finestre, per accostare le imposte di legno, per scuotere l'uomo accanto a me e portarlo sotto la casa finch la tempesta non si
calma. A quel punto sono completamente sveglia, pronta a
tutto, e mi rendo conto che le scosse, il rumore crescente
	erano solo uno dei tanti treni. Al buio lo ascolto passare rombando fino a sparire, il rumore sempre pi fievole nella notte. Dal letto vedo il lampo di luce prodotto da ogni finestrino e a volte riesco a distinguere delle facce colte per un
istante come in una foto. Vado in cerca di questi momenti e	in cui vedo tante cose. Una tazza di caff accostata alle labbra,
un'espressione di dolore o di sorpresa, una risata, unavolta una coppia che si baciava. Sono tutti pallidi, come la neve che cade, ogni viso  pallido e roseo. Qui non riesco a vedere mia madre o mio fratello e non riesco a vedere il viso che cerco davvero, Nangka con le sue labbra colorate e	! la pelle liscia color delle noci, i capelli che le arrivano alle
spalle come un'onda nera che sta per frangersi. Nemmeno
quando tocco una ciocca dei suoi capelli, rubata mentre
nessuno guardava. Non la vedo.  da qualche parte in questo
paese pallido, da qualche parte in mezzo a questa neve,
ma dopo tutti questi mesi non mi aspetto pi di vederla.
Come me, ha finito di viaggiare, ne sono certa. Come me, 
possibile che esca raramente di casa. Sto seduta alla finestra
fino a tremare dal freddo, con in mano la morbida ciocca
di capelli.
Era stata una sua idea, quel taglio.
S, disse.  la prima cosa che dobbiamo fare.
Io portai la mano alla matassa morbida avvolta intorno al
mio capo. Non tagliarti mai i capelli, diceva mia madre.
Qualunque cosa succeda.  la tua prima ricchezza.
Io li avevo anche pi lunghi, continu Nangka, vedendo
la mia espressione. Mi arrivavano alle ginocchia. Per
pettinarli ci volevano ore. Ore per acconciarli, ogni giorno.
Si mise a ridere. Nello stile nuziale. Dopotutto non
era pensato per l'uso quotidiano. All'inizio non sono riuscita
a farmeli tagliare, pur sapendo che dovevo. Quella prima
volta, ci sono andata e me li sono fatti tagliare solo fino alla
vita. Ci sono tornata ogni mese a tagliare un paio di centimetri.
Fino a ora. Indic i capelli neri che le sfioravano le
spalle. Indic la frangia. Oggi far l'ultimo taglio, e tu farai tutto il tuo. Devi essere coraggiosa, disse. Agli uomini
piacciono i capelli lunghi, ma non troppo lunghi. Ti identifica
come una di campagna. Adesso facciamo la prova di
quello che diremo, avanti.
Tu sei mia sorella, cominciai. La mia sorella maggiore.
I nostri genitori sono morti l'anno scorso. Non siamo
mai state separate.
Smettila di fissare, disse tirandomi il braccio. Guarda
davanti a te. Stavo avanzando senza pensare, gli occhi attratti qua e l dalle luci e dai fiori. Non avevo mai camminato
per la citt prima di allora.
Non ti sento, dissi, fermandomi per premere le mani
sugli orecchi.
Ma s. Questa volta tir pi forte. Si mise di fronte a me e mi prese il viso tra le mani. Vuoi restare per sempre in quel posto? Ascoltami. Sei vergine? S o no?
Arrossii. Continuammo a camminare. S, risposi. Lo sono.
;	Nangka sorrise. Bene, comment. L'hai detto proprio nel tono giusto. Adesso, perch vuoi sposare uno straniero?

Voglio mettere su casa. Voglio avere dei figli. Voglio vedere
il mondo.
Ma noi siamo sorelle.
S, replicai, siamo sorelle. E non vogliamo vivere lontano
l'una dall'altra. Non siamo mai state separate in tutta
la vita.
Benissimo, concluse Nangka. Eravamo arrivate al salone
di bellezza. Sulla vetrina erano dipinte rozze figure di
donne. Non sorridevano, nessuna di loro. Avevano i capelli
a forma di onde e torri. Guardavano per aria con le labbra
imbronciate, le palpebre socchiuse. Dentro il negozio c'era
una donna dalla pelle ruvida, con i capelli che le cascavano
intorno al viso come una ciotola rovesciata.
Solo un paio di centimetri, pregai, sentendo le sue mani
sui capelli. Per favore, non di pi.
Non c' tempo, rispose Nangka. Non abbiamo tempo
di fare un po' per volta, mi spiace.
Sono capelli folti, intervenne la donna. Li soppes in
mano come fossero un pezzo di carne. Se li taglia tutti in
una volta, glielo faccio gratis; dei capelli cos lunghi li posso
vendere.
Chiusi gli occhi. Mia madre mi pettinava ogni mattina e
una volta alla settimana mi massaggiava il cuoio capelluto
con olio profumato. Era fiera dei miei capelli. In occasione
delle feste vi intrecciava dei fiori. Questa, diceva accarezzandoli, questa  la tua grande bellezza. Ma a cosa serviva
ora a me, una falsa sposa? Annuii, molto lentamente.
Nangka mi prese la mano. Sarai pi contenta cos, disse. Aspetta e vedrai.
Aveva ragione, e tuttavia piansi quando vidi il risultato.
Le estremit appuntite mi toccavano le spalle e i miei capelli,
la mia grande bellezza, erano una grassa treccia appesa
al muro.
Smetti di piangere, implor Nangka. Era necessario.
E non  poi cos male. Sei ancora graziosa, guarda. Mi porse
lo specchio. I capelli non c'erano pi ma, aveva ragione,
il viso era proprio lo stesso.
Ecco! disse, vedendomi stare meglio. E non ti senti la
testa pi leggera?
Era vero, mi sentivo la testa come galleggiare, disincarnata.
Mentre andavamo a piedi all'agenzia continuavo a guardare
nelle vetrine, sorpresa di vedermi cos, e quando mi
voltavo troppo bruscamente, senza nulla che mi appesantisse,
avevo un capogiro, quasi perdevo l'equilibrio.
All'agenzia restai vicino a Nangka.
Vedete, disse loro,  la mia sorella minore. Certo che  timida,  appena arrivata dal paese. Vogliamo stare insieme.
Sorelle. Vogliamo trovare una buona casa in un paese
nuovo. Vogliamo essere buone mogli. Cucinare? Certo. E
pulire, siamo bravissime.
Di mattina, adesso, mentre aspettavamo, i capelli corti ci
lasciavano del tempo libero. Studiavamo: Nangka aveva
una cartina geografica e un dizionario di frasi di cortesia in
inglese.
Ora siamo qui, diceva indicando le isole, sparse a centinaia
come gocce d'inchiostro verde sul mare. Indicava i posti
dove saremmo potute andare. Uno era enorme, a forma
di grasso toro senza corna, con le zampe tozze. Un altro era
come un cinghiale selvatico che inseguiva un uccellino sull'acqua.
Quest'ultimo era un'isola ed era molto pi piccolo,
ma era il luogo che mi attirava. C'era tanta acqua.
Non saprei, disse Nangka. L fa molto freddo. Pi freddo
di quanto tu possa immaginare. Si interruppe, ascoltando i passi nel corridoio finch non si allontanarono. L'imprudenza
di ci che stavamo facendo la rendeva sbrigativa e
preoccupata.
Smettila di sognare, disse poi. Dobbiamo fare pratica.
Riprese a leggere dal libricino.
Good morning, cominci. How are you to day?
Fine risposi. Thankyou very much, Im fine.
Ero ingenua, ero inesperta, ero una ragazza che non aveva mai visto la neve. Come avrei potuto, quando mi fecero
vedere quell'uomo, sapere come giudicarlo? Era pallido,
ecco cosa vidi, pallido e abbastanza grasso. Portava gli occhiali
e, dietro le lenti, i suoi occhi parevano nuvolette grigie.
Disse che era un uomo dell'acqua. Aveva progettato
una diga e adesso era venuto a costruirla. Al suo ritorno voleva
portare a casa una moglie. Mi aveva scelto da una foto
che l'agenzia gli aveva dato. Disse che avrebbe incontrato
altre due candidate. Io tenni la testa chinata in segno di
cortesia, anche se adesso mi riusciva pi difficile. I capelli
mi ondeggiavano contro le spalle e la testa continuava a sollevarsi.
Mi fece domande sulla mia vita, mi chiese di alzarmi
e di camminare avanti e indietro per la stanza.
I tuoi genitori... disse.  vero che sono morti? Io annuii,
sempre in silenzio. E poi mi venne in mente che conoscevo
un modo per giudicare quell'uomo. Alzai gli occhi
per guardarlo dritto in faccia.
Avevo anche un fratello, dissi.  rimasto ucciso da
una vacca. Lo guardai molto attentamente, ma lui non rise.
Ascoltava. Ascoltava la mia storia.
Mi dispiace, disse.
E non rise di me, neppure una volta.
Che fortuna, comment Nangka quando glielo raccontai.
 gentile.
Stavamo sedute alla luce cruda del mattino, i libri nascosti
sotto il materasso, a parlare sussurrando per confrontare
i nostri destini.
E il tuo, Nangka, dissi, com'era?Brutto, rispose, come un frutto di rambutan. Era peloso
e sotto aveva la pelle arrossata. Aveva persino il naso
rosso come un ibisco. Ha i capelli scuri come i miei. Gli coprivano
tutta la faccia.
Ma gentile? domandai. Anche lui era gentile?
Non lo so, rispose. Stava guardando il muro, nel tentativo
di ricordare. Faceva domande strane. Io tenevo la testa
bassa. Si  avvicinato e mi ha slacciato tutti i bottoni, a
uno a uno. Mi ha aperto la camicetta come una tenda. Per non mi ha toccato. Mi fissava ma non mi ha toccato.
Non molto gentile, dissi.
No, concord lei. Non molto gentile. Ma viene dall'isola
del cinghiale selvatico, come il tuo uomo dell'acqua.

Adesso vivo su quest'isola del cinghiale selvatico, ma non
mi dice che cosa provare. Se ci fossero alberi di palma, un
fiume bruno, case di legno sullo sfondo della giungla e degli
ibischi, lo capirei. Persino in quella citt, nonostante tutto
il rumore, l'odore di cucina e scarichi a cielo aperto, di
fumo e di fogna, mi svegliavo e lo capivo. Ma qui il cielo  di un grigio acquoso, la neve ammorbidisce tutto, fa impallidire
tutti i colori. Ho sempre freddo, pare, anche se l'uomo
dell'acqua ha una casa con il riscaldamento e mi ha
comprato tanti maglioni. Jim, dice sorridendo. Chiamami
Jim.  un uomo gentile, ma quando lo guardo, quando
mi guardo intorno, ci sono solo cose bianche, cose fredde,
e non provo niente per loro, niente. Non sento assolutamente
nulla.
Certo, che siamo riuscite a scappare  gi un miracolo,
una specie di regalo, e devo ricordarlo. Siamo state molto
fortunate. Nessuno ci segu quel mattino, nessuno ci vide
uscire. Le uniche cose che mi portai dietro furono il medaglione
e i vestiti che indossavo, una gonna e una camicetta
bianche ben stirate che avevo comprato con i soldi ottenuti
vendendo la croce d'oro. Era cos presto che tutti i negozi
erano chiusi. Le strade erano piene di una luce azzurrognola
e neppure le pescivendole avevano ancora aperto.I nostri passi rimbombavano davanti alle saracinesche metalliche
dei negozi. Nangka portava un semplice abito di seta
blu che aveva rubato mesi prima. Aveva le labbra di un rosso
brillante, i capelli nerissimi, la pelle del colore del legno
tagliato dopo la pioggia. Era bellissima, pensai. Lei disse
che lo eravamo entrambe.
	Ci sedemmo insieme nel centro del grande aeroplano.
C'erano altre ragazze con noi. Si sporgevano contro i finestrini
indicando la costa e le citt, la vasta distesa del mare.
Alcune dormivano. Nangka e io non facevamo nessuna di queste cose. Parlavamo appena, tanto eravamo nervose. All'atterraggio
gli orecchi mi si riempirono di qualcosa e mi
fecero tanto male che avrei voluto gridare, e quando dovetti
dire addio a Nangka riuscii appena a sentire quello che
mi diceva. Ma la vedevo e conservai il suo viso nella mia
mente. Mi dissi che non c'era motivo di preoccuparsi; il suo
nuovo indirizzo era piegato nel mio medaglione accanto alla
foto di mio fratello. Toccai il metallo, scaldato dalla mia
pelle, e la lasciai andar via con quell'uomo, nel buio.
Le scrissi molte lettere:

Carissima Nangka,
dopo averti lasciato siamo venuti in questo posto in treno. Era
mattina presto. Le case sono cos vicine qui, come da noi, ma
ognuna ha un cancelletto, una staccionata attorno al giardino.
L'uomo dell'acqua dice che ci sono i fiori, ma non adesso. L'aria
sa di bagnato e di terra. Dice che  troppo presto per il fuoco, anche
se io ho sempre freddo. Ieri ho raccolto bastoncini e rami dal giardino.
Li ho tenuti da parte in cucina e ho chiesto se per favore potevamo
fare un fuoco. Non capivo la sua espressione, ma poi si 
messo a ridere. Mi ha fatto vedere l'interruttore. Prima c' un ronzio,
poi una luce che si muove come fuoco ma non si pu toccare.
Dopo viene un calore che rende la pelle secca. Nangka, mi sono
sentita cos stupida che volevo morire, ma lui  un uomo gentile. I
pavimenti di questa casa sono morbidi di tappeti, e i muri hanno
una carta che  pelosa a toccarla. Nangka, per favore, scrivimi: 
cos anche da te!Carissima Nangka,
mia dolce amica, hai ricevuto le mie lettere? Aspetto la posta
ogni giorno ma da te non arriva mai niente. Oggi siamo andati ai
negozi infondo alla strada.  cos strano, Nangka, non c'era niente
che riuscissi a riconoscere, ma lui vuole che io faccia da mangiare.
E tutto avvolto nella plastica, non posso toccare le arance o la
carne, e niente ha odore. Mentre ero a casa da sola  arrivata la neve.
All'inizio non sapevo cosa fosse. Poi mi sono ricordata cos'aveva
detto la saggia del paese e sono andata fuori per toccarla.  bianca e brucia come il fumo che entrava in camera nostra dalle
fabbriche. All'inzio non avevo freddo e sono rimasta l in piedi a
lungo. Poi ho visto una faccia alla finestra dei vicini. Era la vecchia
che mi guardava, e quando l'ho salutata con la mano ha lasciato
ricadere la tendina. Allora sono entrata e all'improvviso mi  venuto un gran freddo. Mi sono seduta avvolta in una coperta e
ho guardato le righe bianche che si ingrossavano sulle staccionate.
Ho pensato a quella vecchia. L'uomo dell'acqua, Jim,  gentile, ma
le altre persone qui non sono gentili. Le vedo sempre che mi guardano
senza sorridere. Nangka, penso sempre a te, anche tu fai cos?

Cara Nangka,
sono tanto preoccupata. Ecco dei francobolli. Ti mando questi
francobolli cos, se lui non ti lascia uscire, puoi lo stesso farmi avere
una lettera. Aspetta il postino. Nangka, mi manchi. Preferirei
tornare in quel posto insieme con te che stare qui cos sola.

Spedivo quelle lettere con sempre minore speranza. Eppure
le imbucavo ogni giorno. Non ebbi mai notizie, e presto
le mie stesse lettere cominciarono a tornare al mittente.
Le tenni da parte e un giorno, disperata, le feci vedere a Jim.
Si  trasferita, disse indicando l'adesivo giallo.
S, ma dove? Dove si trova adesso?
Scosse la testa e mi restitu la lettera. In quel momento
la sua pelle era bianchissima e le unghie azzurre come la
busta.
Non lo dice, temo. Non ha lasciato nessun indirizzo.
Non lo farebbe mai, dissi. Siamo come sorelle.Quando mi resi conto del mio errore era troppo tardi.
Jim mi osserv. Pensavo che voi foste sorelle. Ma quando
mi vide piegata dal dolore mi abbracci. Va bene, disse, non importa. Senti, sai il suo nuovo nome? Quello dell'uomo
con cui  arrivata?
Mi venne in mente quell'uomo all'aeroporto - la faccia
come un frutto peloso - quando aveva circondato con un
braccio le spalle di Nangka e l'aveva portata via. Mi venne
in mente quanto sembrava piccola accanto a lui, e il suo ultimo
sorriso per me. Mi venne in mente che lui non era
gentile.
No, sussurrai. No.
Stai tremando, disse Jim. Alz il riscaldamento e mi mise
un'altra coperta sulle spalle. Quando si accigliava vedevo
le sottili linee rosse sulla sua fronte, una mappa dei suoi
pensieri. Elenc le cose che potevamo fare: scrivere all'agenzia,
contattare l'ambasciata. Era possibile, disse, che riuscissimo
a trovarla. Almeno potevamo tentare.
Ma non devi sperare, concluse. Non  probabile, e
non devi avere troppe speranze.

Sono passati tre mesi, e ancora non ho speranza. E non
prego neppure, anche se ho trovato una chiesa e qualche
volta ci vado. Un giorno stavo facendo la spesa, avevo in
mano un prosciutto nel suo sudario di plastica, quando ho
visto la suora. Portava una gonna corta, il che mi ha sorpreso:
una gonna che le sfiorava il ginocchio e calze nere opache.
I capelli erano coperti solo da un telo nero, senza soggolo
a incorniciarle il viso. Era pallida, aveva le mani
bianche come sapone. Era una suora, e io l'ho seguita.
L'ho seguita a distanza di un isolato, di mezzo isolato, cercando
di memorizzare la strada. Era giovane, lo capivo da
come camminava, dal passo lungo ed elastico delle sue
gambe. Era gi primavera. Il sole era fresco sulla mia faccia
e le mani, e gli alberi, con le loro foglioline chiare, parevano
polli mezzo spiumati.
La chiesa a cui lei si recava  grande ma, sebbene io civenga spesso, sono quasi sempre sola. Mi siedo nel primo
banco, vicino alle statue che affollano l'altare. Questi sono
visi che riconosco, lisce espressioni di lutto e rapimento
che trovo familiari. Io non ho pi quei sentimenti, quegli
estremi di dolore o di estasi. Su quest'isola fredda la mia vita
ha una sua regolarit ma i miei sentimenti si sono fatti
pallidi come la pelle della gente di qui, i miei sorrisi sono
solo sorrisi d'abitudine.  pur vero che non soffro. Credo
che se tornassi a vedere l'ibisco e il fiume bruno della mia
infanzia, il dolore mi sboccerebbe dentro imitando i colori
che l potevo toccare. Persino qui, in questo luogo che  un'ombra della mia altra vita, i ricordi riemergono. Mio
fratello aveva gli occhi scuri e sotto le unghie la sua pelle
era del rosa del corallo. Mia madre profumava di gelsomino,
si intrecciava orchidee dai colori vivaci nei capelli. Mentre
cantava per me c'era una buganvillea fuori della finestra,
i petali fucsia simili a fiamme. C'era verde tutt'intorno
a noi, ricco e profondo, e quando le piogge cadevano, scorrevano
come succo dal cielo. Persino Nangka, con la sua voce
di citt, conosceva il potere del rosso sulle labbra, della
seta blu scuro che le cadeva intorno ai polpacci.
 a questo che penso in quella chiesa. Vedo le statue e mi
fanno ricordare, vagamente, che cosa provare. Chiudo gli
occhi e vedo prima mio fratello, estratto dal fiume quel
giorno in cui non anneg. Sotto la pelle  pallido, come
queste statue, ma  vivo, e quella sera mia madre si mette
un vestito rosso per andare in chiesa, lancia fiori nel fonte
battesimale per celebrare la sua vita. Continuo in questo
modo a ricordare, avvertendo un'ondata di vita e di colore.
Ma poi ci sono altre cose che ritornano. Mia madre con
una febbre che le fa ruscellare acqua dalla pelle, mio fratello
che gira la testa per asciugarsi dagli occhi le lacrime provocate
dal vento. O Nangka, il capo inclinato all'indietro, i
capelli bagnati e pesanti, prima che quegli ultimi centimetri
vengano tagliati via. Il ricordo peggiore  Nangka, circondata
dal braccio dello sconosciuto, che si sporge per
farmi un ultimo sorriso mentre dietro di lei cade la pioggia,
sigillata dietro un vetro.Allora apro gli occhi, colmi di memoria, e interrogo le
facce delle statue, che a casa mi lascerebbero piangere. Ma
qui sono cos pallide e le loro lacrime sono gelate dentro
gli occhi, come le mie. Sono fredde come terra di montagna,
ma mi sembra lo stesso di sentirle parlare.
Ascolta, sussurrano, le voci piene d'urgenza come il
vento prima della pioggia. Lascia che ti racconti. Lascia
che ti racconti come inizi.
...
.
...
ORO.
...
.
...
Il giorno in cui vicino al suo villaggio fu scoperto l'oro,
Mohammed Muda Nor aveva lavorato tutta la mattina a raccogliere
lattice dagli alberi della gomma. All'una era uscito
dai filari spaziosi, aveva salutato Abdullah, la guardia all'ingresso,
che stava gi consumando il suo pranzo, e aveva imboccato
la strada polverosa verso casa. La chiamata alla preghiera
si irradiava dalla moschea del villaggio e a Muda
parve di poterla vedere, onde sonore che baluginavano insieme
con la calura meridiana. Si era al termine della stagione
della frutta, una delle ultime settimane calde prima
che iniziassero le piogge, e il clima era una mano rovente
contro la schiena di Muda. Camminava con il cappello di
paglia abbassato sulla fronte, quindi non vide i bambini che
gli correvano incontro finch non furono molto vicini. Gli
girarono intorno e si strinsero a lui come petali di un fiore
che si chiuda.
Pachik Muda! Era il suo nipote pi grande, un ragazzino
di nome Amin. Portava calzoncini corti e teneva per mano
la sorellina, Maimunah, che stava nuda vicino a lui con
la sua pelle scura. Zio, nostra madre dice che devi venire
subito al fiume.
Muda si ferm a pensare. Aveva fame e il fiume era nella
direzione opposta a casa sua. Si era alzato prima dell'alba e
aveva lavorato sodo tutta la mattina. Ogni albero richiedeva
un taglio sottile nella corteccia e una tazza sistemata in una
posizione precisa per raccogliere la bianca linfa gommosa.
Nella sua area c'erano centinaia di alberi. Aveva lavorato
sodo e aveva fame.
Di' a tua madre, rispose, che verr pi tardi. Adessovado a pranzo. Si aspettava che a quel punto scappassero via. Erano i figli di sua sorella Norliza e di rado si comportavano male. Invece Amin lasci la mano della sorella e allung
il braccio per tirare il sarong di Muda.
Mia madre dice di venire, ripet. Per piacere, Pachik
Muda, dice che  importante.
Muda sospir, allora, ma cambi direzione e segu i bambini
sulla strada da cui erano venuti. Dagli alberi pendevano
rambutan rossi e lisci manghi verdi. Ne colse alcuni e li
mangi mentre camminava, domandandosi che cos'avrebbe
trovato sulla riva del fiume. Anche Norliza aveva lavorato
nella gomma, prima di sposarsi, e non si sarebbe permessa
tanto alla leggera di sottrarre il fratello al riposo e alle
preghiere.
Quando raggiunse il fiume vide un gruppetto di donne
in piedi sulla riva erbosa. Norliza era al centro, il sarong bagnato
fino alle ginocchia, e teneva in mano qualcosa da far
vedere alle altre.
Norliza! chiam. Stava per sgridarla per avergli fatto
sprecare tempo con delle sciocchezze da donne, ma prima
che potesse parlare lei gli corse incontro e apr il pugno. Le
linee della sua mano erano sporche di fango, cos che la
pelle intorno appariva chiarissima. Le parole che Muda
aveva pensato gli si fermarono in bocca. Perch sulla palma
di quella mano c'era una pepita d'oro grossa come la nocca
di un dito. Era bagnata d'acqua del fiume e catturava la luce
meridiana come fuoco.
L'hanno trovato i bambini, disse la donna, mentre
scavavo per raccogliere delle radici. Norliza faceva la levatrice
e nel villaggio era conosciuta per la sua abilit con le
erbe e i massaggi. Ogni settimana veniva nella foresta a cercare
radici curative e corteccia. Stavo scavando l, sotto gli
alberi vicini al fiume. I bambini erano accanto a me a scegliere
i sassi per un gioco. Questo gli piaceva perch luccicava.
All'inizio non me ne sono resa conto.  stato solo
quando Amin l'ha lavato nel fiume che ho capito. I suoi
occhi scuri brillavano di un'eccitazione inconsueta. E pensare che avrebbe potuto farlo cadere, e io non me ne sarei
mai accorta.
Muda allung un braccio e prese in mano il grumo d'oro.
Era liscio, quasi morbido sulle dita. Ci strofin sopra il
pollice pi volte. Alcune delle donne si avvicinarono per osservare.
Altre, not, si stavano gi allontanando per dare la
notizia.
Non  vero, disse ad alta voce, e lasci cadere di nuovo
il grumo d'oro nella mano della sorella.
Muda! esclam lei. Alz sul fratello gli occhi scuri. Un
tempo era stata la ragazza pi bella del villaggio. Ora gli occhi
bruni erano collegati da una pelle incisa di linee sottili
e l'espressione del viso era piena di rimprovero.
Lui inspir profondamente e parl di nuovo. Ho lavorato
con la gomma tutto il giorno, e tu sprechi l'ora del mio
pranzo con queste stupidaggini. Sei una donna sciocca, aggiunse,
sebbene gli desse grande dolore vedere come lei
sussultasse sotto lo sguardo delle altre donne. Un'ondata di
mormorii percorse il gruppo di gente. Vivevano in quel villaggio
da sempre e non l'avevano mai sentito parlare bruscamente
alla sorella. Anche le donne che avevano raggiunto
la strada si girarono a guardare. Sei una donna sciocca,
ripet. Sciocca. E io vado a casa.
Si gir e si allontan con lenta dignit. Non si guard indietro
ma, quando fu certo di non poter pi essere visto,
cominci a correre con una velocit che non raggiungeva
da quand'era ragazzo.
Quando fece irruzione in casa, Khamina stava lavando i
piatti. Il pranzo era disposto sul pavimento -- un piatto di
pesce ripieno di noce di cocco, un curry di verdure, diverse
piccole banane - ma lui non vi prest attenzione. Invece
corse al portico di legno sotto il quale la moglie stava china
accanto a una pila di piatti insaponati.
Khamina, le disse, dammi la tua pentola da cucina.
Lei si alz in piedi, sorpresa, e indic il wok immerso nell'acqua
saponata. Poi strinse le palpebre e squadr il marito
da capo a piedi.
Muda, lo rimprover, perch corri per casa mia conle scarpe addosso? Dove hai la testa? Oggi ho lavato quei
pavimenti, e poi arrivi tu a strofinarci sopra il campo della
gomma.
Khamina, disse lui. Aveva pulito la pentola e ora ci stava
versando sopra dell'acqua per risciacquarla. Lascia che ti dica una cosa. Non  il momento di lamentarsi per un
po' di fango. Questo  un giorno importante. Forse mia sorella
Norliza passer di qui fra poco. Se viene, voglio che tu
le dica che sono tornato al fiume. Dille di raggiungermi subito.
Non deve parlare con nessuno. Mi hai sentito? Con
nessuno! Dille di venire da sola.
Muda si spruzz dell'acqua in faccia, poi prese la pentola
di Khamina e usc di casa. La moglie lo segu, scavalcando il
cibo che lui aveva ignorato, e si ferm sulla soglia a guardarlo
correre nella calura, la pentola nera che gli oscillava
in mano.
Quel giorno il sole era cos caldo da consumare il cielo e
riempire l'aria di un crudo riverbero metallico che aveva
spinto tutti gli animali - polli, gatti e cani rognosi - sotto le
case in cerca d'ombra. Eppure Muda fece di corsa tutta la
strada per tornare al fiume, senza neppure fermarsi al bivio
che conduceva alla piantagione della gomma. Quando giunse
al fiume vide che Norliza e i suoi figli erano ancora l,
chini accanto a una piccola buca che avevano scavato. La
pepita d'oro era posata su una pietra piatta e grigia. Quando
Norliza vide il fratello salt subito in piedi, asciugandosi
le mani umide sul sarong. Afferr l'oro e gli corse incontro.
Muda, sei uno stupido, disse piantandosi di fronte a
lui, che aveva corso tanto da non riuscire a rispondere e doveva
ancora riprendere fiato. Come hai potuto parlarmi
cos davanti alle donne del villaggio, quando ho fatto la pi
grande scoperta a memoria di persona vivente? Muda, sei
mio fratello ma sei anche uno stupido.
Con sua sorpresa Muda le sorrise, poi scoppi a ridere.
Nessuno gli si rivolgeva cos da quando era diventato uomo.
Norliza, disse quando fu in grado di parlare, sta'
attenta a quello che dici. Non sono uno dei tuoi figli e
non sono uno stupido. Potresti dire lo stesso di un coccodrillo che sta immobile e senza pensieri come un tronco
nel fiume.
Questo  oro, insistette lei, ma con voce pi dolce. Le
erano cadute sul viso alcune ciocche di capelli che si ravvi con il dorso della mano.
Muda tese il braccio per prendere di nuovo la pepita in
mano. Se la pass tra le dita, senza riuscire a saziarsi di
quella sensazione morbida sulla pelle.
S, disse,  oro. Adesso fammi vedere esattamente dove
l'hai trovata, prima che tutte le donne del villaggio tornino
con i mariti e i vicini per scavare.
Una volta che Norliza ebbe capito, lavor come Muda sapeva
che avrebbe fatto: in silenzio, rapida e con la feroce
determinazione di una donna che era sempre stata povera.
Insieme piantarono pali nel terreno, delimitando un appezzamento
che si stendeva lungo il fiume e arrivava fino al
margine della foresta. Quando i pali furono ben saldi Muda
leg una corda fra l'uno e l'altro. Poi entr nell'area che
avevano rivendicato e inizi a scavare. Norliza mand i due
ragazzini pi grandi nelle secche del fiume a lavare i sassi
che lei e Muda toglievano dalla terra rossa. I bambini pi piccoli trasportavano avanti e indietro terriccio e pietre
dentro la pentola. I pi grandi dividevano i sassi in due
mucchi perch la madre li esaminasse: quelli che luccicavano
e quelli che non luccicavano.
Durante la lunga corsa dalla casa al fiume Muda aveva
perso il cappello e adesso i suoi capelli erano come paglia
ardente sul collo e sulle orecchie. Di tanto in tanto andava
al fiume a bagnarsi la testa ma non si ferm a riposare. Fra
gli alberi della gomma aveva appreso a lavorare con efficienza
nella calura del meriggio. L sapeva quanto lavoro bisognava
compiere e quanto tempo ci sarebbe voluto, perci nei pomeriggi caldi si riposava spesso, a volte andando a
rannicchiarsi nella capanna del vecchio custode, altre volte
appoggiandosi contro il tronco di un albero. Qui la calura
era maggiore, il lavoro pi pesante, ma non c'era limite a
quello che avrebbe potuto trovare. Si muoveva sicuro e rapido,
senza una sola interruzione nel movimento delle mani.Muda era un uomo povero. Da bambino questo non gli
aveva mai dato fastidio. Tutti al villaggio erano poveri, in
fondo, e nel villaggio accanto era lo stesso. Non la percepiva
come una mancanza. C'era sempre frutta da mangiare, il
fiume era pieno di pesci e per i banchetti di nozze si uccidevano
i bufali d'acqua. Da bambino, quando correva nell'acqua
fangosa delle risaie o si arrampicava sulle giovani
palme da cocco per farne cadere i frutti, era felice.
A sedici anni tutto questo era cambiato. Gli offrirono un
lavoro alla piantagione di alberi della gomma. Quel primo
giorno fece a piedi quasi dieci chilometri per arrivare, impaurito
e timido, prima dell'alba. In quei primi mesi lavor
come adesso lavorava a scavare il terreno, con tutta l'attenzione
concentrata sui filari di alberi della gomma, sui sottili
rivoli di bianco che fluivano nei recipienti piazzati da lui.
Grazie alla sua operosit si aggiudic un premio che us
per comprare una moto, la prima del suo villaggio. Era oggetto
d'invidia per gli uomini e sapeva di poter avere per
moglie una qualsiasi delle ragazzine che, quando lui le superava
in moto, ancheggiavano nei loro sarong attillati.
Fu allora che cominci a notare le auto nuove e gli abiti
costosi dei proprietari della piantagione. Venivano una volta
al mese a controllare i loro investimenti e Muda li guardava
con ammirazione, con le loro lucide scarpe di cuoio,
la cravatta svolazzante mentre sparivano fra gli alberi. Mentre
erano lontani si avvicin di soppiatto a una delle auto,
una Mercedes dorata, e pass le dita sul metallo liscio e caldo.
All'interno i sedili erano rivestiti di un pellame morbidissimo.
Pens alla sua piccola moto, a come faceva scintille
fra le ragazze e insinuava l'invidia negli occhi degli ex
compagni di scuola, e tent di immaginare come sarebbe
stato possedere quella macchina luccicante. A quel punto
gli uomini stavano per tornare; Muda si ritir in silenzio fra
gli alberi e li guard andare via, la macchina dorata che
spariva in una nube di polvere rossa. Pi tardi, nel profondo
della foresta, mentre praticava tagli sottili nella corteccia,
sulla punta delle dita continuava a sentire le superfici
di quell'auto. Lavor alla gomma con pi impegno cheormai, deciso a far s che un giorno una macchina simile fosse
sua.
L'anno successivo si spos. Khamina non era la ragazza
pi bella del villaggio ma era famosa per la sua abilit di intrecciare
il pandano, per le dita agili in grado di dare forma
a quelle foglie fragranti. Fece una stuoia su cui Muda poteva
tenere la moto e quando furono sposati copr ogni superficie
della loro piccola casa di stuoie intrecciate. Era l
che si sdraiavano la notte. Si ritrovava circondato dall'odore
di erba tagliata, dal tiepido odore carnoso che si levava
da Khamina come fumo trasparente. Quell'anno i suoi progetti
per gli alberi della gomma si ridimensionarono. Pensava:
"La settimana prossima arriver presto alla piantagione,
lavorer a un'altra dozzina di alberi, guadagner un
altro premio e poi un altro, e un giorno sar ricco". Ma poi
non lo faceva, preferendo indugiare accanto alla tentazione
del corpo levigato della sua nuova moglie, e nel giro di
un anno arriv il primo bambino. Lavorava sempre con lo
stesso impegno ma all'improvviso ci furono meno soldi,
non di pi, e con l'arrivo degli altri figli dovette lavorare
sempre pi ore solo per nutrirli. Adesso, mentre scavava,
non pensava ai filari infiniti di alberi della gomma. Non
rimpiangeva la linfa bianca che cadeva in silenzio, traboccando
dai recipienti per finire sprecata a terra. Quello che
gli veniva in mente era l'auto color burro del padrone della
piantagione, bordata d'oro brillante.
Nel tardo pomeriggio iniziarono ad arrivare gli altri abitanti
del villaggio. Quando videro quello che avevano fatto
Muda e Norliza, tra loro l'eccitazione si diffuse come un rapido
vento di fiume. Muda sent i sospiri e le esclamazioni,
sent i paletti piantati nella terra, il suono degli scavi e le voci
agitate. Ma non alz lo sguardo e non cambi ritmo.
Non alz gli occhi fino a che un'ombra gli si pos sulla
schiena come il tocco di una mano fresca. In piedi accanto
a lui c'era Khamina. Una volta era una ragazza delicata, agile
e snella. Ora il suo sarong non trovava curve in vita e il
tessuto della blusa tirava sul seno e sulle braccia. Persino lapelle del viso era tesa sugli zigomi. Aveva le labbra sottili che tremavano di rabbia.
Muda! chiam decisa. Tutte le teste si girarono contemporaneamente
a guardarla. Erano facce familiari, tutte
	a lei ben note da tanti anni quanti ne aveva vissuti sulla terra,
ma le ignor e guard direttamente suo marito. Muda,
disse. Che cosa ti  preso?
	Khamina, disse lui raddrizzandosi. Questo  un gran giorno per il villaggio, Khamina. Abbiamo scoperto l'oro.

Oro? ripet lei. Dietro suo marito arriv Norliza con la pepita in bella vista sulla palma della mano.
 vero, Khamina. Oro.
Un pezzetto, li schern lei.
Dev'essercene ancora, disse Muda. Trovare una pepita
sola sarebbe come trovare solo una foglia su d uin albero.
Per un momento sembr che Khamina si lasciasse tranquillizzare
da quelle parole e dal grumo irregolare luccicante
nella palma sporca di Norliza. Poi i suoi occhi, seguendo
le trincee che Muda aveva scavato, caddero sulla
sua pentola. Con un grido si chin a prenderla, rovesciando
la polvere rossa e i sassi che suo marito aveva messo da
parte con cura.
Ho una sola pentola, disse, non  fatta per trasportare
terra. E ho un solo marito, che lavora agli alberi della gomma.
Che cosa fai qui, Muda? Abdullah  venuto due volte a
casa a cercarti. I tuoi alberi hanno sparso tutta la linfa per
terra. Muda, non ho sposato uno scavatore di fosse.
Poi si gir per tornare a casa, tenendo la pentola sporca
lontano dal corpo. Camminava rapidamente e Muda cap
che si affrettava perch stava scendendo il crepuscolo. Khamina
era religiosa ma credeva anche negli spiriti, e non voleva
trovarsi da sola per strada all'ora in cui venivano fuori.
Khamina non era la sola a nutrire quelle paure e prima
che il sole tramontasse molta gente and a casa. Muda li
guard allontanarsi chiedendosi chi tra loro avrebbe preso
il suo posto di lavoro alla piantagione. Eppure, nonostante
le parole di Khamina, non se ne and. Come altri, accese
delle torce lungo la riva del fiume e continu a scavare molto oltre l'ora in cui riusciva ancora a vedere chiaramente.
Alla fine Norliza gli mise una mano sulla spalla e gli disse di
smettere. Gli offr un po' di riso che aveva portato da casa.
Lui si sciacqu le mani nel fiume e cominci a mangiare,
succhiandosi i grani appiccicosi dalle dita. Aveva saltato il
pranzo e adesso che dal fiume saliva aria fresca si scopr improvvisamente
affamato.
Che cosa farai? gli chiese a un certo punto Norliza. Erano
rimaste solo poche persone che scavavano in silenzio. Tornerai domani? Muda fece un monticello con alcuni
sassi. Poi infil la mano al centro facendo piovere a terra le
pietre lisce. Mentre cadevano gli venne un'idea.
Passer questa notte alla moschea a pregare per questa
faccenda.
Lei annu. Dormire alla moschea quando si trovava alle
prese con un grave problema, in attesa di una guida, era
stata un'abitudine del loro padre. Rimasero seduti in silenzio
per alcuni minuti. Muda continuava a setacciare i sassi
con le dita. Gli piaceva la loro superficie liscia, il tepore che
conservavano dopo la calura diurna. Fu Norliza a notare
che una pietra catturava la luce della luna in un modo diverso,
e Muda a raccoglierla e sciacquarla nel fiume. Era
un'altra pepita, molto pi piccola di quella di Norliza. Ma
era sempre oro.
Il tuo destino, disse lei, la voce piena di meraviglia.
S, disse Muda. Anche lui si sentiva davanti a un prodigio.
Khamina non seppe rispondergli, quando le consegn la
pepita insieme alla storia del segno che aveva ricevuto, ma
non era contenta. Serr le labbra e rifiut di preparargli
del cibo da portare al fiume, e dopo qualche giorno lui si
rese conto che la moglie aveva mandato i bambini a casa di
sua madre e l'aveva sostituito nel lavoro agli alberi della
gomma. Questo lo colm di vergogna. Tuttavia, le sue giornate
erano riempite dal duro lavoro e l'eccitazione che si
era impossessata di lui il primo giorno non era venuta meno.
Anche quando passava un giorno, o a volte due o tre,
senza trovare oro, Muda conservava la speranza. Alcuni rinunciarono;
altri cominciarono a brontolare e a parlare dilasciar perdere. L'umore del gruppo si faceva cupo e inconcludente
e il ritmo del lavoro rallentava. Poi, all'improvviso,
arrivava un grido. Nessun ritrovamento era grosso come
il primo fatto da Norliza, ma ognuno era sufficiente a rianimare
l'entusiasmo dei cercatori d'oro. Per ogni persona
che mollava ne arrivavano altre due a scavare, e presto la
zona fu una palude di fango e buche profonde che si riempivano
d'acqua durante la notte.
Muda scavava. Persino di notte sognava di scavare e in sogno
la sua pala toccava enormi massi d'oro, o depositi di
pepite d'oro che lui sollevava e si lasciava scorrere tra le dita.
Una volta, in sogno, disseppell una grossa auto fatta interamente
d'oro, mentre un'altra volta furono dei paguri a
corrergli incontro lasciando cadere i loro gusci rubati, con
il corpo molle e le zampette tutti fatti, miracolosamente,
d'oro. Spesso da questi sogni si svegliava con un sussulto, a
notte fonda, circondato dal respiro sommesso della moglie
e dei figli. In quei momenti guardava il viso di Khamina,
ammorbidito dal sonno. Non gli rivolgeva pi la parola e la
sera gli metteva davanti il riso con un tonfo pieno di stanchezza.
Persino i bambini ormai lo evitavano; quando faceva
ritorno, tardi, sporco di fango, si ritiravano ai margini
della stanza, fissandolo come se fosse uno spirito del fiume
venuto a portarli via. Una volta sveglio, spesso Muda non
riusciva pi a riaddormentarsi. Invece andava al fiume dove
passava il resto della notte lavorando al buio, come se
confondere il confine fra sonno e veglia potesse portare
l'abbondanza dei sogni alla vivida luce del giorno.
Eppure non trov altro oro. Molti altri ci riuscivano; persino
Norliza portava attorno alla vita una borsetta pesante
di pepite che aveva setacciato dal fango e dall'acqua. Sembrava
che fosse un dono delle sue mani sapere dove cercare,
avvertire il luccichio che Muda era solo capace di vedere.
Muda lavorava sodo, a volte scavando fino a tarda notte,
finch la buca che aveva fatto gli arrivava pi in alto delle
spalle. Lavorava con un senso di colpa crescente per il fatto
che Khamina aveva preso il suo posto alla piantagione. Certe
sere aveva paura che, se fosse andato a casa, il giorno do
po non avrebbe avuto il coraggio di tornare al terreno aurifero.
Allora andava alla moschea. L, sdraiato sul pavimento,
teneva in mano il suo unico pezzetto d'oro e pregava.
Perch, se quello era davvero un messaggio del suo dio,
adesso si sentiva ignorato, mentre tutt'intorno a lui altri
prosperavano?
Un giorno cominciarono le piogge, dapprima appena
un'acquerugiola, poi pi forte, cos da formare una pozzanghera
sul fondo della sua ultima buca e coprirgli le
braccia di fango a ogni badilata di terra che sollevava. Pi
tardi, quel pomeriggio, mentre stava accovacciato sui talloni
accanto alla riva del fiume, bagnato fradicio e a mani
vuote, Muda pens che Khamina aveva ragione. Avrebbe
dovuto lasciar perdere quella follia. Non poteva continuare
a vivere di speranza. La sera prima era stato costretto a
chiedere del riso in prestito a un amico. Mentre tornava a
casa, il riso era come un peso enorme fra le sue mani. Gli
venne in mente la gioia del suo matrimonio, e come quella
gioia si era ridotta a qualcosa di molto pi piccolo, sempre
pi piccolo con ogni figlio e ogni responsabilit, fino al
punto di non costituire pi per lui un'ancora, ma un peso
che lo schiacciava.
Sapeva che doveva abbandonare i campi auriferi. Questo
pensiero riduceva il peso, ma a un punto tale da farlo sentire
preda di un senso di vuoto, come se le sue emozioni riflettessero
il paesaggio spaccato e deturpato della riva del
fiume. Perch adesso vedeva che lavorare agli alberi della
gomma era una vita disperata. Molti iniziavano pieni di sogni,
ma nessun addetto alla raccolta avrebbe mai avuto una
macchina color del sole. La gente ci provava in ogni modo,
lui stesso ci aveva provato, ma nel villaggio, dove le case venivano
ancora illuminate a cherosene e l'unica acqua corrente
era quella del fiume, non era visibile alcun risultato
dei loro sforzi. Con l'oro forse si sarebbero rovinati, ma almeno
la speranza c'era sempre.
La pioggia era tiepida. Ondeggiava sul fiume come i veli
da preghiera nel vento e cadeva cos forte da non consentirgli
di vedere l'altra sponda. Era tutto bagnato e fra le suedita il terriccio era un fango tiepido e granuloso. Strofinandolo
meccanicamente lo sentiva sciogliersi in niente. Poi
gli capit in mano qualcosa di duro e appuntito. Curioso,
pensando che fosse un pezzetto di vetro o di latta, risciacqu
l'oggetto nel fiume. Con sua grande sorpresa si rivel
un piccolo kris d'oro, un pugnale malese dalla lama ondulata lungo circa dieci centimetri, con l'iscrizione di un versetto
del Corano. La punta sottilissima era ancora affilata, ~	ma Muda cap che era molto vecchio.
Norliza, chiam per raggiungere la sorella oltre il velo
	di pioggia, l dov'era inginocchiata nel fango. Norliza, vieni
a vedere cos'ho trovato.
'i'	Muda fu stupefatto dalla reazione del villaggio alla sua scoperta. La notizia si sparse rapidamente, fino al punto in
cui Muda non poteva andare da nessuna parte senza che
qualcuno gli chiedesse di vedere il kris. Persino Ainon, la
fruttivendola, si mise un giornale sopra la testa per proteggersi
dalla pioggia mentre dava un'occhiata, rigirando il
kris fra le dita scure. Dopo averglielo restituito un le palme
in una preghiera.
Tu sei benedetto, gli disse. Poi scelse il melone pi
grosso e glielo porse. Prendi questo, per favore. Accettalo
in dono, e ricordati di questa vecchia nelle tue preghiere.
La gente non scherzava pi sulla sua sfortuna nella ricerca
dell'oro. Persino Khamina sembrava essersi un po' tranquillizzata.
La sera gli serviva il riso con pi gentilezza e cominci
a coprirsi i capelli quando usciva a far la spesa. Nei
campi auriferi Muda sentiva la reverenza dei presenti come
un cerchio di silenzio attorno a s.
Un mattino, al suo arrivo trov una decina di uomini in
uniforme color cachi che distribuivano fogli di carta umida,
annunciando le notizia che portavano con un megafono
che perforava la foschia ed echeggiava contro l'altra riva
del fiume.
Che cosa c'? chiese Muda all'agente pi vicino, che si
gir verso di lui e gli ficc un foglio in mano.
C' stata una denuncia, rispose. Era un ragazzo giovane,
giovane com'era Muda quando aveva cominciato a lavorare alla piantagione di gomma. Per scavi illegali. Non lo
sapevate? Bisogna avere un permesso prima di scavare questa
terra.
Chi ha fatto la denuncia? domand Muda. Non fu sorpreso
di apprendere che era stato un gruppo di un altro villaggio,
gente arrivata tardi che non aveva trovato oro nelle
sue parcelle periferiche. Adesso quegli estranei stavano in
piedi ai margini del campo aurifero, sorridendo perch avevano gi in mano i documenti necessari. Guardavano
avidamente le porzioni di terreno, delimitate con cura da
paletti e corde, che con un solo atto governativo erano diventate
senza padrone.
Questo non  giusto, disse Muda. Non  corretto.
Quando andremo alla capitale a fare i documenti, questi altri
prenderanno i nostri terreni. Le sue mani corsero al
kris. Aveva cominciato a portarlo appeso al collo con un
pezzo di spago e traeva un conforto inspiegabile dal toccarne
l'iscrizione.
Il giovane not il suo movimento. Zio, disse, che cos'hai
l? Muda premette una volta il kris prima di aprire la
mano per farlo vedere all'agente. La punta affilata gli punse
la pelle con un dolore illuminante.
Questa  la mia guida divina, cominci, e raccont al
giovane come aveva trovato il kris. Quindi, vedi, questa vostra
legge passa la soglia dell'ingiustizia. Va anche contro le
indicazioni del cielo.
Il ragazzo pareva a disagio. Si spinse indietro il cappello
sui capelli bruni e scosse il capo. Ma che ci posso fare? disse.
Puoi darci un giorno. Lascia che una persona di ogni famiglia
vada a fare i documenti. Lascia che gli altri restino a
scavare. Se domani c' ancora qualcuno senza permesso,
quella persona dovr rinunciare alla concessione. Ma ci
meritiamo questo giorno di grazia.
Il giovane and a parlare con il suo superiore e poi entrambi
andarono ancora da un altro uomo. Muda li guard mentre parlavano muovendo i piedi con imbarazzo sul terreno
fangoso. Presto l'ufficiale in comando venne a sentiredi persona la storia di Muda. Esamin anche il kris e lo tenne
in mano. Poi prese il megafono e annunci che gli abitanti
del villaggio avrebbero avuto un giorno di tempo per
richiedere le concessioni.
Fu Norliza ad andare per la loro famiglia, correndo a casa
per prendere il denaro e cambiarsi i vestiti dopo aver affidato
a Muda il sacchettino di pepite che teneva legato alla
vita. Baci due volte sulla fronte ognuno dei suoi figli e raccomand
ad Amin, il maggiore, di stare attento ai fratelli.
Poi spar insieme con gli altri.
Per tutto il mattino Muda avvert l'animosit inespressa
della gente degli altri villaggi. Tent di lavorare, ma a tratti
aveva un presentimento tanto nefasto che si sentiva la nuca
fredda e umida, come al sopraggiungere dell'ombra che
precede un colpo. Parecchie volte si volt di scatto, ma non
c'era nulla. Gli altri lavoravano monotoni ai loro appezzamenti,
e quando li guardava il senso di pericolo svaniva come
foschia. Eppure pi tardi si sarebbe ricordato di quella
sensazione, del disagio diffuso che si era manifestato sin dal
primo pomeriggio.
Muda era sprofondato fino alla vita dentro una nuova
buca quando ud le grida. Salt fuori e vide Amin che urlava,
indicando freneticamente la testa di sua sorella sbucare
sulla superficie del fiume, dov'era caduta. Per un attimo vide
la testa e le spalle della bambina girare nella corrente
lenta vicino alla riva. Quando avevano scoperto l'oro il fiume
era calmo, ma le piogge l'avevano ingrossato. Vicino al
centro l'acqua s'increspava con forza, creando un tumulto
di forme spumose che avevano affascinato Maimunah attirandola
verso la riva. Ora si allontanava dalla sponda entrando
nel caos. Muda, sebbene neanche lui sapesse nuotare
molto bene, non ci pens due volte. Quando salt nelle
acque mulinanti per inseguirla, aveva in mente le facce dei
I	propri figli.
La corrente era mille mani che lo tiravano in direzioni diverse. All'inizio la contrast, ma ogni volta che levava il capo sopra l'acqua veniva tirato di nuovo gi, spinto contro il letto del fiume i cui sassi, pens sentendoli sfregare sullafaccia e sulla pancia, avrebbero anche potuto essere fatti
d'oro. Oro. Gli facevano male i polmoni quando fu sbalzato
fuori dell'acqua abbastanza a lungo da ingoiare un respiro
profondo e scorgere il viso terrorizzato di Maimunah a
pochi centimetri da lui. Si tuff in avanti, brancolando nell'acqua,
e desider avere il potere delle mani di sua sorella,
mani in grado di setacciare l'oro dai sassi, mani che infondevano
la vita nel mondo. Mani che avrebbero saputo come
allontanare quegli spiriti maligni che lo stavano di nuovo
trascinando sotto.
A un certo punto in fondo al fiume, trascinato al punto
che le tasche gli si riempivano di sassi e d'acqua, rinunci.
Per un miracolo aveva ancora al collo il kris; chiuse la mano
intorno al pugnale e smise di lottare. Era un tronco pesante,
un tronco bruciante dentro ma immobile, sballottato
dalla corrente, buttato da una parte all'altra. Fu sbattuto
contro un masso sommerso con una tale forza che pens di
essersi rotto un braccio, ma neppure allora oppose resistenza.
E all'improvviso, come se fosse stato un topo in bocca
agli spiriti del fiume, essi si stancarono di quel gioco e lo
proiettarono in un punto calmo, un'insenatura del fiume
dove l'acqua era ferma e tranquilla.
Quell'acqua pi calma era piena di detriti. Rami spezzati
galleggiavano accanto a Muda, che pass vicino ai resti di
lucertole e gatti morti per raggiungere la riva. Maimunah
era l. I suoi calzoncini erano stati strappati via ma indossava
ancora la camicia, che si era impigliata nei rami. Temette
che fosse morta, perch quando la chiam non rispose. Invece
era viva - quando la tocc, la bambina gir il capo a
guardarlo - ma fu invaso da una profonda paura perch lo
sguardo che incontr era immobile e vuoto, come acqua
stagnante, e gli fece pensare che uno degli spiriti del fiume
fosse entrato in lei mentre la trattenevano sott'acqua. Agganci
il braccio rotto a un ramo, affondando saldamente
il gomito nel fango. Era cos esausto, all'improvviso, che
pens di poter scivolare di nuovo nell'acqua calma e affondare
come una pietra. Fu solo Maimunah a farlo resistere.
La sollev con il braccio buono, a cui la piccola si aggrappcome un animale marino. Muda le accost la bocca vicinissimo
all'orecchio e cominci a cantare. Le vecchie canzoni,
prima di tutto, canzoni sulla terra, sugli alberi, sull'erba alta
che ondeggiava intorno al fiume. Quando la sua voce cominci
a vacillare si rivolse alle preghiere che ricordava, inframmezzate
dal versetto del suo kris portafortuna. Alla
fine si ridusse a un'unica frase mormorata senza tregua, le
braccia ormai insensibili per il peso della bambina e l'albero.
Fu cos che li trov la gente del villaggio.
Erano anni che i compaesani di Muda non parlavano degli
spiriti del fiume, ma quando lui si ammal cos gravemente
iniziarono a ricordare certe storie. C'erano spiriti
dell'acqua capaci di tirarti l sotto a vivere d'aria e di alghe;
c'erano spiriti delle correnti capaci di invaderti la mente e
farti girare la testa per il resto della vita. Era questo che temevano
fosse successo a Muda. Per dieci giorni fu sopraffatto
da una febbre cos forte che lo riduceva a contorcersi e
borbottare sul pavimento di casa, cacciando a gesti Khamina
che tentava di avvicinarsi per portargli da bere. Per primo
venne l'imam, poi il guaritore del villaggio, che accese
candele ai quattro angoli della stanza e cantilen versetti
del Corano, e mand gridi con la voce degli spiriti del fiume,
nel tentativo di indurii a uscire, di farli tornare a casa.
Alla fine se ne and anche lui, scuotendo il capo e dicendo
che quegli spiriti erano forti: non c'era nulla da fare tranne
attendere e pregare.
L'undicesimo giorno la febbre cal da sola. Khamina era
caduta in un sonno inquieto, appoggiata contro il muro di
fronte a Muda. Si svegli sentendo un silenzio, una certa
stranezza nell'aria. Per un istante pens di essere morta ma
quando apr gli occhi vide il marito che la fissava dall'altro
capo della stanza. Muda sbatt gli occhi e chiese un bicchier
d'acqua con voce abbastanza limpida. Eppure, anche
dopo l'abbassarsi della febbre, rimase debole. Le persone
che venivano a trovarlo notarono che parlava a stento, che i suoi occhi vagavano negli angoli bui della casa e che toccava
continuamente il kris che gli pendeva dal collo. Spessolo sentivano mormorare il versetto che una mano defunta
da tempo aveva inscritto sul pugnale.
In quel periodo, quando i vicini temevano per la sua
mente ma non per la sua vita, Muda invece aveva paura di
morire. Durante la febbre aveva fatto ripetutamente sogni
di luce, forte come il sole di mezzogiorno ma senza il calore.
Quando fu sfebbrato, quei sogni non svanirono. Gli pareva
di camminare fra due mondi, quello familiare di casa
sua e un mondo che aveva sognato, caldo ed estraneo e
pieno di una tranquillizzante luce bianca. Non desiderava
vedere nessuno, non perch si sentisse debole ma perch
le loro voci parevano giungergli attraverso un rumore come
d'acqua corrente, da tanto lontano che ascoltarli gli costava
un grande sforzo. Per diverse settimane rest seduto
sotto il portico di casa, lo sguardo fisso nella luce bianca
che lo circondava giorno e notte, ad attendere qualche segnale.
Lo ricevette un giorno in cui il richiamo alla preghiera
gli giunse chiaramente, una voce bassa, dolce, pacifica,
non disturbata dall'accavallarsi e dall'interferenza di
altri suoni. La ascolt commosso dal suo nitore, dal ritmo
familiare delle parole. Tocc il kris sul suo petto ossuto. Ci
vollero diversi giorni, ma da quel momento il mondo cominci
a tornare a lui, fino a che tutto ci che lo circondava
risplendette con un nitore e una vivacit che non ricordava
dal passato.
Quando si fu ristabilito, Muda torn al suo lavoro alla
piantagione di gomma. Khamina all'inizio se ne rallegr,
pensando che avesse messo la testa a posto. Riprese il suo
posto sotto il portico con la provvista di foglie fragranti e
per qualche giorno osserv attentamente Muda, quasi non
osando credere ancora al ritmo familiare della sua vita. Ma
anche quando i capi del villaggio vennero a spiegare che
avevano tenuto da parte l'appezzamento di Muda ai campi
auriferi, lui non fu tentato. Li allontan con un gesto dicendo
solo che la concessione adesso era di Norliza, la quale
poteva farne ci che voleva.
Solo quando i giorni si trasformarono in settimane Khamina
inizi a capire che la follia dell'oro non era scomparsa, si era solo trasformata. La sera, dopo l'ultimo richiamo
alla preghiera, disponeva con cura sulle foglie il riso di
Muda e attendeva il suo arrivo. Ma, come nei peggiori
giorni dell'oro, lui non appariva. Scopr che sulla via del ritorno
si fermava alla moschea e che a volte si fermava l fino
a tarda notte, la fronte premuta sul fresco pavimento di
pietra, in preghiera. A casa, spesso si ritirava sotto il portico
con una lampada e la sua nuova copia del libro sacro, e
a volte lei svegliandosi nel cuore della notte lo vedeva l, il
volto illuminato dalla luce tremolante, mentre sussurrava
nella lingua degli imam. Muda dimagriva e la luce febbrile
nei suoi occhi non impallidiva. Attraversava le giornate
con un'energia strana, terribile. La moglie aveva paura ma
non poteva certo lamentarsi del Corano, del lavoro o di
nient'altro.
Lui port con s quella nuova devozione persino tra gli
alberi della gomma. Non pisolava pi durante i lunghi pomeriggi;
invece pregava, in un mormorio che si mescolava
ai suoni fruscianti degli alberi. Fu cos che lo trovarono i figli
quando, un giorno, i proprietari della piantagione vennero
a chiamarli. Seguirono il suono della sua voce in preghiera.
Muda stava in riposo fra gli alberi della gomma, a
bere t sfogliando il suo libro sacro. Sent arrivare i ragazzi
e pos lentamente a terra la tazza. Quando irruppero nella
piccola radura vide sui loro volti l'agitazione e la paura, e la
sua mano, senza pensare, si mosse verso il petto per coprire
il kris. Disse un'ultima preghiera, poi segu i figli verso casa,
dove lo aspettavano quegli uomini.
Era il kris che volevano. Quello lo cap ancora prima che
parlassero. C'era il capo del villaggio, stava bevendo la costosa
Coca-Cola che Khamina aveva servito a tutti gli ospiti.
Fu il proprietario della piantagione a parlare. Spieg a Muda
che aveva sentito parlare del kris da un funzionario del
governo. Muda lo sapeva che probabilmente il pugnale era
appartenuto alla moglie di un sultano, pi di cent'anni prima?
Era una donna devota e lo portava appeso al collo con
una catenina d'oro. Secondo la storia di famiglia, un giorno
l'aveva perso mentre attraversava il fiume in barca. Eraun miracolo, davvero, che fosse stato ritrovato. Adesso, il
kris apparteneva a un museo. In realt Muda non doveva
esattamente rinunciarci. Poteva andare a vederlo quando
voleva. Ma cos avrebbero potuto vederlo anche gli altri.
Erano certi che lui non volesse tenerlo tutto per s. E poi,
dopo tutto, era un ordine del sultano.
Muda ascolt con attenzione, il kris posato nella palma
della mano mentre l'uomo parlava. Era suo, soltanto suo;
questo lo sapeva bene. Pens al giorno in cui l'aveva trovato,
a come il kris aveva salvato i campi auriferi del suo villaggio,
a come gli aveva salvato la vita. Il pensiero che qualcuno potesse
venire a prenderglielo lo faceva bruciare dentro, gli toglieva
il respiro. Fece per parlare ma le parole gli morirono in bocca. Non sarebbe servito a niente. Un ordine del sultano
non era una cosa da cui si potesse dissentire. Si sarebbero
presi il kris, incuranti di qualsiasi cosa dicesse. E cos,
quando finirono di parlare, lui non pronunci una parola.
Mise il kris nella mano dell'uomo ricco, una mano morbida
e umida di sudore. Poi si alz in piedi con grazia e usc da
casa sua, ma Khamina not che, malgrado tutta la sua dignit,
nei suoi occhi quella luce selvaggia si era spenta del
tutto.
Erano arrivati nella macchina d'oro e mentre se ne andavano
Muda li segu, camminando a passo regolare dietro il
luccichio dorato che si allontanava verso l'orizzonte. Anche
dopo che l'auto fu sparita alla vista, mentre la polvere che
aveva sollevato si posava sugli alberi, continu a camminare.
Alla fine ogni traccia scomparve e Muda si accosci sul
margine della strada, all'ombra. Prov a dirsi che era la volont
divina, ma tutti i versetti sacri, persino quello del kris,
che sapeva a menadito, erano scappati dalla sua mente. Rest
seduto cos, in assoluto silenzio, in un grande vuoto. Di
fronte a lui la cupola dorata della moschea luccicava nel sole
meridiano, luminosa come un gioiello.
...
.
...
IN GIARDINO.
...
.
...
Andrew Byar inizi il suo esperimento in giardino, uscendo
nel crepuscolo della sera dopo che il personale per quel
giorno se n'era andato, dopo che il cuoco aveva servito l'ultimo
pasto e lavato il vasellame e si era allontanato per
prendere l'ultimo tram, dopo che il giardiniere aveva sistemato
gli attrezzi in una progressione ordinata e lucente
contro le pareti del capanno, aveva portato le erbacce al
mucchio del compostaggio al margine della tenuta e aveva
accudito le orchidee appese come lanterne alle spalliere.
Fu allora che Andrew Byar usc, la casa come una grande
nave alle sue spalle, sua moglie e i figli grandi dediti ai loro
riti serali dietro i vetri delle finestre.
Era giugno, l'aria fragrante di gelsomino, caprifoglio e
mimosa. Sugli alberi i boccioli di catalpa ammiccavano come
stelle; il loro odore di crema pervadeva l'aria violenta.
Andrew cammin fino al capanno a passo rapido, quasi furtivo
lungo il sentiero, come fosse un ladro e non il proprietario
di quel verde ettaro di terra nel cuore di Pittsburgh,
in cima a un'altura che dominava la pianura dalla riva opposta
del fiume Monongahela. L i suoi impianti siderurgici
ruggivano giorno e notte con il ritmo di un cuore che
batte, luccicando di lontano come pile di monete brunite.
Alla porta del capanno accese la torcia e si addentr in
un'oscurit ricca dell'aroma di legna fresca, olio di lino e
terra umida. Si diresse al banco da lavoro. Sotto c'era, spinta
in un angolo, una cassa di legno gi usata per una spedizione
di cachi freschi dalla costa giapponese, ora sepolta
sotto varie coperte. Mentre Byar trascinava la cassa in mezzo
alla stanza, la polvere ondeggi nello stretto fascio di luce e si alz un odore di muffa e olio. Apr il coperchio scorrevole
e a tentoni afferr la cassetta di sicurezza nascosta
sotto una pila di vecchie riviste ingiallite. La scatola d'acciaio
era accuratamente avvolta in stracci oleati che caddero
in un mucchietto morbido accanto al cuoio lucido delle
sue scarpe. Apr la serratura con una minuscola chiave lavorata
che aveva preso dalla tasca interna della giacca.
Imballata in una nuvola di cotone c'era una bottiglietta
da tre decilitri di vetro marrone, del tipo, molto comune,
che avrebbe potuto contenere iodio o sali da fiuto. Andrew
Byar pos la torcia in equilibrio sul bancone. Prese di tasca
una provetta e vers con cautela dalla bottiglia un liquido
trasparente, riempiendo la fiala fino a un segno vicino all'imboccatura
per poi chiuderla con un tappo di sughero.
Rimise la bottiglietta marrone nella scatola, ripose la scatola
fra gli stracci e sotto le riviste, riport la cassa sotto le coperte
ammuffite e il bancone. Con la torcia in una mano e
la provetta nell'altra usc dal capanno, dirigendosi oltre la
piscina e lungo il sentiero di ghiaia, tra i cespugli di camelia
carichi di fiori di un bianco rosato, finch giunse alla
spalliera delle orchidee.
Qui si ferm. Da quella radura la casa era visibile solo a
tratti fra gli alberi, magnifici olmi, querce e sicomori centenari,
rari superstiti delle foreste vergini abbattute un secolo
prima per costruire la citt. Per un momento rimase a
guardare, cogliendo la luce dei vetri e l'ombra del mattone
tra le foglie, immaginando sua moglie fare il bagno come
ogni sera, morbidi asciugamani sul pavimento di marmo
italiano e petali di rosa sparsi sull'acqua. Di recente i
capelli di lei avevano cominciato a ingrigire e ogni settimana
veniva a casa una parrucchiera che se ne andava lasciandola
dorata, preziosamente incorniciata come uno specchio.
Eppure, nelle espressioni e nei movimenti rallentati
della moglie Andrew Byar si trovava di fronte la propria
et. I due figli erano tornati dall'universit per le vacanze
estive, apprendisti all'acciaieria che lui aveva costruito dal
nulla e con cui aveva fatto la propria fortuna. Erano giovanotti
indolenti, belli e viziati, e non aveva fiducia in loro.Quest'estate si erano portati degli amici, un flusso costante
di ragazzi e ragazze che invadevano la casa di risate vivaci;
che punteggiavano i campi da tennis di membra scoperte
e di grida; che si sdraiavano su panchine, divani, poltrone;
che nuotavano nel bacino naturale della sorgente o si
spruzzavano in piscina, o bevevano Martini l accanto. Andrew
li evitava e dormiva male, svegliandosi da sogni in cui
il suo impero, costruito grazie a tanti sacrifici e tanta prudente
abilit, edificato con tanta cura a costo del sudore di
tutta una vita, si era frantumato riducendosi a nulla mentre
loro si divertivano.
Tra le sue dita la provetta si era scaldata al punto che
sembrava emanare calore da s. Andrew la sollev, tentando
di distinguere se dall'interno venisse un bagliore o se
fosse solo uno scherzo della scarsa luce serale. Quell'unico flacone nascosto nel capanno costava pi della piscina e anche
pi del vagone ferroviario privato, arredato di velluti e
ori, in cui viaggiava una volta al mese per recarsi a New
York. Eppure se quel liquido era, come lui credeva, un elisir
di vita, allora nessuna spesa era eccessiva, nessun prezzo
esagerato, anche se fosse dovuto costargli il mondo intero.
Tolse il tappo alla provetta. Con lentezza e cautela, goccia
a goccia, vers il liquido distribuendolo nel terriccio intorno
all'orchidea.
Poi rest in piedi, immobile, davanti alla spalliera finch il buio fu completo, finch i grilli e le rane gli riempirono
la testa di un canto frenetico che sembrava rasentare la follia.
Allora si fece scivolare in tasca la provetta vuota e and in casa.
Le sue serate trascorsero in tal modo per un mese e poi
un altro. Di giorno era, come al solito, oberato dagli affari.
Stendeva contratti in ufficio oppure percorreva le passerelle
sovrastanti i forni accesi mentre sotto di lui lavoravano
gli operai, ombre che spalavano, sollevavano, davano forma
a lunghe sbarre d'acciaio. Il calore del metallo incandescente
gli dava piacere, come la danza intricata fra i macchinari
e gli uomini, e pregustava anche la fine della settimana,
quando il contabile gli portava le cifre relative allaproduzione nell'ufficio che sovrastava la fabbrica, facendo
scivolare sulla scrivania di mogano una cartelletta di pelle
nera dal bordo in foglia d'oro. Andrew Byar, nato povero in
Scozia, era un uomo che si era fatto da s e ne andava fiero.
Credeva nella sua personale forza di volont e credeva nella
scienza. Negli anni Venti Pittsburgh era una citt pulsante,
mossa da grandi macchine e invenzioni favolose, e se a
volte la fuliggine cadeva dal cielo come neve nera, se i fiumi
sconvolti diventavano neri, Andrew Byar confidava che
la scienza avrebbe trovato delle soluzioni. L'elettricit aveva
gi eliminato il pericoloso sibilo del gas, il faticoso ribollire
del vapore; nei decenni a venire la citt sarebbe stata splendente,
una metropoli luminosa dove il sole veniva riflesso
dalle superfici a specchio di un milione di ingranaggi ben
lubrificati.
Tutti fatti, ovviamente, d'acciaio.
Byar aveva tratto profitto della sua acuta comprensione
delle nuove tecnologie oltre che dal suo istinto per il rischio
e l'innovazione. Delle persone si fidava meno ciecamente,
conoscendo per esperienza la fragilit e la tendenza a fallire
dell'essere umano: dopotutto, quanti uomini erano morti
nella sua fabbrica a causa di un'unica azione sventata?
Quante volte nel suo ufficio era comparsa una vedova a
mendicare denaro per nutrire i suoi bambini senza padre?
Lui acconsentiva, sempre, badando ogni volta a spiegare come
si sarebbe potuto evitare l'incidente. Cos avvertito per
quanto riguardava gli insuccessi umani e la colpevolezza,
aveva dato al suo giardiniere una macchina fotografica con
il compito di fotografare l'orchidea del giardino ogni mattino
alle otto precise. La memoria, con le sue correnti imprevedibili,
la sua tendenza a far prevalere la speranza sui fatti,
non era cosa di cui si fidasse. Ogni giorno il giardiniere entrava
nel suo studio e posava una busta sulla scrivania; ogni
giorno Andrew Byar datava quella busta e la archiviava in un
cassetto di rovere senza aprirla.
Alla fine del secondo mese, mentre la sua famiglia era in
Europa, si chiuse a chiave nello studio e prese dal cassetto le
sessantuno buste sigillate. La limpida luce mattutina entravadalle finestre, che correvano dal pavimento al soffitto lungo
la parete alle sue spalle. Byar appese sulla parete opposta le
foto, a una a una, in ordine cronologico, attaccandole all'intonaco
con un pezzetto di nastro adesivo. Quando arriv all'ultima
gli tremavano le mani. Eppure era metodico, attento,
preciso. Solo quando ebbe appeso l'ultima fotografia
fece un passo indietro per guardare l'insieme.
Ci che vide lo lasci stupefatto. Aveva cominciato con
un'orchidea dai fiori radi, una pianta ormai invecchiata.
Eppure, nutrita da quel liquido sperimentale, aveva prosperato
a tal punto che il cambiamento era chiaramente visibile
da una foto all'altra. Dopo una sola settimana l'orchidea
aveva fatto spaccare il vaso; ci era accaduto altre due volte
nel corso dei due mesi, e adesso la pianta era grossa come
un cespuglio. I boccioli pendevano a cascata da steli cos lunghi da accumularsi l'uno sull'altro strascicando fino a
terra. And immediatamente in giardino, dove l'orchidea
pendeva dal centro della spalliera con i boccioli come gioielli
vivi. Ne tocc quasi con soggezione i cerei petali bianchi, il
cuore viola scuro. Ci che prima era ordinario era diventato
una cosa di un altro mondo, un posto pi fertile e generoso,
un luogo di infinita abbondanza.
Rimase tutto il giorno in uno stato di agitazione euforica,
distratto nelle riunioni, guardando l'orologio mentre andava
avanti e indietro per la fabbrica, nel desiderio che le ore
lente passassero. Finalmente inizi a scendere la sera e Andrew
and a casa. Diede libert a tutta la servit e mand l'auto a prendere Beatrice. Metti un abito bianco, sugger
in un biglietto e pieg in due la carta spessa, immaginando
lei al tavolino da toilette, le parole scure disseminate
tra i suoi flaconi di profumo. Sarebbe arrivata tardi, lo sapeva.
Vivace e capricciosa, avrebbe fatto con comodo; forse
non sarebbe venuta affatto. L'aveva vista per la prima volta
un mattino all'alba, un'ospite solitria che galleggiava come
un petalo sulle invisibili e misteriose correnti della piscina,
la pelle chiara quasi iridescente.
Il crepuscolo ammorbidiva i contorni del mondo. Impaziente,
non uso all'inerzia, Byar per passare il tempo prepar scrupolosamente la scena portando sulla morbida distesa
del prato tavolo e sedie di ferro battuto bianco. Era
un giardino notturno, bordato di basse nuvole di alisso
odoroso. Mentre Andrew lavorava si aprirono i convolvoli
notturni, spandendo nel buio il loro vago profumo di limone.
Appese l'orchidea spettacolare a un ramo basso di
un sicomoro, ogni fiore simile a una candela in un candelabro.
In una bacinella di cristallo piena d'acqua mise lill
bianchi e camelie, cos che il tavolo apparisse parte del
giardino eppure sembrasse anche galleggiare sopra di esso,
sospeso, luminoso e fugace come un desiderio.
Finalmente ud i passi di lei scricchiolare sulla ghiaia. E
poi la vide sul sentiero, pallida e snella come lo stelo di un
fiore. Il vestito bianco aveva un velo diafano che la rendeva
insieme vibrante e indefinita, amorfa. Portava un cappellino
aderente al capo come una carezza.
Cosa c'? domand ridendo, le labbra fresche contro
quelle di lui. Non vedo l'ora di saperlo. Qual  la sorpresa?
Sedettero al tavolo. Andrew Byar prese da una borsa di
tela posata sull'erba una bottiglia senza etichetta, di vetro
antico liscio e ondulato fra le sue mani.
Questo vino, disse, ha due secoli. Ne  stata scoperta
una cassa in fondo al mare, in un relitto affondato al largo
della Francia nel 1718. Per tutti quei decenni  rimasto
sott'acqua e quando l'hanno riportato in superficie era intatto.
Pensa, Beatrice: l'uva che ha dato questo vino  cresciuta
in un mondo dove il giardino in cui siamo seduti non
era altro che natura selvaggia.
Beatrice sorrise, intrigata, si vedeva, e curiosa. Era lo stesso
sguardo che gli aveva rivolto quand'era uscita dalla piscina
all'aurora, la pelle cos pallida sotto il costume color lavanda,
l'acqua che le ruscellava dalle membra, e l'aveva
trovato l in piedi a guardarla, in attesa.
Il tappo si sbriciol; Andrew vers il vino e lev il bicchiere.
Al
passato perduto, brind. E al nostro futuro.
Quel vino raro sapeva oscuramente di quercia bruciata;
era secco, non amaro, con una traccia di ciliegia. Stupefacente, mormor Beatrice. Quando i bicchieri furono vuoti,
Andrew prese dalla borsa di tela un'altra bottiglia che
depose sul tavolo accanto alla prima.
Questa ha l'etichetta, osserv Beatrice.
Lui sorrise. L'aria della sera era tiepida come un respiro.
S, disse.  l'annata pi recente dello stesso vigneto da
cui veniva il primo vino, in Francia. Gir la bottiglia nuova,
tenendo gli occhi sul viso di lei. Naturalmente, se questa
bottiglia venisse aperta fra altri duecento anni, quasi
ogni cosa ora vivente sarebbe morta.
Mi sconcerti, disse lei allontanando lo sguardo, e Andrew
si ricord che, nonostante la sua giovent, era sensibile
alla morte; aveva perso l'unico fratello nell'epidemia di
influenza.
S, replic,  alquanto deprimente, sono d'accordo.
Ma, Beatrice... e se tu potessi vivere fino a bere questo vino
fra duecento anni? Pos la bottiglia e le prese le mani. E se
fra due secoli potessimo di nuovo sederci in questo giardino,
proprio come adesso, ad aprire questa bottiglia insieme?
Lei rise, e la sua risata colp il silenzio come un'onda prima
di svanire. Non ti capisco, disse.
Allora lui si alz in piedi e fece alzare anche lei. Le fece
vedere l'orchidea prima cos avvizzita, ora traboccante di vita.
Era l'anno 1922 e i coniugi Curie avevano trasformato
della semplice terra in qualcosa di raro e fino allora inimmaginabile.
Era stato svelato un segreto dell'universo, e un
mondo inquieto sognava di trasformarsi. Ovunque nei negozi
c'erano dentifrici speciali, creme per le mani, sali da
bagno, linimenti, cioccolatini al radio, che promettevano
miracoli. In tutto il paese c'erano fabbriche dove le operaie
dipingevano sugli orologi facce luminose, leccando la punta
del pennello per mantenerlo appuntito, e sentivano il sapore
di un minerale amaro proveniente dal cuore oscuro
dell'universo. Era un'epoca di benessere e quasi tutti potevano
permettersi di avere un po' di radio, ma solo un uomo
ricco come Andrew Byar poteva averne finch voleva. Radi
Os. Sussurr il nome del suo elisir passando le dita sulla
fiala che aveva in tasca. Quando le disse quanto era costatoil flacone, Beatrice rimase senza fiato. E quando lui vers le
gocce per entrambi in un secondo bicchiere di vino, quel
vino di un'uva scomparsa da duecento estati, lei bevve.
"Il paradiso perduto", pens appoggiandosi allo schienale
della sedia. Pallidi fiori si aprivano nel buio, in mezzo al
suono crescente degli insetti, e il vino scald la gola di lui e
di lei.
"Paradiso perduto, ora ritrovato."

Andrew aveva chiamato l'automobile, che quando Beatrice
usc dalla villa stava in attesa, silenziosa come un'ombra,
accanto al cancello. La ragazza camminava ascoltando i rumori
notturni dei grilli, del vento tra le foglie e il brusco
scricchiolio dei sassi sotto le sue scarpe di satin. I suoi occhi
continuavano ad alzarsi verso il cielo notturno con l'infinita
distesa di stelle in movimento. Suo padre aveva un telescopio
e aveva cercato di insegnarle le costellazioni, portandola
sul tetto della loro grande casa per indicarle con
infinita pazienza le cinture e le fiamme e le chiome fluenti,
le coppe di stelle traboccanti di cielo buio. Lei aveva studiato
per fargli piacere ma non era mai riuscita a scorgere
quello che lui ci teneva tanto a mostrarle. La navigazione
celeste, le spiegava, una scienza dell'aria: intere flotte avevano
viaggiato avendo per guida solo quelle stelle. Beatrice
le fissava finch le facevano male gli occhi e le stelle bruciavano
fosforescenti dietro le sue palpebre chiuse, ma anche
allora i disegni le sfuggivano. Spesso, proprio quando si
sentiva sul punto di vedere le stelle radunarsi in una forma,
le pareva che si gonfiassero formando dei fiumi, che si disperdessero
come una manciata di riso buttata sull'asfalto.
Suo padre sospirava e metteva via il telescopio. Non sapeva
immaginare che la sua unica figlia non condividesse il suo
amore e la sua attitudine per la scienza.
L'autista aveva il finestrino abbassato. La brace della sua
sigaretta descrisse un arco luminoso quando si mosse per
avviare il motore. Beatrice si ferm per dirgli che andava a
piedi - l'aria notturna era cos piacevole - e dal cancellousc in strada. I suoi passi erano decisi e solitali sui marciapiedi
di citt. I vasti giardini della tenuta si levavano selvatici
e intricati accanto a lei; una brezza morbida muoveva lo
scialle diafano che portava intorno alle spalle. La notte era
cos buia che le stelle sembravano quasi a portata di mano.
Beatrice rovesci la testa all'indietro per guardarle, il corpo
invaso dalla gioia. Si sentiva lei stessa come una stella, chiara
e radiosa, come se ogni sua cellula fosse ardente, come
se stesse emanando una luce propria nell'universo.
Questa sensazione era una cosa nuova: forse, ma non per
certo, una conseguenza dell'elisir di Andrew. Quando le
aveva messo le gocce nel vino, lei per rispetto aveva smesso
di ridere, anche se dentro di s era ancora divertita. Aveva
bevuto per curiosit e per cortesia, ripetendo i gesti formali,
quasi muti, che erano come un contenitore della loro
passione, ma anche per fedelt a un voto che aveva fatto a
s stessa. Perch Beatrice aveva in corso un esperimento
tutto suo, che aveva a che fare con Andrew solo marginalmente.
Il vino aveva un sapore antico, di quercia consumata,
con una traccia di muffa. L'aveva lasciato indugiare sulla
lingua, immaginando quell'uva scomparsa, ma non aveva
avvertito nessun sapore fuori del normale, nemmeno un
sentore di sale dopo tutti quei decenni sotto il mare.
Era stato solo pi tardi, dopo che avevano finito il vino,
mentre attraversavano il giardino bianco lungo il sentiero
di sassi, che era cominciato. Falene e sfingi erano sbucate
dalle ombre per posarsi sui convolvoli notturni, alzando le
loro ali lente. Vicino alla casa, un'aiuola di nasturzi bianchi
sembrava mandare scintille. Beatrice si era tolta le scarpe
ed era entrata nell'acqua, una sorgente naturale circondata
di rocce. Sembri un giglio d'acqua, aveva detto Andrew, e
lei aveva abbassato lo sguardo sull'orlo del vestito, scurito
dall'acqua. Aveva sorriso e gli aveva premuto la palma sulla
guancia. Lui le aveva preso la mano e l'aveva baciata, le labbra
sulla piccola concavit sotto le dita, il respiro sulla palma.
Era stato allora che Beatrice aveva sentito per la prima
volta come la sua carne, dov'era stata toccata da quella di
lui, sembrasse pulsare di luce, trasformata, ma aveva dato lacolpa di quella sensazione al vino, alla luce delle stelle, alla
stranezza del giardino sotto la luna. Avevano passeggiato
sull'erba. Lei aveva inciampato, lui le aveva preso il braccio,
ed ecco di nuovo quella sensazione: il tocco delle dita come
raggi di sole sulla sua pelle. In casa era stato tutto molto diverso.
La luce tracciata dalle dita di lui le segnava la pelle,
su quel letto la luce passava in lei come una cometa.
Ora svolt sul viale di ville imponenti, lo scialle bianco
che le cadeva dalle spalle, i capelli sciolti sulla schiena. Era
una notte straordinaria, l'aria morbida e calda, una carezza.
Udiva ancora l'automobile che la seguiva a distanza e
quando varc il familiare cancello della tenuta del padre,
meno grandiosa di quella di Byar ma ugualmente magnifica,
si volt a fare un cenno all'autista, che guardava la strada
vuota davanti a s e finse di non vederla. Poi, sempre
sorridendo, la ragazza segu il sentiero alberato che portava
al giardino sul retro, dove si sedette su una panchina accanto
allo stagno. Sopra il tetto erano allineati i telescopi di
suo padre e, dietro di essi, le stelle.
Beatrice, che aveva vent'anni ed era bellissima, aveva promesso
a s stessa questo: non sarebbe mai stata usata, sarebbe
sempre stata libera. Avrebbe seguito il suo cuore ovunque
la portasse, e in questo modo avrebbe trovato il proprio
modo di comprendere il mondo. Era un esperimento azzardato
quanto quello di Andrew, altrettanto pieno di incerta
speranza, sebbene per chi la conosceva lei fosse semplicemente
scatenata, viziata, una ragazza la cui famiglia non si
era mai ripresa dalla morte del figlio maggiore, quel ragazzo
cos promettente che era sopravvissuto alla guerra per
poi morire d'influenza otto mesi dopo, nella stanza in cui
era nato. Era successo tre anni prima. Beatrice ne aveva diciassette
e quando il dottore era uscito dalla camera del fratello
per dare la notizia aveva sentito tutto il suo mondo
frantumarsi come vetro gi crepato, tenuto in forma solo
precariamente. Sua madre si era accasciata piangendo e
suo padre aveva chinato il capo brizzolato, scoprendo un
punto vulnerabile dietro il collo, arrossato dal colletto. Beatrice,
invece, non si era mossa. Non aveva osato. Ci che erastato compatto, logico e ordinato era, all'improvviso, slegato.
All'improvviso suo fratello, a cui voleva bene, che le aveva
insegnato ad andare a cavallo e ad avvicinarsi di soppiatto
ai binari della ferrovia per far schiacciare le monetine al
passare delle locomotive, quel fratello dai capelli chiari e
dagli occhi azzurri ancora pi chiari, era misteriosamente
sparito da questo mondo. Perch? esigeva di sapere, rivolgendo
la sua rabbia feroce verso gli amici, i parenti e i religiosi
che erano venuti in visita nelle settimane e nei mesi
seguenti, ma loro scuotevano la testa e non sapevano offrire
risposta pi completa dell'ordine naturale del mondo,
uno schema fisso, preordinato, divino.
Beatrice era stata una ragazza ligia al dovere, che accoglieva
le regole della societ come giuste e inevitabili, esattamente
come si poteva accettare il sorgere della luna o la
domestica che la mattina ti portava in camera gli abiti puliti.
Per questo non poteva accettarlo. Mentre percorreva i
sentieri della tenuta a tutte le ore del giorno e della notte,
ricordando la risata del fratello e il tocco della sua mano e
come la luce del sole facesse sembrare bianchi i suoi capelli
chiari, aveva cominciato a mettere tutto in discussione.
Aveva iniziato anche a forzare i confini del proprio mondo,
dapprima con precauzione, poi con pi insistenza. Era
stata irremovibile davanti alle reazioni allarmate che incontrava,
fermamente determinata a oltrepassare i limiti che
aveva conosciuto. Ma non era cinica. Pi che mai il mondo
le sembrava pieno di misteri che difficilmente avrebbe potuto
comprendere; il visibile cadeva come un velo fra lei e
qualcosa d'altro, una cosa percepibile nei momenti pi inaspettati:
una tenda bianca che si scostava da una finestra
aperta o l'ombra delle foglie che giocava sulle mattonelle
del pavimento della sua stanza, immagini che si stratificavano
e si raggruppavano, inesplicabili ma potenti. Eppure le
sue intuizioni non potevano pi essere contenute dalle
strutture che aveva accettato per tutta la vita e questa scoperta
la lasciava senza fiato, come se si trovasse in piedi sull'orlo
di un abisso, mentre il mondo intorno a lei continuava
come aveva sempre fatto, tenuto insieme dalla normalitquotidiana. Non vedete? avrebbe voluto gridare a suo padre
chino sulle cifre delle vendite dell'acciaio, a sua madre
che disponeva i fiori e al cuoco che tagliava cento biscotti
per il t. Non vedete che  cambiato tutto?
Se avessero alzato lo sguardo, avrebbe spiegato loro che
le regole erano come una rete: non potevano contenere
l'oggetto sfuggente che tentavano di catturare. Ma nessuno
alzava lo sguardo e Beatrice aveva lentamente capito che
doveva scoprire da sola la verit del mondo. E cos, decise,
avrebbe fatto. Avrebbe abbracciato ogni esperienza; avrebbe
abbandonato ogni preconcetto; avrebbe visto ogni momento
come una porta aperta e l'avrebbe varcata ogni volta
a occhi spalancati, senza paura.
Cos quando era emersa dalla piscina, con l'acqua che
luccicava fresca sulle sue membra pallide, e aveva visto Andrew
Byar che la guardava paralizzato, lei aveva sorriso.
E pertanto stanotte, quando le foglie si mossero dietro i
cespugli di ortensia accanto alla casa di suo padre e ne
emerse una figura alta, vestita di nero, invisibile se non per
le mani e la faccia che le apparvero come fari luminosi, sorrise
ancora una volta.
Pensavo che non venissi, disse, tranquilla.
Ti aspetto da ore, si lament il giovane, sedendosi accanto
a lei e prendendole la mano. Una luce la attravers;
pens a Andrew Byar e al suo giardino.
Povero Roberto, disse.
Era un lontano parente di sua madre, venuto dall'Italia a
passare l'estate l. Ufficialmente per motivi di studio, ma lei
sapeva che suo padre stava cercando il candidato adatto a
subentrargli negli affari. Non aveva mai pensato di chiederlo
a Beatrice, cosa che non le aveva dato fastidio finch non
si era resa conto che le regole del mondo erano leggere e
vuote, facili da mettere da parte. Si chiese pigramente se la
decisione del padre potesse cambiare sapendo che lei sarebbe
vissuta per sempre, e scoppi in una risata.
Non c' niente da ridere, disse Roberto parlando un
inglese formale e dallo strano accento che le piaceva molto.Ho sognato questo momento con te per tutto il giorno, e
poi tu non vieni.  offensivo.
Mi dispiace, disse lei, ed era vero, anche se non aveva
rimpianti. Sono dovuta uscire all'improvviso. Non c'era
modo di avvertirti.
Per andare dove?
Non  argomento di conversazione, rispose lei con leggerezza.
 soltanto affar mio.
Il giovane non replic. Lei ne sentiva accanto la presenza
oscura e inquieta. La vecchia Beatrice si sarebbe affrettata a
placare la sua ira; adesso invece sedeva in silenzio aspettando,
interessata, di vedere cosa sarebbe successo.
Sono innamorato di te, disse Roberto, arrabbiato per
essere stato forzato ad ammetterlo, o forse perch nutriva
quel sentimento. Non voglio perdere neppure un minuto del tempo che passiamo insieme.
Lei gli pos la mano sulla guancia, come aveva fatto prima
con Andrew. Ancora offeso, Roberto gir la faccia dall'altra
parte. Beatrice si lasci cadere la mano in grembo,
chiedendosi per la prima volta se quello che Andrew sosteneva
potesse essere vero. Non l'aveva davvero preso in considerazione,
che cosa volesse dire essere senza et, vivere al
di fuori del tempo. Esplorare ogni sfaccettatura del mondo,
seguire ogni passione fino in fondo, perch non sarebbe
stata obbligata a scegliere fra l'una e l'altra.
Tu cosa ne pensi? chiese a Roberto. Ti piacerebbe vivere per sempre?
L'ho gi fatto, rispose subito lui. Ogni momento in
cui non ci sei per me  un'eternit.
Allora Beatrice rise, deliziata da come tutte le porte si
aprissero su luoghi nuovi. Impulsivamente baci Roberto, facendogli scivolare la mano dietro il collo e la lingua in bocca, dove sbocci come un fiore colpito dalla luce.

L'estate si fece ricca e densa e poi, impercettibilmente,
inizi a sbiadire. Alcune foglie caddero a terra e da un giorno all'altro i sanguinelli si fecero rosso fuoco. Nel giardinodi Andrew Byar l'orchidea fioriva ancora opulenta. Altrove,
nella sua auto, l'uomo posava le dita lunghe e ossute sullo
scrittoio di noce fatto su misura. La citt era una sfilata di
luci oltre i finestrini aperti e da lontano veniva il ruggito
degli impianti siderurgici, che vibravano giorno e notte. Di
recente aveva ordinato un forno nuovo, determinato a surclassare
i concorrenti pi ricchi e pi famosi di lui. Ormai
erano vecchi e il loro tempo per costruire e creare era quasi
finito. Il suo no, ne era convinto.
Lui e Beatrice bevevano il Radi Os da due mesi e cinque
giorni. Era diventato un rito, e come in ogni rito c'erano
regole, intricate cerimonie che avevano assunto vita propria
e che non dovevano essere interrotte. Ogni settimana
si incontravano in giardino, anche se la famiglia di lui era
tornata e a volte si muoveva, visibile, dietro i vetri delle finestre.
L'alisso odoroso si era seccato e i convolvoli notturni
erano appassiti, e presto la splendida orchidea sarebbe stata
spostata nella serra per evitare le gelate precoci. Tuttavia
Beatrice, capricciosa, bella e caparbia come sempre, ogni
settimana lo raggiungeva a quel tavolo, guardandolo seria e
silenziosa mentre le versava le gocce nel bicchiere. Ormai
qualunque vino andava bene, qualsiasi tipo di abito, ma
ognuno dei due prendeva lo stesso posto a tavola di quella
prima sera, e sapeva senza dirlo che bisognava finire di bere
in un sorso solo. E doveva essere il crepuscolo, anche se
il crepuscolo adesso era pi precoce.
A volte dopo entravano in casa, a volte Beatrice non faceva
che alzarsi e sparire nell'ombra. La conversazione animata
dei primi giorni, le chiacchiere per confrontare i reciproci
cambiamenti - la pelle d'oca, il tremito alle dita avevano
dato luogo a un silenzio pensoso. Man mano che
le sensazioni nuove aumentavano, si toccavano sempre di
meno; anche il contatto pi casuale era quasi pi di quanto
potessero tollerare. Un bacio, e le labbra di lui vibravano
per ore. Uno sfiorarsi delle dita, e le mani portavano come
un marchio il calore di lei, la sua impronta.
Come un marchio. Era cos. Prima dell'esperimento Beatrice
era un barlume al margine della sua mente, un piacere, una ricompensa, risate che cadevano tra i fiori del suo
giardino a fine giornata. Gli faceva piacere che fosse figlia
di un importante rivale, che fosse agile e disinvolta quando gli scivolava nel letto, lontana in apparenza da tutti i limiti e
le preoccupazioni che dominavano altre donne. Una bambina
selvaggia, uno spirito libero: per questo l'aveva scelta.
Stranamente, per, adesso che il loro legame era stato suggellato
da questo segreto, adesso che la vedeva regolarmente
e forse avrebbe potuto continuare per decenni o persino
secoli a venire, non riusciva a togliersela dalla testa.
Era veramente ossessionato da lei, dalla sua indifferenza.
Quello, dopotutto, era il dono pi raro e l'aveva dato a lei
sola, a Beatrice. Non a sua moglie dai capelli dorati, non ai
suoi figli indolenti: a nessun altro che a Beatrice. Lei ne era
stata sorpresa, compiaciuta e curiosa; era vero che era venuta
fedelmente all'appuntamento ogni settimana. Eppure
mai una volta aveva espresso gioia o meraviglia per essere
stata scelta, e ultimamente questo aveva iniziato a turbare
Andrew Byar. Le aveva fatto questo dono: perch, allora, lei
non apriva il suo cuore? Beatrice restava com'era sempre
stata, divertita e curiosa ma stranamente distante, come se
la sua stessa vita fosse un libro che stava leggendo e che
avrebbe potuto posare in qualsiasi momento per guardare
il cielo fuori della finestra.
Le aspettative di Andrew erano state cos profondamente
deluse da renderlo preoccupato per il futuro. E se, negli innumerevoli
giorni che si stendevano davanti a loro, si fosse
completamente disamorato di lei? E se la sua compagna si
fosse rivelata una donna che lui disprezzava? L'orchidea
prosperava, in una cascata di boccioli simili a gemme; liberati
dalla prospettiva della morte, tuttavia, i sentimenti di
Andrew Byar per Beatrice stavano appassendo fino a ridursi
in polvere. Ora la vedeva nella luce pi cruda e notava con
sguardo critico i suoi minimi difetti: come un muscolo le si
contraeva sulla guancia quando soffocava uno sbadiglio o
un sorriso, il movimento irritante della gola mentre beveva,
la sua insistenza a mormorare lo stupido gergo alla moda
quand'era commossa o incantata dal mondo.Chiss se fra un decennio, si chiedeva lui, fra un secolo,
le sue idiosincrasie l'avrebbero istigato alla violenza? Una
condanna a vita, riflett: quell'espressione aveva acquistato
un senso nuovo.
Eppure, allo stesso tempo, lei non gli bastava mai. Mandava
l'autista a prenderla sempre pi spesso, e sempre pi spesso Beatrice non si faceva trovare. Il suo distacco lo faceva
arrabbiare. L'avrebbe tagliata fuori, pensava a volte, invaso
dall'ira, mentre sedeva solo nel suo grande studio, tremante
per questa incapacit, per lui insolita, di portare a
termine ci che desiderava. La scienza era stata la vita di
Andrew Byar, eppure la scienza non l'aveva preparato a
questo. N alla rabbia che provava nel sentire che lei si incontrava
con altri, nel giardino della tenuta di suo padre o
sul tetto o in automobili e treni. N alla nostalgia e all'infelicit
che sorgevano al posto della rabbia, un desiderio senza
fondo che quella sera, alla fine, l'aveva spinto fuori, in
macchina, per affrontare Beatrice.
Si fermarono nel vialetto circolare davanti alla villa del
padre di lei. Una cameriera, agitata e stupita quando lui
chiese di vedere la ragazza, spieg che era nel giardino sul
tetto. Andrew ignor i tentativi della domestica di farlo
aspettare. Attravers l'atrio a grandi passi e, seguendo il
proprio istinto, sal la scalinata curva che portava al primo
piano e una pi stretta fino al secondo, dove trov la porta
aperta e la scala a pioli che conducevano sul tetto. Salendo
emerse nell'aria frizzante della sera. Fiori e alberelli in vaso
avevano trasformato il tetto in un piccolo parco. Tavoli e
panchine offrivano luoghi per riposare e guardare il panorama
luccicante della citt. Beatrice era in piedi con la testa
china su un telescopio, i capelli sciolti sulle spalle, mentre
la sagoma accanto a lei indicava la cintura di Orione, il
Grande e il Piccolo Carro, le trecce fluenti della Chioma di
Berenice. Le avrai viste senz'altro, esclam l'uomo. Portava
un cappello e gesticolava in direzione delle stelle con
un giornale arrotolato. Insomma, sono evidenti come se le
avessi disegnate io!
Fammi guardare ancora, disse lei per blandirlo. I capelli scuri le scivolarono sulla guancia e in quel momento
la rabbia di Andrew Byar svan. Cap che non avrebbe mai
potuto rinnegare Beatrice pi di quanto potesse rinnegare
s stesso. Ci che era iniziato come scienza e desiderio era
diventato qualcosa di pi, qualcosa di essenziale per lui come
la vita stessa, tanto che vederla in quell'intimit con
uno sconosciuto, coinvolta in un mondo di cui lui non sapeva
nulla, gli fece mancare il respiro per il dolore.
Allora i due, sorpresi, alzarono gli occhi dai telescopi.
Andrew! esclam Beatrice. Suo padre -- perch era suo
padre, Jonathan Crane, con il ciuffo di capelli bianchi che
gli ricadeva sugli occhi e le mani macchiate da vecchio -- fece
un passo e disse: Byar, che diavolo ci fai qui?.
Sono venuto per parlare con Beatrice.
Senza invito, disse pungente Beatrice.
Jonathan Crane guard rapidamente prima l'uno e poi
l'altra, tagliando l'aria con la rada barba bianca.
Bene, disse, ecco qui Beatrice, come puoi vedere. Se
parler con te, non so dirlo. Ma comunque puoi essermi
d'aiuto, Byar. Vieni qui a dare un'occhiata. Beatrice sostiene
che nel cielo non c' un ordine. Dille, per cortesia, che
ha torto.
Forse non proprio torto, obiett Byar avvicinandosi.
Beatrice lo fissava; sentiva il suo sguardo come il bruciore
di uno schiaffo. Forse preferisce che le stelle restino sconosciute.
Forse
vedo delle forme tutte mie, replic lei. O forse
cerco forme nuove.
Il mondo  come , disse suo padre. Vieni, Byar, da'
un'occhiata.
Andrew si chin sul telescopio e si trov a guardare un
cielo ben noto. Quando finalmente si rialz, il vecchio lo stava
osservando con uno sguardo insieme concentrato e intransigente,
che gli ricord le numerose riunioni in cui si
erano fronteggiati cos, su posizioni opposte in merito a questioni
di produzione dell'acciaio o fondazioni benefiche.
Orione, disse Andrew, perch l'ordine delle stelle gliera chiaro e non vedeva ragione di dire diversamente. E il Grande Carro, appeso alla stella Polare come a un gancio.
Ecco, vedi, Beatrice? le disse il padre. Anche il tuo
amante segreto sa trovare le costellazioni.
Nel silenzio scandalizzato che segu, il vecchio parl di
nuovo.
S, so tutto, disse, tranne le tue intenzioni, Byar. Beatrice
viene a trovarti in segreto, o cos crede, ogni settimana.
Durante quegli incontri le dai un bicchiere di vino. A
volte entra in casa con te, a volte no. Sono suo padre, e ti
chiedo che intenzioni hai.
Andrew Byar fiss il suo vecchio rivale. Come aveva fatto
a farsi scoprire cos? La sua emozione seguente fu di mera
paura. Perch aveva compreso, nel momento in cui era salito
sul tetto e aveva scorto Beatrice, che il desiderio metteva
radici nella possibilit di perdere il proprio oggetto. Capiva
anche che se Beatrice non fosse stata presente a dare solidit
alla sua convinzione, a confermare la sua sicurezza come
la luce conferma l'ombra, la convinzione avrebbe potuto
abbandonarlo completamente.
Questi sono affari miei, stava protestando Beatrice, la
voce limpida ma tremante di rabbia. Non sono una vostra
propriet, di nessuno dei due, e non avete alcun diritto di
parlare di me in questo modo.
Ma io voglio rispondere, disse Andrew. E spieg con
precisione l'esperimento al padre di lei.
Jonathan Crane si batt il giornale arrotolato sulla palma
della mano. Ridicolo. Le tue idee sono insensate.
Poi cominciarono a litigare, sviscerando le propriet del
radio come una volta avevano scandagliato quelle dell'acciaio.
Litigavano con tale ferocia e passione che si dimenticarono
completamente di Beatrice. Fu suo padre a notare
per primo che la qualit del silenzio era mutata; il tetto,
con le sue mattonelle decorate e i vasi di fiori, era vuoto.
Lo vedi come fa, disse scorbutico, interrompendo Byar. Se n' andata. Ha scelto di ignorarci tutti e due.
Beatrice era appena dietro la porta, abbastanza vicina da
sentire suo padre dire cos. Non attese la risposta di Andrew. Quanto poco capivano, pens mentre scendeva le
scale per andare nelle sue stanze. Quante cose davano per
scontate e sceglievano di non vedere. Lei non aveva mai fatto
alcuna promessa a Andrew; lui aveva scambiato il suo silenzio
per complicit, ecco tutto. L'esperimento non l'appassionava
pi dei disegni astratti e lontani del cielo.
Perch limitarsi a vedere le stelle come tori e capre e granchi
quando, da un altro punto di osservazione - per esempio
dalla Luna, da Giove o da Saturno -, avrebbero potuto
assomigliare a qualcosa di completamente diverso? O, andando
oltre, all'interno di un altro sistema di percezione,
in una cornice di pensiero diversa, una persona avrebbe
potuto scoprire forme differenti da quelle che suo padre, Andrew Byar o chiunque altro immaginavano. Dopotutto non avevano la minima cognizione dei misteri del suo cuore.
Perch mai, allora, avrebbe dovuto fidarsi della loro visione
del mondo?
Non aveva alcuna intenzione di farlo. Non ci mise molto
a preparare la valigia.
La casa era silenziosa. Roberto aveva chiesto la mano di
Beatrice, e in seguito al suo rifiuto aveva a sua volta respinto
il padre di lei, voltando le spalle al commercio dell'acciaio
per ritornare a Padova a studiare botanica. Adesso
sono libero da te, le aveva scritto su una cartolina, e lei
aveva riflettuto un attimo prima di scrivere sotto: La tua libert
mi da gioia, e rispedirla al mittente.
Una sola valigia, ma pesava. La trascin gi per le scale e
sul pavimento di marmo dell'atrio, grata al mormorio della
fontana che mascherava i suoi passi. Fuori stava in attesa
l'auto di Andrew. L'autista avvi il motore non appena la vide
comparire sulla soglia. Be', perch no? pens Beatrice,
sebbene avesse avuto intenzione di chiamare un taxi. Stasera
avrebbe accettato un passaggio: s, perch no? L'autista
gett la sigaretta sulla ghiaia e scese per mettere il bagaglio
nel cofano. Beatrice si lasci scivolare sul fresco sedile di
pelle, posando le mani sullo scrittoio di noce e inspirando
il profumo tipico di Andrew: acqua di colonia, sigari e una
sottile nota di acciaio. Il liquido di quelle sue bottigliettenon aveva odore ma l'auto sapeva di soldi e di aria d'autunno,
che risultavano stranamente complementari. Alla stazione,
ordin, e l'autista part. Lei si gir per dare un'occhiata
alla casa, chiedendosi se Andrew e suo padre fossero
ancora sul tetto a parlare delle stelle o del mercato azionario
o del carattere ostinato di lei. Non importava, davvero.
Sarebbe salita sul primo treno, ovunque fosse diretto. Prese
la penna di Andrew. Sopra i dati di produzione, che avrebbe
visto appena la macchina fosse tornata a prenderlo,
scrisse a grandi lettere nere: La mia libert mi da gioia.


Beatrice viaggi per quasi un anno, tra Boston e Chicago,
New York e Filadelfia e Washington D.C. Nella sua scia
si increspavano storie riguardanti la sua vita scatenata: che
bevesse troppo e ballasse scalza nella neve e prendesse degli
amanti con abbandono sconsiderato. Sulle pagine delle
cronache mondane apparvero foto scandalose: Beatrice
con le braccia snelle al collo di questo e quell'altro, la linea
delicata del seno visibile sotto i vestiti os. Beatrice si vestiva
da uomo, si travestiva da orso, era circondata da un alone
come una stella. Rideva sempre ma la gente notava che
quella vita l'aveva fatta dimagrire e aveva conferito ai suoi
occhi qualcosa di febbricitante. Guardavano con diffidenza
anche Andrew Byar, commentando quanto fosse deperito
in assenza di lei, come una luna calante. O forse erano stati
gli scioperi cominciati appena dopo che era arrivato il forno
nuovo e che tre operai erano stati licenziati in nome del
progresso. In una sgradevole protesta, interi settori produttivi
avevano chiuso per settimane, rendendo prive di senso
le accurate proiezioni su cui Beatrice aveva scarabocchiato
la propria liberazione.
Verso la fine dell'estate le storie delle avventure di Beatrice
cessarono all'improvviso. Le foto sparirono. Suo padre
fece indagini discrete scoprendo solo che nessuno vedeva
Beatrice da una festa di un mese prima, in una tenuta nel
	cuore degli Adirondack, dove aveva ballato, si diceva, frenetica e senza sosta. Era l a ballare, e poi era sparita. Cos,scomparsa, sebbene al momento nessuno fosse stato troppo
a pensarci. Magari era uscita in terrazza a prendere una
boccata d'aria, magari era andata a fare due passi.
Nessuno l'aveva vista fermarsi ai margini del turbinio della
stanza e accendere una sigaretta. Oppure l'avevano vista
senza notarla, perch era una festa indiavolata e tutti bevevano,
e nel mosaico cinetico della serata Beatrice era solo
uno dei tanti frammenti di colore.
Aveva inalato il fumo in profondit mentre guardava il
lampeggiare di braccia e caviglie, il luccichio degli abiti di
paillette. Poi era uscita dalla portafinestra che dava sulla
terrazza e il giardino, chiudendola dietro di s cos che l'intensit
visiva della festa risultava separata dal rumore, che
ora le arrivava lontano, ovattato. Aveva inspirato di nuovo
dalla sigaretta e incrociato le braccia nude per difendersi
dall'aria notturna. A un certo punto aveva cominciato a fumare,
a Chicago, le sembrava che fosse successo, dove un
ragazzo aveva lasciato sul tavolo le sigarette e lei se le era
messe nella borsetta. Chicago o Boston o New York: aveva
scoperto che questo non era davvero importante. Di qualunque
verit fosse in cerca, nei suoi esperimenti con il riso
e i costumi e gli uomini, semplicemente non l'aveva trovata.
A uno a uno li aveva abbandonati e ora stava l, a una festa
che era reale ma anche irreale, un posto che non era il
suo. Anche la sua vita di Pittsburgh era perduta, ridotta a
nulla pi di un sogno. Aveva sentito parlare degli scioperi,
ovviamente, e in quel modo aveva sentito delle dicerie su
Andrew. Aveva visto due sue fotografie e aveva notato quanto
fosse invecchiato. Stranamente, aveva scoperto di sentire
la mancanza degli appuntamenti in giardino, cos segreti
ed esaltanti. Le mancavano persino Andrew e suo padre,
perch senza la loro ordinata visione del mondo a cui contrapporsi,
contro cui definirsi, la libert che aveva conquistato
era un insuccesso. La stanza dietro la porta a vetri ondeggiava
e pulsava. Beatrice gett via la sigaretta, ancora
accesa, nell'erba bagnata e si diresse da sola verso il lago.
Era buio. Le onde lambivano la riva. Si sfil le scarpe e si
addentr fino alle caviglie nell'acqua gelida, ghiaccio fino apoco prima. Nelle ultime settimane la sensazione di luce
l'aveva lentamente abbandonata, sostituita ogni tanto da
misteriose fitte di dolore che andavano e venivano, e che
poi erano diventate permanenti. Quand'era in movimento
non le sentiva, e questa era una delle ragioni della vita che
conduceva. Si chin e raccolse l'acqua gelata fra le mani a
coppa, ascoltando il richiamo lontano delle strolaghe. Un
lampo di bianco sulla sponda opposta cattur la sua attenzione.
Alz lo sguardo, poi stette immobile come l'acqua
mentre osservava la linea degli alberi.
Forse non era nulla, o forse nulla di pi strano dei nasturzi
che mandavano scintille nel crepuscolo del giardino
di Andrew. Ma a Beatrice parve di aver visto suo fratello sullo
sfondo della foresta, in piedi fra gli alberi con la naturalezza
di un cervo, una mano in tasca e il capo inclinato. Per
molto tempo, finch le gambe le fecero male e iniziarono a
tremare per lo sforzo dell'immobilit, non si mosse. Quando
si alz in piedi, lui era sparito. Ma rimase convinta che ci
fosse stato, convinta di aver scorto qualcosa di vitale fra
quegli alberi. Ancora scalza, usc dall'acqua e lo segu.
Era una zona quasi selvatica, di notte. In casa le persone
ridevano e cantavano e si addormentavano sui divani mentre
la musica continuava a suonare, lasciandosi sfuggire i
gelati di mano. Passarono giorni prima che la sua scomparsa
venisse notata. Due settimane prima che venissero mandate
delle squadre di ricerca, e poi altri dieci giorni prima
che Beatrice fosse trovata non da chi la stava cercando ma
da un gruppo di boy scout. Magra come una foglia, gli abiti
strappati e sporchi, stava seduta su un sasso presso un ruscello.
Non parve assolutamente sorpresa di vederli. Oh,
salve, disse alzandosi in piedi e cercando di pulirsi le mani
dal terriccio. Mi chiedevo quando sarebbe arrivato
qualcuno.
I ragazzini le si affollarono intorno, stupefatti. A loro
sembrava una creatura incantata, un cervo parlante, un
raggio di luce che avesse preso forma umana. Sulle prime
avevano paura, esitavano a offrirle il braccio. L'imprevista
camminata di ritorno prese quasi un giorno intero perchi ragazzi, inesperti, dovevano fermarsi spesso a consultare
la bussola. Inoltre Beatrice era debole. Camminava lentamente
e dapprima cammin in silenzio. Dopo qualche ora,
per, inizi a raccontare loro storie, storie fantastiche, su
quelle settimane da sola nei boschi. Pi tardi avrebbero litigato
nel ricordarle, d'accordo sui dettagli ma mai sull'intera
vicenda. Aveva mangiato la terra, sostenne, aveva spaccato
arbusti d'acero non pi grossi di un dito e ne aveva bevuto la linfa. Si era trovata sotto una pioggia fortissima,
con l'acqua che le gocciolava dalle dita e dai capelli, e aveva
guardato un branco di alci attraversare una radura. All'inizio
aveva seguito suo fratello, avvistando il luccichio dei
capelli oppure il movimento di un braccio, ma alla fine lui
era sparito ed era rimasta da sola. Questo non lo disse ai ragazzi,
temendo che sentir raccontare le notti buie che aveva
passato dormendo sul muschio o sugli aghi di pino facesse
loro paura, come ne aveva avuta lei in quelle notti di
un nero cos puro che alla fine non riusciva pi a distinguere
se l'oscurit venisse da dentro di lei o da fuori. In
realt avevano ugualmente paura di Beatrice. Nelle loro
mani che la aiutavano ad attraversare i torrenti e a scavalcare
i tronchi, le sue braccia non erano pi che ossa vive. Tutti
immaginavano una buia foresta del cuore, il pulsare del
sangue e l'intreccio degli alberi, e la lasciavano andare il
pi presto possibile.
Vedeva la paura nei loro occhi; pi tardi li sent dire che
era impazzita. In seguito a quello scherno si fece silenziosa,
consapevole di non essere in grado di spiegare come la solitudine,
cos inconsueta e cos pericolosa, l'avesse cambiata
per sempre.
Nella grande villa sulla collina, Andrew lesse del suo salvataggio.
Anche lui in cattiva salute, passava la maggior parte
delle giornate nel suo studio soleggiato, leggendo i giornali,
oppure seduto nel solarium con la moglie. Esamin il
breve articolo di cronaca che riferiva il ritorno di Beatrice
dalla foresta con foglie intrecciate fra i capelli, terriccio nel
tessuto del vestito.
Quando lei torn a Pittsburgh, and ad aspettarla allastazione. Scese dal treno vestita semplicemente con una
gonna di seta bianca e un maglione di cashmere grigio.
Era molto magra. "Sta morendo", pens lui, e fu quello
che anche Beatrice pens quando vide Andrew in piedi sul marciapiede, grigio e curvo come una virgola. Il cuore di
lei si riemp di tristezza oltre che di un improvviso, inspiegabile
amore. Cap, con la stessa chiarezza che se l'avesse
visto lei stessa, che l'orchidea era appassita nella serra, i fiori
spariti, le foglie e gli steli macchiati di bruciature. Aveva
ventun anni.
Ti amavo, sussurr Andrew mentre lei gli passava accanto.
Devi credermi, Beatrice, ti ho scelta per amore.
No, disse lei. Parl in tono piano, perch paura e amarezza
si erano esaurite durante le settimane nella foresta.
Non c'era amore fra di noi, mai abbastanza, n da parte
tua n da parte mia. Io ero il tuo esperimento. E tu eri parte
del mio.
Non si rivolsero pi la parola, sebbene nel giro di pochi
mesi si trovassero a vivere nello stesso sanatorio. Ci che
avevano osservato l'uno nell'altra era terribilmente vero:
stavano morendo. I contatori Geiger ticchettavano e borbottavano
al loro respiro, dando voce alla disintegrazione
delle cellule. Il tocco pi leggero provocava lividi, del colore
di lill e nuvole temporalesche, sulle loro braccia. I familiari
venivano a portare fiori, vino, libri, notizie, le piccole
comodit quotidiane, e se si incontravano in corridoio distoglievano
lo sguardo: qualunque legame fosse esistito fra
Andrew e Beatrice veniva ignorato, come se ignorarlo potesse
cancellarlo.
Un pomeriggio, quando se n'erano andati tutti, Beatrice
si alz in piedi, piena di un'insaziabile inquietudine. Doveva
muoversi. La scalinata era grandiosa, fatta di noce americano,
e si incurvava scendendo al pianterreno, dove le por	tefinestre
si aprivano sui giardini. Per scendere impieg mezz'ora. Fuori l'erba era tiepida, folta, elastica sotto i suoi
piedi nudi. Avvert un'ondata di pura meraviglia sentendone
la superficie, come se ogni filo premesse separatamente
contro la sua carne.Non si vedeva nessuno; la luce del sole era una mano
calda che si spostava e ritornava. Pens a Andrew, a com'era
solenne quando le metteva le gocce nel bicchiere, alla
profondit con cui aveva creduto -- aveva confidato -- nelle
certezze della scienza. Lei non aveva mai condiviso quella
fiducia ma non aveva rimpianti. Non era stato, come alcuni
sostenevano, amore mal riposto, spirito di sacrificio o la
natura bizzarra di un cuore di ragazzina a portarla sino a
quel momento. Era la vita che lei voleva, la vita che aveva
abbracciato senza perderne o lasciarne inesplorato neppure
un momento, senza trascurarne nessuna luce e nessuna
ombra.
Beatrice si ferm a riposare su una panca di pietra. In alto
nell'edificio di mattoni una tendina si mosse a una finestra,
sollevandosi per un istante come un velo. Io creo l'universo,
mormor, sapendo che in un certo strano senso
era vero, perch ora capiva che il mondo era un luogo illusorio,
che cambiava forma a ogni istante grazie al mistero
della percezione, ogni atomo in movimento costante bench
invisibile. Eccetto che, per Beatrice, il movimento era
visibile. Il terreno sotto i suoi piedi pareva mobile come onde
oceaniche e la transitoria bellezza del giardino, i cambiamenti
e le alterazioni sottili persino dei massi la lasciavano
senza fiato.
Si alz il vento. I rami mormorarono e poi i sassi iniziarono
a gemere. Tutto intorno a lei i confini si dissolvevano, facendo
uscire alberi e fiori dalle loro forme; l'aria era macchiata
di colore. Dentro di lei, oltre lei c'era questo turbinio
e luccichio: questa era la conoscenza portentosa e terrificante
che aveva acquisito. C'era anche bellezza e persino
una coerenza nel modo in cui i suoi pensieri si frammentavano,
arrivando a lei in strati e flussi: i capelli chiari di suo
fratello e la sensazione di essere su un cavallo che sta per
saltare; il collo arrossato di suo padre e il profumo dei biscotti
infornati che invadeva la casa in un giorno di pioggia.
E il viso di Andrew nel suo luminoso giardino, cos solenne
e cos pieno di speranza. L'elisir della vita, diceva, e adesso
anche le pietre parlavano, una cantilena che echeggiavain ogni cellula di ogni cosa, viva e inerte, un suono cos potente
che anche il suo corpo inizi a offuscarsi e a perdere
la propria forma, calando nel mondo come petali che cadono,
come acqua che si frange, come ogni minuscola particella di luce.
...
.
...
STORIE DI TOPI.
...
.
...
Quando Claire usc nella veranda portando un vassoio di
aperitivi per gli ospiti, il topo che stava accovacciato dietro
le felci corse su per il muro e scapp lungo la ringhiera di
ferro. Claire not senza agitarsi, lanciando appena uno
sguardo di lato, il corpo grigio incurvato dalla lunga coda,
e fu solo l'urlo improvviso di Inez, che scatt in piedi e tremando
salt sulla poltrona di rattan, a farle cadere il vassoio.
Steve si affrett a consolare l'ospite terrorizzata, cingendola
in vita con mano ferma. Sia Raoul sia Paul si
precipitarono ad afferrare i bicchieri ma non ci riuscirono.
Il vetro si frantum, gin e whisky si versarono, i cubetti di
ghiaccio schizzarono ai quattro angoli del pavimento di
piastrelle ornamentali.
Merda, disse Claire, prima in inglese e poi in francese.
Avendo lavorato nell'ambiente diplomatico, era abituata a
passare tutto il giorno da una lingua all'altra. Merda merda
merda.
Claire, la redargu Steve. Aveva aiutato Inez a scendere
dalla poltrona e le stava vicino tenendole una mano sul
braccio con fare protettivo. Steve dirigeva progetti agricoli
nel Terzo mondo e Inez la settimana precedente era arrivata
dalla sede centrale per valutare il suo lavoro. Nell'ultimo
anno era venuta diverse volte e quelle visite gettavano l'ufficio
nel panico. Dopo tante sere passate a sentire Steve che
si lamentava di Inez, delle sue arie da imperatrice, delle sue
pretese oltraggiose, della sua incapacit di comprendere i
limiti pratici di questo o di quello, per Claire era molto strano
vederlo accanto a quella donna pieno di sollecitudine,
da ospite perfetto. Ma quella visita era importante. Inezera qui per decidere se rinnovare o no il finanziamento di
Steve. Lo stress di quelle ultime settimane lo aveva reso pi
pallido del solito sotto la barba scura, la fronte increspata
di rughe di preoccupazione. Dal giorno in cui era arrivata
Inez, scesa sull'asfalto infuocato in tailleur color pesca e
cappello di paglia a larga tesa, Claire lo aveva visto a malapena.
Mi pare che basti, Claire.
Era tutto il giorno che litigavano - tutta la settimana, in
realt -- e se fossero stati soli avrebbe attraversato la stanza,
magari gli avrebbe dato uno schiaffo chiedendogli chi pensava
che fosse lei, una cameriera del cavolo? Erano ospiti
suoi, in fondo, e poi non era colpa di Claire se c'erano i ratti
in casa o se quella scema di Inez, con tutte le sue arie, si
metteva a saltare sulle sedie con le ginocchia strette dal terrore.
Ma non erano soli e non lo sarebbero stati per ore,
quindi Claire si limit ad abbassare gli occhi sulla pozzanghera
di liquori, mentre Raoul si chinava a raccogliere lucenti
schegge di vetro dal pavimento. Raoul era consulente
per l'istruzione ed era l'unica persona dell'agenzia, a parte
Steve, che andasse veramente a genio a Claire.
No, no, non preoccuparti, Raoul, disse toccandogli un
braccio. Lascia stare i vetri. Ci penser la cameriera. Io intanto
vado a prendere da bere.
Quando torn con un secondo vassoio, del caos non c'era
pi traccia e tutti erano di nuovo seduti. Inez, con le lunghe
gambe raccolte sotto di s, accett il gin con un fievole
sorriso. Grazie, mormor bevendone un lungo sorso. Mi
sento cos stupida, ma ho un vero terrore dei topi.
Raoul prese un gin per s e un whisky da passare a Paul,
un giovane che era stato presentato come assistente di Inez.
In precedenza Inez aveva sempre viaggiato da sola, quindi
stasera Claire era molto curiosa nei riguardi di Paul che,
sebbene di almeno vent'anni pi giovane di Inez, aveva gi
i capelli di un peculiare grigio lucido. Claire sospettava una
relazione fra i due e non vedeva l'ora di interrogare Raoul,
un tipo basso, snello e spiritoso che alle feste dell'agenzia
le sussurrava battute e pettegolezzi. Ma finora non aveva
trovato un momento in cui parlare da sola con lui, e l'indomani sarebbe ripartito. Claire si gett sulla schiena la lunga
treccia e si sedette.
Raoul bevve una lunga sorsata del suo drink e le fece un
cenno compiaciuto. Proprio quel che ci voleva, disse. Niente di meglio del gin, ai tropici. Le fece un sorriso. Sai, prosegu, non devi far caso a Inez,  ancora sotto l'effetto
del jet lag. Normalmente  un'ospite perfetta.
Inez  un'ospite meravigliosa, protest Steve.

Raoul lo fece tacere con un gesto della mano. No, stasera
non  del tutto in s. Ma non devi sentirti in imbarazzo,
Inez, continu. Sono creature orrende, i topi. Quand'ero
in Africa, abitavo in una vecchia missione che ne era letteralmente
infestata. Quando arrivarono i primi missionari,
dovete sapere, gli indigeni concessero loro volentieri quel
lato della collina, perch si diceva che fosse stregata. Nessuno
voleva viverci. La gente l'aveva sempre usato come una
specie di discarica e nel corso degli anni i ratti se n'erano
impadroniti. Be', ci costruirono ugualmente la missione,
ma non riuscirono a liberarsi dei ratti. Non c'era verso di
sterminarli. Alcuni poi erano enormi, grossi come opossum.
Io mi ci ero abituato ma comunque, quando uscivo di
sera, mi portavo dietro una mazza. Erano veramente grossi.
Il mio assistente era pi coraggioso. I pi piccoli li schiacciava
a piedi nudi senza neanche farci caso. Per lui era come
dare la caccia alle mosche.
Ma dai, Raoul, che cosa disgustosa, esclam Inez. Scosse
il capo e sorseggi il suo gin guardando con aria ombrosa
in strada, dove giocava un gruppo di bambini nudi. Tutto
in lei era lungo, not Claire, i capelli, le membra, le ossa
del viso. Io non potrei tollerare di vedere una cosa del genere,
ne sono assolutamente sicura.
Raoul si strinse nelle spalle e di nascosto fece l'occhiolino
a Claire. Ci si fa l'abitudine, ripet. Santo cielo, Inez,
dopo tutti i posti in cui hai vissuto, mi sarei aspettato di trovarti
completamente immune.
Lo so, lo so, replic Inez in tono lamentoso, certo che
dovrei esserlo. Invece non migliora. Ogni volta reagisco ancora peggio. Non riesco a tollerare il pensiero che mi corrano
sui piedi.
Non preoccuparti, Inez, disse Steve. La sua voce era
profonda, tenera, confortante. Portava una camicia batik
con una stampa scura e il sole al tramonto dava un tono dorato
alle sue braccia abbronzate. Claire lo guard ricordando
le sere trascorse in ogni parte del mondo - in Nepal e in
Sudan, in Laos e una volta in Myanmar -- in cui si rivolgeva
a lei in quel tono. Non capitava pi da molto tempo ormai.
L'ultimo sole giunse obliquo sulla balconata illuminando il
viso di Steve con un gioco di luce e ombra che faceva apparire
i suoi lineamenti insieme forti e regolari. Lui offr a
Inez un sorriso che Claire non vedeva da settimane, poi si
protese a riempirle il bicchiere di acqua tonica. Sono sicuro
che questo topo in particolare era una presenza del tutto
anomala, ment. Di certo per stasera non ne vedremo
pi.
Tu sei sempre cos calmo, Steve, disse Inez.  una qualit
molto rassicurante, sai? Alz il capo per sorridergli, ma
ancora non si decideva a posare i piedi per terra.
Meglio cos, pens Claire ricordando la tana che avevano
scoperto solo poche ore prima, dopo giorni di indizi, fruscii
misteriosi e ondate di quel puzzo rivelatore, come di
pelliccia umida e marcia. Adesso capisco... aveva detto
Steve allontanandosi di un passo dall'intrico della tana, imbottita
di pezzetti di stoffa e vegetazione nonch di scuri,
grossi peli di roditore. Adesso capisco da dove viene il modo
di dire: sento puzza di bruciato.
Paul appoggi il bicchiere sul tavolo e si schiar la gola.
Era stato zitto tutta la sera, cortese ma impenetrabile, e
adesso tutti guardarono verso di lui. Era attraente, pens
Claire, con i folti capelli grigi che ricadevano sul viso abbronzato
come il mare sulla sabbia. Sembrava un eroe
uscito dal Ramayana, seduto qui nella loro veranda. Lei si
protese in avanti per ascoltare che cos'aveva da dire, desiderando
che non le piacesse, desiderando pensare che
Inez fosse infelice.Dove stavo io in Sudamerica, disse Paul senza enfasi, i
ratti li mangiavano.
Non me ne parlare, intervenne Inez. Agit in aria una
delle sue lunghe mani e scosse il capo. Ti prego!
Paul sorrise. Aveva denti bianchi e perfettamente regolari.
Invece lo far, disse. Claire lo studi attentamente,
chiedendosi se fosse coraggio o soltanto ignoranza a farlo
insistere in quella direzione. Chi lavorava per Inez di solito
faceva qualunque cosa fosse necessaria al suo benessere.
Credo che tu abbia bisogno di una terapia d'urto, Inez.
Forse ci che dovremmo fare sarebbe prendere in trappola
un topo e fartelo toccare.
Noi ci prestiamo volentieri, intervenne Claire, che caus
uno sguardo minaccioso di Steve ma si sentiva libera e
spericolata come se si trovasse sull'orlo di un precipizio.
Adesso il viso di Inez era cos tirato che le si erano scavate
due rughe sottili ai lati della bocca. La domestica ha comprato
queste trappole fatte a gabbietta. Una volta preso il
topo, gli da un colpo in testa e lo butta fuori in strada. Li
avrete visti dappertutto, immagino, ratti morti che pian piano
finiscono incorporati nella strada.
Paul ridacchi, Raoul scosse il capo, divertito, e Inez rischi
di farsi andare per traverso il gin.
Claire, disse Steve. La rabbia nella sua voce era come
vetro sminuzzato, luccicante, seducente e sottile cos che
soltanto lei potesse sentirne la puntura. Tesoro, guarda
che stai mettendo a disagio Inez. Sorrise e indic con un
gesto il piatto di cristallo intagliato quasi vuoto, sul tavolo.
Qui abbiamo quasi finito gli anacardi, aggiunse. Non ce
ne sono pi?
Era cos cortese! Che uomo meraviglioso, doveva pensare
Inez, e cos bello con quella barba scura e i vivaci occhi azzurri.
Solo Claire ud la fitta rete di rabbia che ovattava
ogni sua parola. Gli dedic un sorriso abbagliante. Non lo
so, rispose. Perch non vai a vedere?
Gli anacardi erano in frigorifero, accuratamente sigillati
perch non ci arrivassero i roditori. Lo sapevano entrambi.
Steve esit, quindi appoggi il bicchiere e si alz passandodietro Inez. Quando sfior la spalla di Claire, la sua animosit
la colp come una brezza fredda e la rabbia sbocci cupa
anche dentro di lei. Steve, si capiva, era preoccupato
che lei potesse compromettere il suo finanziamento, ma
non aveva niente da temere. Dopo tutti quegli anni, Claire
era capacissima di fare la brava padrona di casa. Per amore
del finanziamento avrebbe tenuto per s il resto delle sue
storie di topi. Ma vide con soddisfazione che Paul e Raoul si
erano gi appassionati all'argomento.
Dico sul serio, riprese Paul. Pos il bicchiere e si appoggi
allo schienale, passandosi le dita fra i capelli folti e intrecciandole
sulla nuca. Se vuoi dominare la paura, Inez,
prima devi affrontarla. Per me ha funzionato. Sono stato
un po' nelle Seychelles, per un progetto di ingegneria. Mi
era capitato spesso di notare che agli operai mancava qualche
strato di epidermide sulle dita delle mani e dei piedi.
Non ci ho pi pensato fino a quando non  capitato anche
a me, una volta o due, di trovarmi con questa strana reazione
della pelle. All'inizio ho creduto che fosse qualche malattia,
ho cercato persino quali fossero i sintomi della lebbra.
Finch non mi sono preoccupato tanto da consultare
un medico. Era un dottore indiano, un Sikh. In testa portava
un turbante bianco candido. Ha dato un'occhiata alle
mie dita ed  scoppiato a ridere. "Oh, signor Paul", ha detto,
"vedo che  stato disturbato da quei furbacchioni dei
nostri ratti. Arrivano di notte, sa, e rendono insensibili le
dita con il fiato. Cos possono rosicchiare i primi strati di
epidermide senza farsi accorgere."
Claire sorrise. Il lungo viso di Inez si era contorto in
un'espressione quasi di dolore. Grazie mille, Paul, disse.
Non dormir mai pi.
Paul scosse la testa con una certa impazienza. Mostr le
dita tese, che erano lunghe e con la punta squadrata. Per
un momento tutti tacquero, guardando le mani intatte di
Paul. Il mio scopo non  disgustarti, Inez. Sto cercando di
spiegare. Pensa a come mi sono sentito a trovarmi con quei
segni di topo sulle dita. Sono uscito a comprare tutto il filo
di ferro che sono riuscito a trovare e ci ho costruito una vera fortezza in camera mia. La pelle era guarita, ma io non
dormivo bene. Continuavo a pensare ai dentini di topo,
bianchi, come punte di coltello. Mi svegliavo sudando freddo
dopo averli sognati. Alla fine ho pensato che se avessi
potuto toccare un ratto in una situazione controllata, forse,
sarei riuscito a superare quella paura. Cos ne ho preso uno
in trappola, di notte, in una gabbia come quelle che ha descritto
Claire. Mio Dio, era uno grosso, e pure nero. Ma mi
sono costretto a toccarlo e non  stato cos diverso, per
esempio, dal toccare un gatto. Subito dopo l'ho avvelenato.
Non  stato piacevole ma i sogni sono finiti e, da allora, i
ratti non mi danno pi nessuna preoccupazione.
Inez, mentre ascoltava, aveva finito il suo cocktail. Be', ti
ammiro, Paul, disse posando sul tavolo il bicchiere imperlato
di gocce. Ma io non potrei mai toccare un ratto. La
mia  un'autentica fobia. Non ho paura di nessun altro animale.
Per esempio, anch'io ho una storia vera da raccontarvi:
in Indonesia ho vissuto in una villetta in campagna. Era
accanto a un fiume meraviglioso, perfetto, con le palme da
cocco che svettavano sopra di noi e ogni genere di animali.
Varani lunghi quanto sei alto tu, Paul, e una volta ho visto
persino un alligatore scivolare in acqua dalla riva. Mi piaceva
moltissimo guardare tutto dal terrazzo del piano superiore.
Be',
un giorno sono rientrata presto dal lavoro. Era una
di quelle giornate di caldo afoso tipiche dell'interno, ed
ero fradicia di sudore. Mi sono tolta subito i vestiti e mi sono
avvolta in un sarong con l'intenzione di fare un bagno.
La vasca era sulla sinistra, il lavandino a destra, e io mi sono
avvicinata prima al lavandino perch volevo lavarmi i denti.
Adesso provate a immaginare: ero in piedi al lavandino,
con la bocca piena di dentifricio, quando ho visto qualcosa
di scuro muoversi nella vasca. Una lucertola,  la prima cosa
che ho pensato, anche se istintivamente sapevo che non
lo era. Mi sono bloccata l, con lo spazzolino in bocca, e
nello specchio ho visto un cobra che si alzava sulla porcellana
bianca della vasca.
Steve si era fermato sulla soglia con in mano una ciotoladi vetro piena di anacardi e Inez fece una pausa per sorridergli
e fargli cenno di tornare a sedersi. Era arrossita; due
macchie di colore le ravvivavano le guance pallide e le lunghe
dita si muovevano come stretti raggi di luce. Raoul e
Paul, che si erano entrambi chinati in avanti ad ascoltare,
approfittarono dell'interruzione per servirsi da bere. Claire
osserv Steve mentre posava la ciotola al centro del tavolo.
Sorrideva, ma sul suo viso magro si vedeva un tic nervoso.
Quante cose nella vita si riducevano a una questione di fortuna
buona o cattiva, pens Claire prendendo un anacardio.
Questa serata, per esempio, l'avevano progettata con
molta cura per settimane, eppure poco era mancato che
andasse rovinata. Era tutto pronto, i pavimenti di marmo
lucidati, le finestre scintillanti, l'arrosto in forno, quando la
casa era stata permeata dall'odore pi orribile del mondo.
Senza parole, lei e Steve si erano ritrovati in cucina, mettendo
da parte strofinacci e rivalit. Steve aveva spento il
gas e spostato il forno dal muro, poi insieme l'avevano inclinato
per guardare nello spazio retrostante.
Il puzzo - urina calda, pelo bruciacchiato - si era fatto
pi penetrante e, mentre tenevano in equilibrio la cucina,
avevano sentito un movimento frenetico. E allora, come
per una decisione collettiva, i topi avevano cominciato a saltare
fuori dalla loro tana. L'uno dopo l'altro, grossi ratti neri
seguiti da altri pi piccoli, i cuccioli. Come Inez, Claire
aveva avuto l'impulso di urlare e scappare ma, poich lei e
Steve stavano ancora tenendo in equilibrio la cucina, non
c'era altro da fare che aspettare che i roditori se ne andassero.
Uno le era corso gi per il braccio. Persino dopo diverse
ore, a Claire pareva ancora di sentire sulla pelle le unghiette
dell'animale. Rabbrivid, cercando di liberarsi da
quella sensazione, e si rivolse a Inez.
Devi esserti sentita incredibilmente vulnerabile, disse.
Oh, ero terrorizzata. Inez aveva posato uno sguardo
pensoso sulle piante del giardino, ma adesso alz gli occhi
e ricominci a parlare animatamente. Mi sono bloccata.
Non so se avete mai visto un cobra, dal vero, intendo. Be',
ha un aspetto veramente malvagio. Nero e sinuoso, conquel cappuccio decorato. Per un istante sono rimasta perfettamente
immobile a guardarlo nello specchio mentre
ondeggiava e sibilava. Era a diversi metri di distanza; dovevo
decidere se fosse abbastanza vicino per colpire. Alla fine
ho fatto uno scatto e sono corsa fuori dal bagno, gridando
al soccorso per chiamare la cameriera e il giardiniere.
Sia ringraziato il cielo, interloqu Raoul, per le cameriere
e i giardinieri.
Inez scosse il capo. Cos pensavo io. Ma erano pi terrorizzati
di me. Il giardiniere mi ha dato un bastone biforcuto
lungo circa quattro metri e mi ha spiegato come usarlo, ma
si  rifiutato persino di salire al piano. Allora mi sono bevuta
qualcosa di forte e poi ci sono andata io. Il serpente era
sparito, allora mi sono seduta sulla tazza ad aspettare. Dopo
un'ora eccolo che torna: fa capolino dallo scarico e scivola
fuori. L'ho bloccato con il bastone e gli ho tagliato la testa
con il machete che mi aveva dato il giardiniere. Il sangue...
oh,  stato orribile. Ma volevo dire questo: toccare quel serpente
non mi ha dato assolutamente fastidio, non dopo
che era morto. Ma resto assolutamente convinta che non
potrei mai decidermi a toccare un ratto, neppure se fosse
molto, molto morto.
Inez, disse Steve alzando il bicchiere in un brindisi,  una storia stupefacente. Vorrei fare un brindisi a te, al tuo
coraggio.
Claire alz il bicchiere insieme con gli altri e fece persino
un sorriso, bench pensasse che Steve si fosse spinto troppo
in l, finendo nel territorio dell'adulazione.
Gi, disse Raoul facendo cin-cin con Steve, forse dovresti
comprarti un pitone, Inez, per fargli mangiare i ratti.
Una volta ne ho visto uno divorare un gatto, ed  stato molto
efficace.
Risero tutti e si alzarono. L'oscurit era calata con subitaneit
tropicale. I fiori dei frangipani sembravano brillare
pallidi tutt'intorno e il loro profumo intenso permeava l'aria.
Steve, deferente come un valletto, prese il gomito di
Inez e Claire si gir bruscamente dall'altra parte, lasciandonoccioline e bicchieri sporchi ai topi che li spiavano tra le
foglie scure.
La cena originale, la cui cottura era iniziata con i ratti nel
forno, era stata buttata via e Claire era corsa al ristorante pi
vicino a ordinare riso biryani e pollo al curry. Ora la cameriera
serv il pasto in ciotole fumanti, come se fosse stato
preparato nella loro cucina. I tre ospiti mangiarono di buon
appetito. Ottimo curry, mormor Raoul servendosi un'altra
porzione del riso dorato. Un biryani straordinario!
Persino Inez mangiava di gusto, come se dovesse riempire le
cavit lunghe e strette delle sue membra. Solo Steve e Claire,
ancora sotto l'effetto dell'odore di topi al forno, mangiarono
svogliatamente. Tuttavia la conversazione a tavola era
cortese e vivace. Alla fine, dopo un dessert di manghi freschi
e caff nero, Inez si appoggi allo schienale della sedia e rispose
alla domanda inespressa che aveva dominato la serata.
Steve, cominci, Claire, che cena deliziosa. E credo
che siamo entrambi d'accordo, prosegu indicando Raoul
con un cenno del capo, che qui state lavorando bene. Sono
certa che il vostro finanziamento verr rinnovato. Perlomeno
 questa l'indicazione che dar.
 splendido, disse Steve, e Claire sent il sollievo scorrere
nella sua voce. Sono veramente contento.
 davvero splendido, concord Claire. Vedendo che la
preoccupazione si stava gi dileguando dal viso di Steve,
pens: "S, bene, adesso potremo riavere la nostra vita".
Gli ospiti si fermarono a prendere un'altra tazza di caff.
Claire vide confermati i suoi precedenti sospetti quando
Paul annunci che se ne andava, adducendo di doversi alzare
presto, e Inez, i cui occhi avevano indugiato su di lui
mentre usciva, si alz da tavola un momento dopo. Fece un
sorriso languido stirando le lunghe braccia. La mia giacca...
mormor. Anch'io devo alzarmi presto. L'avr lasciata
in veranda?
Vado a vedere, disse Steve alzandosi immediatamente,
e Claire intu che stava pensando ai topi. Aspettami qui.
Ma no, rispose Inez, vengo con te. Altrimenti non sapresti dove guardare. E poi, voglio definire con te un paio
di particolari.
Steve lanci un'occhiata a Claire, che si strinse nelle spalle.
Inez aveva gi annunciato la sua decisione; che male
avrebbero potuto fare adesso i ratti? Guard i due attraversare
il soggiorno, Inez seguita da una scia di profumo, con
l'abito bianco che spiccava nel buio.
Raoul pos una mano sul braccio di Claire. Serata deliziosa,
Claire. E congratulazioni. I rinnovi dei finanziamenti
quest'anno erano quasi impossibili. Avete davvero fatto
buona impressione, stasera.
Nonostante il topo? scherz lei, e Raoul rise.
Proprio per quello, ribatt, davvero. Inez adora raccontare
la storia del cobra e l'occasione non le capita tanto
spesso.
Ma chi  Paul? domand Claire, avvicinandosi a Raoul
e abbassando la voce. C' qualcosa in ballo?
In ballo? ripet Raoul, e Claire vide, sorpresa, che era
in imbarazzo.
Tra Paul e Inez, disse. Mi  sembrato di avvertire...
qualcosa.
Oh, pu darsi, disse Raoul scrollando le spalle. Chi lo
sa, con Inez... potrebbe succedere qualsiasi cosa.  quella
donna il cobra.
Claire rise.
Bellissima serata, ribad Raoul dandole un bacio sulla
guancia.
Claire lo accompagn alla porta e poi, sull'impulso del
momento, usc in giardino. Non c'erano lampioni ma sulla
citt si era alzata la luna e gli alberi di frangipane splendevano,
con le loro cascate di fiori bianchi che arrivavano fino
a terra. Claire si strinse nelle braccia e inspir profondamente,
sentendo il calo di tensione dopo un lavoro ben
fatto, un successo. Pi tardi, quella notte, lei e Steve avrebbero
ripercorso la serata godendosi la buona riuscita e ridendo,
finalmente, della mezza catastrofe dei topi. Sarebbe
stato come ai vecchi tempi, i giorni e le notti che avevano
trascorso lavorando nei villaggi pi remoti, vivendo in capanne di paglia e prendendo l'acqua dai pozzi comuni.
Esperienze difficili, per tanti versi, ma ogni notte la passavano
sdraiati insieme a sussurrare sogni e progetti, le stelle
cos vicine, nell'oscurit, che avrebbero potuto allungare
un braccio per coglierne dal cielo qualcuna. Ora Claire colse
un bocciolo di frangipane da una pianta, tastandone i
petali cerei. Le cose erano sembrate tanto pi semplici
quando lei e Steve erano giovani. Avevano cominciato a girare
il mondo per realizzare qualcosa di utile e per anni l'avevano
fatto, senza tutte quelle complicazioni.
Il fruscio arriv dalla veranda e sulle prime Claire si innervos,
pensando che fosse un altro ratto. Poi vide la brace
della sigaretta di Inez, il chiarore del suo abito, e tra le foglie
giunse la voce di Steve. Inez rise, un suono morbido, e
Claire fece un passo avanti, intenzionata a dire qualcosa.
Ma un movimento la ferm. Non erano che due ombre,
Steve scuro nella camicia stampata, Inez chiara nel vestito
bianco, e le vide avvicinarsi, intrecciarsi. Il bacio dur molto
a lungo, o cos parve. Claire rimase in giardino a guardarli
come avrebbe guardato due sconosciuti, senza provare
rabbia o gelosia ma piuttosto un senso di abbandono,
una delusione cos forte da paralizzarla con il suo peso. Fu
solo dopo che si staccarono l'uno dall'altra, Inez ridendo
piano e sfiorando con le lunghe dita il viso di Steve, che
Claire si riscosse. Si affrett a tornare indietro e li incroci
nell'ingresso. Era tutto normale, n pi n meno, con Inez
che si infilava una giacca di seta bianca, Steve che le tendeva
la mano per salutarla.
Divino, disse Inez sfiorando con le labbra la guancia di
Claire. Delizioso, Claire. Grazie di cuore.
Bene, disse Steve quando fu uscita. Chiuse la porta e vi
si appoggi.  stato un successo. Non grazie a te e alle tue
storie di topi, potrei aggiungere.
I topi non erano l'unica cosa di cui avremmo potuto
parlare, disse Claire notando la mascella abbassata del volto
di lui, la strana asimmetria del naso, come se fosse una
persona che non aveva mai visto prima.Steve non rispose. La guard fisso, poi chiuse gli occhi. Non so dove tu voglia arrivare, disse.
Claire si pass le mani sulle braccia. Erano passate ore,
eppure sentiva ancora le zampette del ratto che le graffiavano
la pelle. Credo che tu sappia benissimo che cosa intendo,
replic.
Steve si stacc dalla porta e attravers la stanza. Ora che
le preoccupazioni erano terminate, il suo viso era di nuovo
giovanile e rilassato, quasi infantile. Claire faceva fatica a
muoversi e quasi anche a respirare. Sapeva che avrebbe dovuto
dire qualcosa del bacio a cui aveva assistito ma sembrava
che non riuscisse a trovare le parole. Che cosa avrebbe
detto lui, comunque? Che non era importante? Che lo era?
In ogni modo, che cosa avrebbero fatto? C'era stata un'epoca
in cui l'opinione di Claire aveva influenzato le azioni
di Steve, ma ora lei temeva che le sue parole non lo avrebbero
assolutamente toccato.
Steve non parve notare il suo turbamento. Ho avuto il
finanziamento, disse pensoso, con una punta di gioia venale. Credo che sia questa la cosa importante.
Davvero? domand Claire girandosi a guardare la tavola,
ora vuota a eccezione di un vaso sottile pieno di orchidee
viola e bianche. La cameriera aveva gi finito i piatti ed
era andata a casa.
S, rispose Steve. Adesso stava guardando lei, fermo sulla
soglia della camera da letto, una mano sullo stipite, l'altra
abbandonata lungo il fianco. Claire gli vide sul viso tanta
stanchezza e malinconia da capire che il bacio a cui aveva
assistito non era il primo tra loro, n l'ultimo. Non voglio
essere crudele, Claire, le disse, ma al momento penso che
sia la cosa principale, s.
Quella notte Claire dorm male. Non pens direttamente
al lungo bacio che aveva visto, o a che cosa potesse significare.
Pens invece alla storia che non aveva raccontato,
che restava pi viva che mai nella sua mente. Non poteva
scordare la sensazione delle zampe del ratto n l'odore degli
animali che scappavano dalla loro tana in fiamme. C'era
l'arrosto rovinato, caduto a terra, coperto di impronte ditopo. C'era il forno inclinato, con i peli e i bastoncini della
tana dei ratti che spuntavano dal retro. Mentre pulivano,
n lei n Steve avevano parlato. La domestica veniva a ore,
e non tutti i giorni. Inez stava per arrivare a cena da loro.
Ogni volta che Steve imprecava, Claire si era sentita percossa
da un colpo. Adesso la giornata aveva raggiunto la sua
conclusione inquieta ma l'odore dei ratti, la sensazione delle
zampe ispide perduravano ancora.
A un certo punto di quella notte si svegli di colpo credendo
di sentire passi di topo nel muro della stanza buia;
pi tardi si ritrov di nuovo sveglia mentre contorceva le
estremit, convinta che i ratti le avessero rosicchiato le dita
delle mani e dei piedi. Ma la sua carne era intatta, la pelle liscia,
soda e intera. Si accoccol sotto il lenzuolo. Era davvero
possibile, si chiese, che ti mangiassero la pelle mentre
dormivi? Steve aveva una mano stesa sul cuscino. Claire gli si
avvicin, dapprima respirando sui polpastrelli, poi facendo
il tentativo di un piccolo morso. Lui non si mosse. Claire, infastidita
da quel fatto, prov di nuovo. "I tuoi ospiti", pensava.
"La tua agenzia, i compromessi che hai fatto." Quella era
la mano che aveva abbracciato Inez nella veranda.
A quel punto morsic pi forte di quel che avesse voluto e
la mano si allontan con uno scatto improvviso. Semiaddormentato,
Steve apr gli occhi e la guard in faccia confuso,
senza vederla, ancora preso dai suoi sogni. Cosa c'? disse
mettendole la mano sul cuore, le dita calde posate sulla pelle
di lei come un ventaglio. Cosa succede? Poi il panico lo
abbandon; si gir sull'altro fianco e si ritir dalla parte opposta
del letto, lasciando Claire circondata da una liscia distesa
di lenzuola. In alto ronzava e ticchettava il ventilatore a
soffitto. Ecco, pens Claire ascoltando il respiro di Steve e
anche qualcos'altro, che avrebbe potuto essere il fruscio delle
foglie di palma o il lontano grattare dei ratti nei muri.
L'indomani lui si sarebbe passato il pollice sul dito dolente.
L'avrebbe guardata, incerto. "Che gli resti il dubbio", pens Claire. "Che gli resti il dubbio, domattina." Quella era un'altra
storia che lei non avrebbe raccontato.
...
.
...
LA STORIA DELLA MIA VITA.
...
.
...
Se mi vedeste, mi riconoscereste. Magari non subito. Ma
vi fermereste, molta gente lo fa. Scommetto che mi guardereste
un paio di volte, cercando di capire. Sarei un'immagine
persistente nei vostri pensieri per i giorni a venire, fastidiosa
come un nome dimenticato ai margini della mente,
come un ricordo poco gradito che riemerga tortuoso attraverso
i sogni. Poi mi vedreste mentre appaio fugacemente
in televisione o vi guardo da un poster intanto che camminate
frettolosamente su un marciapiede, e vi tornerebbe la
memoria. Allora vi verrei in mente come una visione, una
luce forte e terrificante.
Certe persone lo vedono in un istante. Mi chiamano e mi
fermano per la strada. Ho sentito le loro mani, i loro sguardi
vividi, la pressione esigente dei loro abbracci. Mi hanno
baciato le dita, sono cadute in ginocchio piangendo, hanno
fatto capannello intorno a me attirando l'attenzione di una
folla. Una volta una ragazza mi ha persino afferrato un
braccio, nel parcheggio della scuola. Ricordo ancora il
buio nei suoi occhi, il panico attaccato alla sua pelle come
nebbia, e che mi pregava di darle una benedizione, di rimetterle
il suo grande peccato, come se io avessi un filo diretto con Dio.
Eh no, le dissi, scrollandomela di dosso. Ti sei sbagliata. Stai pensando a mia madre.
.
Avete visto anche mia madre, garantito. Guardatela adesso,
la star del telegiornale della sera, in piedi con centinaia
di altre persone in un parcheggio di Buffalo. Per esseremaggio fa caldo, il primo feroce scoppio d'estate, e intorno
a quella gente si alzano ondate di calore che la fanno apparire
come un miraggio sullo schermo. Ma questa, ovviamente,
 pura illusione. La verit  che quella gente non vacilla
mai, non perde mai un colpo. La loro  una via santa,
una visione virtuosa e se devono stare in piedi per dodici
ore al giorno nella calura accecante, per trenta giorni di fila,
allora lo faranno come una penitenza, senza pensarci
due volte. Questa clinica di Buffalo  vicino all'universit e i
manifestanti, con i loro cartelli espliciti, attirano folle sempre
crescenti. Per giorni abbiamo guardato le immagini dei
notiziari: preghiere incessanti, flaconi di pittura rossa che
macchiano muri di mattoni, ragazze spaventate scortate in
mezzo alla folla ostile dal personale della clinica con la divisa
colorata. Tensione crescente, s, i bordi taglienti di una
violenza incombente, eppure  stata una protesta minore,
un evento notato dagli automobilisti mentre vanno al lavoro
e poi dimenticato fino al telegiornale della sera.
Non  nulla, paragonato a quello che succeder adesso
che  arrivata mia madre.
Eccola.  ancora giovane, ossa lunghe, snella, con i capelli
biondi che oscillano all'altezza del mento. Preferisce i
colori pastello, il cotone ben stirato, le gonne che sfiorano
il polpaccio, abiti chemisier e golfini twin set. Al telegiornale
della sera le telecamere la mostrano con un vestito giallo
pallido, solo di poche tonalit pi scuro dei capelli, il colletto
bianco che mette in risalto il viso abbronzato, gli occhi
color zaffiro. A differenza degli altri con i loro cartelli e le
cantilene rabbiose, mia madre  serena.  subito chiaro
che, sebbene stia con questa folla, non ne fa parte. I suoi
cinque assistenti, che la circondano stretti come petali su
uno stame, la guidano lentamente verso i gradini. Gli striscioni
frusciano nel vento caldo, sventolando sopra i famosi
manifesti.
Eccomi l, adesso, con il mio dolce sorriso, la mia innocenza.
 una foto in bianco e nero, un primo piano, scattata
tre anni fa, quando ne avevo quattordici. Mia madre incede
davanti a quei manifesti, passando di fronte a una medopo l'altra, e quando si ferma da sola al centro della scalinata,
quando gira il viso verso la folla plaudente e sorride,
potete vedere. La rassomiglianza era evidente anche allora,
e adesso  inquietante. Negli ultimi tre anni i miei zigomi si
sono fatti pi pronunciati, i miei occhi sembrano pi grandi.
Potremmo passare per sorelle, e a volte succede. Mia
madre agita una mano e comincia a parlare. Fratelli peccatori, dice, e la folla ruggisce.
.
Perch non spegni? dice Sam. Siamo seduti insieme
sul divano a bere Coca-Cola e mangiare cracker a forma di
animali. Abbiamo messo in fila gli elefanti, proboscide contro
coda, sul tavolino del salotto. Gli occhi di Sam sono dello
stesso azzurro scuro di mia madre e i ricci bruni che ha
in testa si ripetono sul suo petto ampio. Visto che non gli rispondo
si gira e mi preme la mano contro la guancia, poi
mi bacia, forte, finch non sento il bisogno di sottrarmi.
Ci guardiamo per un lungo momento. Quando Sam finalmente
parla, la sua voce  volutamente grave e pomposa
nel manipolare le scritture a suo vantaggio.
Nichola, dice passandomi lentamente un dito sul braccio. Io ti scruto ma non ti conosco. Nella sua voce si sente
il desiderio, s, ma i suoi occhi sono canzonatori. Sa che conosco
quel salmo, quello che mia madre cita sempre per iniziare. Signore, tu mi scruti e mi conosci... Sei tu che hai creato
le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Deve sapere anche che a me sembra quasi un sacrilegio quello che dice,
come lo dice. E davvero mi fa arrossire la sua audacia, il pericolo
trepidante insito nelle sue parole. Mi eccita. Sam mi
guarda in viso, sorride, mi passa la mano sul braccio nudo.
Lo sai come continua, gli rammento, sentendo la voce
di mia madre levarsi in sottofondo. Non lasciare che il mio cuore si pieghi al male e compia azioni inique con i peccatori. Ricordi?
Lui
ride e si sporge per baciarmi ancora, mentre con una
mano cerca di afferrare il telecomando. Io lo prendo per
prima e mi raddrizzo, mettendo un po' di distanza fra noi.Sto conservando la mia virt, o almeno ci provo, bench Sam Rush insista che non ce n' bisogno perch un giorno
ci sposeremo.
Non adesso, gli dico, alzando il volume. Sta per raccontare
la storia della mia vita.  la parte migliore.
Sam mi afferra il polso e mi toglie dalle dita il telecomando.
La TV si spegne e mia madre svanisce laggi dove realmente
si trova, a 413 chilometri di distanza.
Ti sbagli, dice, sfiorandomi con le mani le spalle, premendomi
le labbra sulla clavicola.
Cosa vuoi dire?
Non  quella la storia della tua vita, mormora.  questa
qui.

Mia madre si preoccupa, o comunque dovrebbe. Dopotutto
ho il suo aspetto, la sua bellezza bionda, i suoi fianchi
stretti. Ho le sue inclinazioni. Ma mia madre ha una fede
alta e luminosa.  questo che mi dice ogni volta che esce di
casa. Mi prende la faccia tra le mani e dice: Lo so che farai
la brava, Nichola. Ho una grandissima fede in te, so che
non sei una ragazza sfrenata com'ero io.
Be', in un certo senso  vero, non sono sfrenata com'era
lei. Sam Rush  l'unico ragazzo che io abbia mai avuto. E
per molto tempo sono stata persino brava come intende
lei. Erano i tempi in cui mi portava con s, in viaggio per
tutto il paese da una manifestazione all'altra, in piedi sotto
la pioggia o la neve o nella calura cocente. Di quei giorni rimangono
delle istantanee di me e mia madre. In molte sono
solo una bimbetta che lei tiene in braccio mentre strizza
gli occhi davanti alla macchina fotografica, reggendo uno
striscione con la mano libera. Portava tailleur pantalone in
poliestere antipiega, con grandi risvolti ai polsi e alle caviglie.
Portava maxigonne e stivali lucidi e allora aveva i capelli
lunghi, che le ricadevano sulla schiena come sottili
barbe di granturco. Per anni era stata solo una manifestante
part-time, come chiunque altro. Ma poi aveva trovato la
religione e la fama, tutto in un unico pomeriggio.Quel giorno avevo cinque anni. Me lo ricordo: il calore, la
folla, il vestito azzurro chiaro di mia madre e come mi teneva
stretta quando il predicatore inizi a parlare. Amen, diceva
mia madre. Amen, oh s, amen. Ricordo l'espressione
del suo viso, come gli occhi si chiusero stretti e le labbra si aprirono. Ricordo come ci muovemmo improvvisamente
verso i gradini dove stava il predicatore, con il microfono, a
guidare tutti nella preghiera. In un momento ci trovammo
lass con lui. Mia madre mi pos a terra e si rivolse alla folla.
Quando prese il microfono al predicatore stupefatto e cominci
a parlare, accadde qualcosa. Chiam il mio nome e
mi tocc i capelli e poi disse: Sono una peccatrice e oggi
sono venuta a parlarvi del mio peccato. A quel punto la folla
sospir e si accost ancora di pi. I loro visi si colmarono
di rapimento.
So che il mio ricordo su questi punti  puro, non una storia
sentita a posteriori o vista molto dopo su pellicola. Adesso
abbiamo una copia del notiziario, gi in archivio, e ogni
volta che lo guardo e vedo di quante cose non mi rendevo
conto  ancora uno shock. Mi sentivo cos al sicuro, in piedi
lass con mia madre, ma ero troppo piccola per capire davvero.
Non vedevo la rabbia sul viso del predicatore mentre
mia madre arringava la sua congregazione. Non ricordo la
folla spostarsi al suono della sua voce e seguirla formando
un cerchio davanti alle porte della clinica e poi sdraiandosi.
Non notai neppure quando la polizia arriv e cominci a
trascinarli via. Ma nel film succede. Mia madre e il predicatore
pregano mentre il cerchio intorno a loro viene disfatto
a poco a poco. Vedo me stessa, mentre il cerchio si riduce,
sollevata e passata alla cieca a qualcuno nella folla, una
donna che aveva una gonna patchwork e un odore molto
pulito, come di limone. E poi vedo su pellicola la cosa pi importante di cui non mi sono resa conto quel giorno. Vedo
come mia madre sal al potere.  in piedi accanto al predicatore,
a pregare forte, finch non rimangono solo loro
due. Quell'avvenente predicatore lancia un'occhiata a mia
madre, quell'intrusa. Evidentemente pensa che sar lei a
essere presa per prima. Si aspetta che sia umile, che lasci laribalta a lui. Mia madre vede il suo sguardo e la sua voce si
alza. Chiude gli occhi e fa un passo indietro. Appena un
piccolo passo, ma  sufficiente. La polizia prende prima il
predicatore. Lui smette di pregare, esterrefatto, quando gli
toccano il braccio, e all'improvviso c' soltanto mia madre
a parlare, ora con gli occhi aperti, a sostenere la folla con la
sola forza della sua voce.
A volte le persone si sollevano e ricominciano da capo la
propria vita. Quel giorno accadde a mia madre. Bruciava in
purezza e si sollev al di sopra degli altri, come cenere trasportata
leggermente su una fiamma. Quando vennero a
prenderla non interruppe le sue preghiere. Quando la toccarono
divenne inerte e pesante fra le loro braccia: Il suo
abito spazz il terreno, la sua dolce voce si lev e al telegiornale
di quella sera parve quasi angelica. La portarono via
mentre ancora pregava e la folla si divise come un mare per
farla passare.
Le persone si sollevano, ma capita anche che cadano.
Quel predicatore, per esempio, cadde cos in basso da sparire
completamente. Altri sono famosi un mese, svaniti il
mese dopo. Esitano quando c' bisogno di audacia, si fanno
vanitosi e arroganti, ed esagerano. A volte, cadono nel
peccato. In quei giorni, prima di sollevarsi, mia madre li
guardava e imparava.  furba, prudente e coraggiosa, e la
sua storia le da potere quando si presenta davanti a un pubblico.
Eppure, dice,  un ambiente brutale quello in cui siamo.
Ci sono sempre coloro che vorrebbero vederla scivolare.
Non si fida di nessuno, tranne che di me.
Ed ecco perch, quando un pomeriggio sento alzarsi le
voci nel suo studio, mi fermo in corridoio ad ascoltarle parlare.
No,  troppo, dice Gary Peterson, il suo assistente in
capo.  un ragazzo dai baffi sottili con una grande ambizione,
un uomo che rappresenta una costante preoccupazione
per mia madre. Se ci spingiamo cos in l ci alieneremo
met del paese.
Scorgo mia madre in piedi dietro la scrivania a braccia
conserte, accigliata. Hai visto cos' successo in Florida,insiste. Una clinica chiusa senza che venisse arrestata un'anima.
Ecco
qualcuno che si schiarisce la gola, una voce bassa e
sconosciuta che non sento bene. Per so di che cosa stanno
parlando. L'ho guardato con mia madre alla TV. In Florida
hanno instillato acido butirrico nei muri della clinica attraverso
dei buchi. Ben presto tutti si sono precipitati fuori,
dottori e infermieri, segretarie e pazienti, tossendo e vomitando,
l'edificio ormai rovinato da quell'odore di gas di fogna
e carne acida. Mia madre guardava gli eventi stupefatta
e anche invidiosa.  audace, aveva detto spegnendo la tv
e camminando avanti e indietro nello studio.  innovativo.
Stiamo perdendo terreno, temo, con il solito vecchio
approccio. Dobbiamo fare qualcosa di stupefacente prima
di sparire del tutto.
Perci mi chiedo, in piedi nel corridoio, quale idea abbia
proposto agli altri.
E troppo rischioso, insiste un'altra voce.
Davvero? domanda lei. E se consideriamo i bambini
che verrebbero salvati?
O perduti, interviene Gary Peterson, se falliamo.
Continuano a discutere. Io mi appoggio al muro ascoltando
le voci e mi premo la mano sulle labbra. Sa di Sam:
l'odore pulito, salato della sua pelle, il vecchio vinile della
sua macchina. Fra circa una settimana mia madre andr a
Kansas City e Sam me l'ha detto chiaramente: vuole venire
a stare con me mentre lei  via. Sta diventando matto, 
questo che dice, non ce la fa ad aspettare ancora. Ora o
mai pi, dice. Gli ho risposto che ci avrei pensato, che gli
avrei fatto sapere.
Comunque, sento Gary Peterson dire, il tuo piano
coinvolge Nichola, che in questo periodo non  esattamente
affidabile.
Gli uomini ridono e io mi immobilizzo, sentendomi arrossire
di rabbia. Si riferiscono a un giorno di circa un anno fa
a Albany, quando Gary Peterson fece bloccare il viale d'ingresso
alla clinica dai bambini. Avanti, vai, mi disse, sebbene,
a sedici anni, fossi pi grande degli altri. Mi circondcon un braccio. Gary Peterson, alto, forte e snello, con i suoi
occhi verdi e il sorriso fermo. Sentivo la sua mano sulla spalla.
Vai, Nichola, per favore, questi bambini e bambine hanno
bisogno di una persona come te che sia il loro capo. Il marciapiede era caldo e polveroso, sparso di sporcizia, e le
auto che svoltavano dalla strada verso la clinica rallentavano
appena. Avevo paura. Ma Gary Peterson era cos bello, cos
buono, e si sporse a sussurrarmi nell'orecchio: Avanti, Nichola,
sii tu il capo. E mi baci sulla guancia.
Allora fui conquistata. Ricordo di aver pensato che mia
madre era un capo, e lo sarei stata anch'io. E poi continuai
a sentire le sue labbra sulla pelle per molto tempo dopo
che si fu allontanato. Guardai verso i gradini, dove mia madre
stava parlando. La manifestazione stava andando malissimo,
c'erano solo pochi convenuti con dei cartelli, e sapevo
che aveva bisogno di aiuto. Cos lo feci. Mi stesi
sull'asfalto in fila con tutti gli altri. Il sole martellava. Alcuni
dei piccolini cominciarono a piangere, cos provai a farli
cantare. Cantammo l'inno Onward Christian Soldiers. Era l'unica
canzone di cui riuscivo a ricordare tutte le parole. Tutti
si agitarono e qualcuno chiam le troupe televisive. Le vidi
arrivare con la coda dell'occhio, circondarci con le
telecamere nere. Quelle riprese sono in archivio adesso,
trenta di noi sdraiati l a cantare. Tutte quelle vocine dolci.
Gli operatori erano gi in posizione quando la prima
dottoressa torn dal pranzo. Svolt nel viale d'ingresso, decisa
a passare veloce davanti al gruppo di manifestanti, e
per poco non invest la bimba pi piccola che stava a un capo
della fila. L'auto si ferm stridendo accanto al braccio
della bambina. La donna scese dalla macchina tremando,
pallidissima, and dritta da mia madre e l'afferr per un
braccio. Smisi di cantare per poter ascoltare. La dottoressa
era furiosa.
In nome del cielo, disse, che cosa credete di fare? Se
uno crede nella vita, come sostenete voi, non mette a rischio
delle vite innocenti! Non potete!
Mia madre era calma, angelica nel suo vestito bianco.Chiudete le porte, dice, pentitevi. Il Signore perdoner persino lei, un'assassina.
E se avessi investito quella bambina? volle sapere la dottoressa.
Era una donna piccola, delicata, con i capelli grigi
che le arrivavano alle spalle, eppure scosse il braccio di mia
madre con una forza nata dall'ira. E se i freni avessero ceduto?
Chi sarebbe stata allora l'assassina?
Io, sdraiata sull'asfalto rovente, compresi le sue ragioni.
Gli altri erano troppo piccoli per capire ma io avevo sedici
anni e all'improvviso vidi il pericolo molto chiaramente.
Stavano per entrare altre macchine e noi stavamo l come
un marciapiede di morbida carne. I loro pneumatici avrebbero
potuto schiacciarci in un secondo. Gary Peterson stava
intorno alle telecamere, a parlare con i giornalisti. Erano arrivate
altre troupe, la folla stava aumentando e vedevo bene
che era molto soddisfatto. Se uno di noi fosse rimasto ferito,
pensai, sarebbe stata una notizia nazionale, forse anche internazionale.
All'improvviso ero terrorizzata. Aspettavo che
mia madre riconoscesse la situazione, che capisse il pericolo,
ma era occupata a spiegare le sue ragioni davanti alla
dottoressa e a una decina di telecamere.
Pentitevi, urlava. Pentitevi e salvate i bambini!
Mentre parlava fece il suo ingresso un'altra auto, troppo
veloce e senza alcun sospetto, che tampon la prima. La
macchina della dottoressa fu spinta avanti di mezzo metro,
cos che l'ultima bambina si trov con il braccio contro la
ruota e il paraurti sospeso sopra il viso. Piangeva forte ma
senza far rumore, tanto era spaventata. Fu allora che mi alzai
in piedi. ehi, Nichola! grid Gary Peterson e in un attimo
fu accanto a me, mi afferr un braccio. Torna gi,
mi sibil, sempre sorridendo. Nessuno si far male. Ma io
sentivo che mi stava gi facendo dei lividi sul braccio. No,
dissi, non lo far. E quando prov a obbligarmi, urlai.
Non ci fu bisogno d'altro: le telecamere ci furono addosso.
Mi lasci andare, ci fu costretto, e rimase da parte mentre
aiutavo i bambini ad alzarsi, l'uno dopo l'altro, spolveravo
loro i vestiti e li conducevo fuori pericolo. Dopotutto quella
sera arrivammo davvero ai telegiornali nazionali. Mia madre rimase turbata per giorni ma Gary Peterson, che comparve
sulla prima pagina di parecchi giornali, era piuttosto
compiaciuto.
 per quanto sono arrabbiata che varco la soglia dello
studio.
Nichola! esclama mia madre. Deve aver visto dal mio
viso che ho udito la conversazione. Annuisce seria e mi
chiede di entrare. Eccoti qui, tesoro. Vieni a salutare il signor
Amherst e il signor Strand, e Gary, naturalmente. Sono
qui per parlare delle prossime attivit a Kansas City. A
quel punto da loro un'occhiata e sorride, improvvisamente
calma, quasi civettuola, ogni tensione svanita dal suo volto.
Abbiamo qualche piccola divergenza, aggiunge.
Sorridono a questa battutina e mi guardano con discrezione.
Qui arriva ogni genere di persone, dagli autentici fanatici
religiosi alle ricche signore annoiate dei quartieri bene,
e io capisco chi ho davanti da come reagiscono quando
mi vedono. La gente religiosa ha delle reazioni emotive. Dicono:
Allora questa  sua figlia, la bambina che  stata salvata,
oh, quanto  carina. Certe signore addirittura piagnucolano
nel vedere me, incarnazione di tutte le loro
lotte e convinzioni. Questi uomini, invece, non sono commossi.
Anzi, sembrano a disagio, come se io ricordassi loro
qualche cosa che preferirebbero non sapere. Mia madre mi
chiama la sua arma segreta per trattare con persone cos.
Contro questi uomini, con le loro lauree, le loro congregazioni,
i loro metodi d'azione, io sono la forza di mia madre.
Perch nessuno pu obiettare nulla quando vedono me, la
prova viva e vegeta del grande sacrificio fatto da mia madre
per la vita.
Nichola, dice dolcemente mia madre, guardando gli
uomini con la coda dell'occhio, mi chiedevo se potresti
darci una mano.
Certo, replico io. Di che cosa avete bisogno?
Questi signori vorrebbero sapere, in via del tutto generale...
esattamente, che cosa sei disposta a fare, Nichola?
Voglio dire che c' qualche preoccupazione, dopo il fatto
di Albany, riguardo al livello del tuo impegno. I nostri occhi s'incontrano. So che sono in grado di aiutarla. E sebbene
mi senta un po' male, come se mentre parliamo arrivasse
dalle ventole d'aerazione un sentore di acido butirrico,
lo faccio.
Farei tutto quanto sono in grado di fare per essere
d'aiuto, rispondo. Questa non  esattamente una bugia,
mi dico.
Qualunque cosa? chiede Gary Peterson. Mi guarda con
intensit. Pensaci bene, Nichola.  importante. Faresti
qualunque cosa ti chiedessimo?
Apro la bocca per parlare, ma le parole seguenti non arrivano.
Continuo a ricordare l'asfalto rovente contro la mia
schiena, le vocine che cantano. L'espressione di mia madre
adesso  seria, una ruga le solca la fronte. Questo  un esame
e se non lo passo ci rimarr male. Chiudo gli occhi, cercando
di pensare cosa fare.
"Nichola." Ricordo il tocco di Sam, e come le sue parole
a volte abbiano un doppio senso. "Io ti scruto ma non ti conosco."
Poi
riapro gli occhi e guardo i presenti senza esitazioni,
perch all'improvviso so come dire la verit e convincerli
allo stesso tempo.
Sentite, dico, lo sapete che io sono il Suo strumento
sulla terra.
Gli occhi di Gary si socchiudono; mia madre invece sorride
e mi prende fra le braccia, un abbraccio rapido e trionfante,
prima che chiunque possa parlare.
Vedete, dice.  radiosa. Ve l'ho detto che possiamo
contare su Nichola.
A quel punto nella stanza qualcosa si sposta. Cambia
qualcosa. Mia madre ha riportato una vittoria, non so esattamente
a che proposito.
Forse hai ragione, dice il signor Amherst mentre sto
uscendo. Io affretto il passo, contenta di andar via. Qualunque
cosa abbiano in mente, non ha importanza, perch ho
gi detto a mia madre che non andr a Kansas City. Forse
sarebbe meglio aumentare la scala d'azione, creare un impatto
indimenticabile, come suggerisci.Io sorrido mentre salgo le scale. Sorrido perch mia madre
sta imponendo il suo punto di vista, grazie a me. E, ancora
di pi, sorrido perch oggi Sam Rush mi ha baciato
l'interno delle braccia e ha detto che non pu vivere senza
di me, che in questi giorni il sangue continua a pulsare, a
pulsargli nel cervello. Grazie a me.

Vai in cerca di guai, vestita cos, dice mia madre il giorno
dopo, quando Sam mi porta a casa dopo la scuola.
Arrossisco, chiedendomi se ho le labbra colorite come
me le sento. Abbiamo discusso per un'ora nella sua macchina
parcheggiata, e Sam era tanto arrabbiato che ho cominciato
a spaventarmi. Alla fine mi ha baciato, cos forte che
non riuscivo a respirare, e mi ha detto di decidere stasera,
non oltre. Tu mi ami, insisteva, afferrandomi il braccio
come aveva fatto Gary. Lo sai che  vero.
Nichola, insiste mia madre, quel golf  troppo aderente
e la gonna  troppo corta.  provocante.
Tutte si vestono cos, le dico, il che non  proprio vero.
Mia madre scuote il capo e sospira. Siediti, Nichola, aggiunge.
Siamo in cucina e lei si alza per fare il caff. Sembra
cos normale, cos simile a come potrebbe apparire
qualsiasi altra madre.  difficile collegarla alla donna della
TV che sa tenere avvinta una folla di migliaia di persone.  diffcile immaginarla in piedi su un podio mentre espone
la storia della mia vita, e la sua, ai crociati stanchi. Perch  allora che la racconta, quando la gente comincia a sentirsi
affaticata, quando l'energia inizia a scarseggiare, quando Amazing Grace risulta terribilmente stonata e la giornata  al
massimo del freddo o del caldo, a seconda della stagione. Lei si alza in piedi sul palco con la mano sulla mia spalla e
dice: Questa  mia figlia, Nichola. Voglio raccontarvi la
storia della sua vita, di come il Signore ha parlato attraverso
di lei e cos mi ha salvato.
Racconta loro di come tutto  cominciato, di com'era
giovane, bella e ribelle, cos arrogante da credersi immune
dalle conseguenze dei propri peccati. Dal palco fornisce loro dettagli che fanno scalpore su quanto era bella, splendida,
da far girare la testa. Quanti uomini la corteggiavano e
fino a che punto li lasciava fare, quanto era salita in alto sulla scala della propria ignoranza, finch il mondo sotto di lei
non sembrava nulla pi di un miraggio che non l'avrebbe
mai riguardata. Il pubblico la invidia un po', suo malgrado,
e dopo un momento comincia anche a odiarla un pochino:
per la sua bellezza, per il potere che le ha dato. Mia madre
li fa sentire cos apposta, in modo che, quando racconter loro della sua caduta, possano scuotere il capo con segreto
piacere, possano mormorarsi l'un l'altro che ha avuto ci che si meritava.
Mia madre conosce il suo uditorio. Nella sua debolezza  insita la sua forza. Racconta loro come and a finire dopo
pochi mesi, incinta, ovviamente, abbandonata dalla sua famiglia
e dagli amici. A quel punto sospirano, avvertono il
suo dolore, il suo panico. Comprendono la solitudine che
sentiva. Quando mia madre scappa su un bus Greyhound,
la folla  con lei. Vagano al suo fianco negli angoli pi bui
di una citt sconosciuta. Lei  sempre pi spaventata, s, e
disperata. Anche loro si sentono storditi e perdono la speranza
e alla fine salgono con lei in -cima al palazzo pi alto
che trova. Stanno in piedi sul tetto, con il vento nei capelli
e la disperazione pi nera nel cuore, e deglutiscono mentre
lei guarda la citt l sotto e si prepara a saltare.
 cos lunga la discesa. Ha tanta paura. E lei, povera peccatrice,  cos fuori di s che fa d'impulso quello che non
avrebbe mai scelto: prega. Sussurra parole a quel vento. Fa
un altro passo, sempre pregando. Ed  allora che si verifica
il miracolo.
Un miracolo molto normale, dice mia madre, perch non ha udito voci, non ha avuto visioni, non ha sperimentato
trasformazioni fisiche. No, quel giorno il Signore le
parl semplicemente attraverso di me. Racconta come all'improvviso
le venne un giramento di testa. Per la fame,
pens sul momento, o forse per l'altezza, ma in seguito si  resa conto che non fu nulla di meno della mano della provvidenza,
un intervento divino e tempestivo. Inciamp ecadde contro il parapetto, scivolando sulla rete metallica,
graffiandosi il braccio. Una luminosit ondeggi davanti a
lei. Con una mano sul freddo cemento, si pos l'altra sul
ventre e chiuse gli occhi davanti al crescere improvviso della
luce. Per un attimo il mondo fu immobile e fu allora che
accadde. Una piccola cosa, in realt. Una cosa normale. Solo
questo: per la prima volta, mi sent muovere. Un solo calcio,
o il gesto di una manina. Una volta, e poi ancora. Tutto
qui. Apr gli occhi e si tocc con entrambe le mani, in attesa.
Immobile, come in ascolto. S, ancora.
A questo punto si interrompe per un attimo sul podio
dell'oratore, la testa china. La sua voce  diventata morbida
e tremante durante la storia, ma ora alza al cielo le braccia
snelle e grida: Alleluia, quel giorno in cui il Signore era
con me, ed  intervenuto, tutto  stato salvato.
Nichola, dice ora mia madre, sedendosi di fronte a me
e versandosi della panna nel caff. La guardo ondeggiare
come oro nella tazza. Nichola, non  che io non mi fidi di
te, tesoro. Ma conosco la tentazione. So che  grande, alla
tua et. La settimana prossima vado in missione a Kansas
City e voglio che tu venga con me. Sar come ai vecchi tempi,
Nichola, tu e io. Tornando potremmo fermarei a Chicago,
a fare shopping. Aggiunge quest'ultima cosa perch sa
leggere il mio volto, come uno specchio di fronte al suo,
ma con emozioni opposte. Oh, Nichola, implora, perch
no? Ci divertivamo tanto.
Ha ragione, immagino. Una volta pensavo che fosse divertente.
Sedevo sul palco con mia madre a guardarla parlare. Sentivo la pressione di tutti quegli occhi che si spostavano
sui manifesti per poi tornare su di me, mentre mia
madre raccontava la nostra storia. Ma era quando ero ancora
piccola, e prima che le proteste diventassero cos forti,
cos brutte.
Senti, te l'ho gi detto. Sono troppo impegnata per venire
a Kansas City.
Nichola, replica, una nota d'impazienza nella voce. Ho promesso alla gente che saresti venuta.Be', ritira la promessa, dico io. A loro non importa.  te che vengono a vedere.
Ma Nichola, protesta, la gente chiede sempre di te.
Specificamente di te.
Non posso, dico. Sto pensando al caldo, alle ore in piedi
nel gruppo dei sostenitori in preghiera, di come non si
possa pi prevedere quello che chiunque potrebbe fare. Sono impegnata. Devo consegnare una tesina. Fra tre settimane
c' il ballo della scuola. Non credo proprio di poter
mollare tutto adesso.
Mollare la scuola o mollare Sam? chiede mia madre.
Sto comiciando ad arrossire, sento il calore salire sulle
guance e mia madre mi guarda con i suoi occhi gentili che
sembrano sapere tutto, tutto di me. Metto le braccia conserte,
la mano sinistra a coprire il posto dove Sam mi ha
stretto cos forte, e poi dico l'unica cosa che so efficace per
cambiare argomento. Sai, mi sono fatta ancora delle domande
su mio padre, le dico.
Il viso di mia madre si indurisce. Lo guardo, immaginando
i miei stessi lineamenti diventare fermi e chiusi a quel
modo.
Nichola, dice, per quanto riguarda tuo padre, tu non
esisti.
Ma lui sa di me, vero? E non credi che io abbia il diritto
di conoscerlo?
Oh, lo sa, risponde. Lo sa. Si interrompe e mi guarda
socchiudendo le palpebre, con la stessa espressione che
aveva nello studio, mentre trattava per Kansas City con
Gary e gli altri. Poi si rasserena in viso e si protende in avanti
con un sospiro. Va bene, dice. E se ti dicessi che, se
vieni con me a Kansas City, potrai incontrare tuo padre?
Che cosa dici? domando. Mio malgrado, il cuore mi
batte forte. Questa  la prima volta in cui lei abbia mai ammesso
che  vivo. Abita l?
Si stringe nelle spalle. Sa di aver catturato il mio interesse.
Forse, dice. Magari abita l. O forse abita proprio
qui, o in un'altra citt ancora. Si appoggia allo schienale e
mi guarda. Non credo che dovresti incontrarlo, Nichola.Credo che, dopo, rimpiangeresti di averlo fatto. Ti sto proteggendo
per il tuo bene, lo sai.  solo che non voglio che
tu soffra.
Si aspetta che io dica quello che ho detto tutte le altre volte:
che ha ragione, che dopotutto non voglio conoscerlo.
Va bene, riprende finalmente, va bene, allora. Ecco il
patto. Vieni con me a Kansas City, Nichola. Fa' esattamente
quello che ti chieder laggi. E poi, prometto, ti dir tutto
di lui.
Resto immobile per un attimo, tentata di accettare, ma
penso anche alle folle assiepate, al puzzo di sudore nell'aria
gi densa di odio, di tensione. Cerco di immaginare un volto
per il padre che non ho mai conosciuto. Penso a Sam, alla
risposta che si aspetta, alla paura che ho di dirgli qualsiasi
cosa tranne un s. Mia madre attende tamburellando le
dita sulla tazza vuota. Mi chiedo perch desideri tanto che
io vada. Ricordo quello che ho promesso nel suo studio.
Non voglio fare niente... niente di terribile. Lo dico cos
stupidamente, per mia madre capisce. Il suo viso si ammorbidisce.
Oh, Nichola, esclama,  questo il problema? So quanto
ti ha dato fastidio quell'episodio con Gary. Non sar niente del genere, te lo prometto. Si sporge in avanti e posa
la mano sul mio braccio, parlando in tono confidenziale.
Sento l'odore di caff nel suo alito e il suo profumo fiorito.  vero che ho bisogno che tu faccia una cosa, Nichola.
Una cosa speciale. Ma non  una cosa terribile e comunque
pi che altro ho bisogno del tuo sostegno, tesoro. Sar grossa, questa protesta. La pi grossa di tutte, finora. Se tu
ci fossi, significherebbe tantissimo per me.
 perch me lo chiede cos che non riesco a dire di no.
Esito. Questo  il mio errore. Lei mi rivolge il sorriso che
usa per le telecamere e spinge indietro la sedia, si alza.
Grazie, dice. Ho pregato per questo. Non te ne pentirai,
tesoro.
 vero che per qualche minuto mi sento bene. Solo quando  uscita mi rendo conto di quanto ho dato, di quanto
poco ho ricevuto. Solo allora inizia ad accendersi la mia
rabbia.

La camera di mia madre  decorata nei colori rosa e panna.
Alcuni anni fa, quando cominci a essere molto pagata
per fare talk show sulle emittenti televisive religiose, assunse
un'arredatrice per risistemare tutta la casa in uno stile
professionale. L'arredatrice era una di quelle donne spigolose
dai gusti severi e il suo segno si vede dappertutto: motivi
bianchi e neri, mobili tubolari, tutto moderno e pratico.  solo la camera di mia madre a essere diversa, morbida,
con cuscini sovrapposti e una moquette cos folta che sembra
di camminare su una nuvola. A volte chiudo gli occhi e
immagino di poterci sprofondare attraverso. Mi chiedo se  cos che mia madre pensa il paradiso, una stanza come un
cioccolatino bianco con un ripieno alla fragola.
So dove tiene le cose. Sono stata seduta sul suo letto, in
mezzo a una dozzina di cuscini fatti a patchwork e volant, a
guardarla incollare foto dei giornali nel suo album privato.
Si fida di me, sono l'unica persona della sua vita di cui dice
di potersi fidare, e non mi sarei mai immaginata che avrei
frugato tra i suoi segreti.
Eppure il giorno seguente, quando mia madre esce, quando
mi telefona dal centro citt e sono sicura che sia a distanza
di sicurezza, vado nella sua camera. So esattamente
dove guardare. La scatola  nell'armadio, incuneata in un
angolo, e la estraggo da sotto gli abiti di mia madre. Odora
del suo profumo. Slego la cordicella e con cautela tiro fuori
le cose, gli album e le agende, le foto e le lettere. Memorizzo
in che ordine erano. Le dispongo con precisione sulla
moquette.
All'inizio sono cos agitata che riesco a malapena a concentrarmi.
Prendo in mano ogni lettera sentendomi sull'orlo
di una scoperta, come se i segreti che contengono
emanassero una specie di calore. In realt, tuttavia, non
trovo assolutamente nulla e presto la mia eccitazione comincia
a smorzarsi. Eppure continuo a cercare, fermandomi solo quando suona il telefono e la voce di Samsulla segreteria
telefonica galleggia nella stanza. Nichola, dice, scusami. Lo sai che sei tutto per me. Ascolto restando immobile,
incerta sulle gambe. Gli avevo detto di non chiamare
oggi. Ascolto ma non sollevo il ricevitore. Appena ha riattaccato,
torno alle carte disposte sul pavimento.
Leggo. Divido. Sfoglio. In gran parte  roba noiosa. Faccio
passare una pila di libretti d'assegni, vecchie ricevute,
un plico disordinato di foto di persone che non ho mai conosciuto.
Scorro le lettere dei suoi fan.  solo per caso che
scorgo l'unica importante. La scrittura  cos simile alla
mia, cos simile a quella di mia madre, che mi fermo. La giro
fra le mani un paio di volte, toccando la fresca carta di lino,
il taglio netto sul lato superiore della busta. Faccio scivolare
fuori la lettera e mi cade in grembo del denaro,
duecento dollari in biglietti da venti. Spiego lentamente il
foglio e poi comincio a tremare mentre leggo.

Non so se hai ricevuto le altre mie lettere. Posso solo sperare che
ti siano arrivate. Non capisco perch tu abbia fatto questo, scappare
cos senza una parola. S, eravamo arrabbiati per la notizia
che ci hai dato, ma siamo la tua famiglia. Ti staremo accanto. Ti
mando dei soldi e ti prego, Valerie, di tornare a casa. Non posso
sopportare di pensarti l fuori nel mondo con la nostra nipotina,
priva di tutto.

Poso la lettera e tocco le banconote, vecchie, ancora fruscianti.
Mia madre mi aveva detto che l'avevano cacciata di
casa, che avevano troncato per sempre ogni legame con lei.
Perlomeno  quello che racconta sempre nel parlare in
pubblico, che li aveva pregati di perdonarla e loro non hanno
voluto. Che era stata scacciata nel mondo per i suoi peccati,
sola a vagare. Sono venuta quass in cerca di mio padre
e invece resto seduta a lungo con quella lettera in
grembo a farmi domande sui miei nonni, su chi sono e dove
sono, e se mi abbiano visto in TV oppure no. Sam telefona
ancora. Sento il desiderio nella sua voce, e anche piccole
fiammate di rabbia, e non rispondo. Invece rileggo lalettera, e poi la rileggo di nuovo. L'indirizzo del mittente 
sbavato, difficile da decifrare, ma il timbro postale aiuta: risulta
spedita da Seattle e datata sei mesi dopo la mia nascita.
Seattle, un posto dove non sono mai stata. Metto da parte
la lettera e faccio passare di nuovo tutto il materiale. Non
c' nient'altro che venga da loro.
Molto tempo dopo sono ancora seduta l, a studiare quella
lettera, quando arriva il fax. Al piano terra c' una linea
telefonica di lavoro, ma mia madre tiene questa per comunicazioni
delicate che non vuole far vedere alla sua segretaria,
o a Gary Peterson. Non mi  mai venuto in mente che
voglia tenerle segrete anche a me, quindi, quando il foglio
cade dall'apparecchio, non sono per nulla curiosa. Sto ancora
pensando ai nonni da cui ho sempre creduto che fossimo
state ripudiate. Do un'occhiata al fax, che arriva da
Kansas City. Inizia con la solita roba, prenotazioni alberghiere
e orari della manifestazione, e sto per lasciarlo cadere
quando vedo questa riga: Lieto che Nichola finalmente
abbia visto la luce.
Quale luce?
Leggo. Le parole sembrano spostarsi e cambiare forma
sotto i miei occhi. Come per la lettera, devo leggere parecchie
volte prima di avere ben chiaro in mente il significato.
Sono certa che in tutta la mia vita non sono mai stata cos
lenta a leggere, n cos spaventata. Perch fra le mani ho i
loro progetti per Kansas City. All'inizio sono i soliti ma poi
si accenna anche al piano pi spregiudicato, quello che
far notizia. Finalmente capisco perch mia madre ha tanto
bisogno che io sia dei loro. Come pezzi di ghiaccio bianco,
le sue bugie si sciolgono fra le mie mani, e all'improvviso vedo le sue vere intenzioni. Che cosa mi ha promesso?
Non  una cosa terribile, assolutamente. Ma invece lo .
Oh, s.  la peggiore di tutte.
Improvvisamente la stanza mi pare cos dolce, soffocante,
che devo uscire. Mi sembra di inalare zucchero, e fa male.
Lascio il fax sul pavimento con le altre carte e, fuori, mi appoggio
alla stretta balaustra nera, respirando profondamente.
Sono cos grata per le linee pulite, il nitore, il bianco e nero. Perch ora mi  chiaro che quella che ho sempre
considerato la storia della mia vita non lo  affatto. Non  la
mia vita ma quella di mia madre, la sua lunga rabbia e la
sua ambizione inarrestabile che ci hanno portato dove siamo
in questo momento.

Kansas City soffoca nell'afa e ogni giorno mia madre parla
del peccato, la voce una freccia infuocata. La folla ascolta
e si infiamma. La guardia nazionale si riversa fuori dalle camionette
e la nazione attende di vedere come andr a finire
questa protesta, la pi lunga e la pi brutta nella storia
del movimento. Anch'io aspetto, guardandola dalle retrovie
mentre esce dal suo agglomerato di guardie del corpo,
sorridendo timidamente alla folla plaudente, rapita, pronta
a credere. Sono solo una peccatrice, comincia piano, e io
la guardo fisso mentre la folla reagisce. Sussurro: Giusto,
sei una peccatrice e pure una manipolatrice bugiarda.
Prosegue il suo discorso alla nazione. La guardo come se
fosse la prima volta; vedo e ammiro, persino, la sua abilit,
la padronanza di s. Per la primissima volta la vedo chiaramente.
La guardo e aspetto di vedere se mi far fare quella
cosa malvagia.
 il terzo giorno quando scende dal palco e viene da me.  tardo pomeriggio e ha il viso tutto abbronzato. Il sudore
le imperla la fronte e il labbro superiore. Quando mi circonda
con un braccio ha la pelle scivolosa. Appare stanca
ma anche esaltata, perch la protesta sta andando benissimo.
"Non chiedermelo", penso. Magari vuole soltanto che
andiamo a cenare. "Ti prego, non chiedermelo."
Vieni, Nichola, dice.  ora che tu mi faccia quel favore.
Prendiamo due macchine; una per me, Gary e mia madre,
la seconda con i finestrini oscurati e tre uomini che
non ho mai incontrato. Guidiamo a lungo, sembra, forse
mezz'ora, e quando raggiungiamo i quartieri residenziali
mi dicono cosa vogliono che io faccia. , come diceva mia
madre, un compito semplice, e se non la sapessi lunga lo farei
senza esitare, non ci penserei due volte.Okay, Nichola, dice Gary, fermandosi in una strada dove
gli spruzzatori che innaffiano i prati sibilano bagnando i marciapiedi e gli alberi sono grandi e silenziosi. L'altra auto
parcheggia davanti a noi.  un paio di case pi in l, al numero
3489. Esce tutte le sere alle otto e mezzo per portare
a passeggio il cane. Sai cosa dire?
S, rispondo deglutendo a fatica. Lo so.
Buona fortuna, aggiunge mia madre. Noi pregheremo.
S, replico scendendo dall'auto. Lo so.
Cammino lenta nel sole morente, sentendo i loro occhi
su di me. Il numero 3489  una casa grande ma normale,
con i finti pilastri bianchi e un grande prato, le aiuole di
fiori. Non c' traccia di una ragazzina. Continuo a camminare,
ma piano, perch ho paura e perch non so ancora
che cosa far. Dietro di me, in macchina, mia madre confida
che manterr la parola data; davanti a me, nella casa, il
medico e la sua famiglia finiscono di cenare, lavano i piatti,
contenti che oggi, almeno, non si siano radunati dei manifestanti
sul prato. Si vede dove i fiori sono rimasti schiacciati
dalle altre volte. Ci sono anche delle sbarre alle finestre
del pianterreno. Fra pochi minuti la figlia uscir di casa
con il suo Scottish Terrier al guinzaglio e lo porter a fare
una passeggiata. Il mio compito  semplice. Devo camminare
accanto a lei, farla fermare e parlarle. Del cane, di qualche
film, di qualsiasi cosa possa distrarla in modo che non
li veda arrivare. Tutto qui. Una ben piccola cosa mi hanno
chiesto, cinque minuti di conversazione. Il resto non me
l'hanno detto, ma io lo so.
All'incrocio mi fermo, faccio dietrofront, torno sui miei
passi. Sono le 20.35 e vedo il sole riflesso dalle finlture cromate
di due auto parcheggiate. Stavolta, quando mi avvicino
alla casa, sul prato ci sono due persone. Mi fermo vicino
alla siepe. Un uomo sta accovacciato accanto a una macchina,
insapona le fiancate. Accanto a lui, sul prato, ci sono un
secchio e una canna. L'auto  vecchia e anche un po' malmessa,
pi come la macchina di Sam che come quella di
mia madre. Sull'erba folta scorrazza un cagnolino bianco,
annusando i cespugli e certi punti del prato mentre una ragazzina fischia e lo chiama. Il cane si chiama Benjy. Non so
il nome della ragazza, ma suo padre  il dottor Sinclair. Alle
manifestazioni scandiscono il suo nome che contiene la parola sin, peccato: Sin-clair, Sin-clair. La figlia ha i capelli
corti e porta una maglietta, calzoncini e scarpe da ginnastica.
Ha in mano un guinzaglio.
All'improvviso suo padre, che sta lavando la macchina
con la canna, si alza in piedi e le spruzza un po' d'acqua
sulla schiena. Lei per la sorpresa manda un grido, poi si volta
ridendo, lasciando che l'acqua le spiova intorno. Il cagnolino
li raggiunge di corsa, saltando nel tentativo di partecipare
al gioco, e di punto in bianco mi chiedo come
sarebbe essere quella ragazza, essere cresciuta in quella casa
normale. So che dovrei allontanarmi ma non ci riesco.
Non riesco a stancarmi di guardarli. In effetti, li fisso a tal
punto che il padre alla fine si accorge di me. I nostri occhi
si incrociano e lui volge il capo, subito attento. Allora comincio
ad attraversare il prato, cercando di non pensare.
Ciao, dico quando sono abbastanza vicina.
Ciao, dice la ragazzina, guardandomi con curiosit.
L'uomo sorride, pensando che io sia amica della figlia. Avevo
idea che mi avrebbero riconosciuto subito, come io conosco
loro. Pensavo che guardandomi avrebbero visto mia
madre, ma non  cos. Mi fissano e basta. Ne sono cos sorpresa
che per un attimo non mi viene in mente che cosa dire.
Mi limito a stare l, a guardare questo dottore. L'avevo
visto solo da lontano, mentre si precipitava dalla macchina
dentro la clinica. Ora noto che orecchie piccole ha, quante
rughe ci sono intorno agli occhi. Il suo sorriso svanisce e il
silenzio si fa pesante fra noi. Lui fa un passo, piccolo ma visibile,
per avvicinarsi alla figlia.
Possiamo fare qualcosa per te? chiede. Nonostante la
diffidenza,  gentile.
Guardi, dico. Mi giro a dare un'occhiata alla strada,
poi alzo un braccio per slegarmi i capelli, che mi si sciolgono
sulle spalle. Ora dovrebbero riconoscermi, la somiglianza
dovrebbe colpirli in viso come acqua ghiacciata. Dovrebbero
voltarsi e scappare senza un'altra parola da parte mia.Ma non lo fanno. Il dottore mi da un'occhiata strana, vero,
e poi guarda alle mie spalle, verso la strada tranquilla, la fila
di cespugli che nasconde la sua casa. Non c' nulla. Non
ancora. Stanno aspettando. Torna a guardare me e, dopo
un altro lungo momento, parla.
Che cosa c'? chiede. Ha una voce molto gentile.
La figlia prende in braccio il cagnolino e mi sorride, per
aiutarmi a parlare.  pi piccola di me. Penso a come vogliono
spingerla dentro la seconda auto e portarla via.
Qualche ora in un posto buio, e poi la lasceranno andare.
Non vogliono farle del male, ma sono sicura che sono
pronti a tutto. Spaventarla, s,  quello che vogliono fare.
Intendono mostrarle l'ira dei cieli, e a tale scopo quegli uomini
stanno in attesa in macchina con i loro passamontagna
e le loro Bibbie. Forse la sua anima verr salvata, ma
non  questo il punto. Ci che realmente vogliono  terrorizzare
il padre, farlo pentire per le vite che ha interrotto.
Vogliono che il mondo sappia che in questa battaglia non
ci sono limiti.
A questo punto guardo il dottore dritto in faccia. Non
sorrido. Dottor Sinclair, dico, farebbe meglio a non fidarsi
di una sconosciuta.  molto pericoloso. Specialmente
stasera. Non  il caso di portare a passeggio il cane.
Sono pronta a continuare, ma finalmente ha capito. Afferra
per un braccio la figlia e si precipitano in casa, abbandonando
il secchio d'acqua e la canna ancora aperta. Vedo
la porta d'ingresso chiudersi alle loro spalle, sento il chiavistello
girare e mi chiedo se stiano a guardarmi, dalle loro finestre
con le sbarre, mentre attraverso il giardino sul retro
fino al vicolo e poi mi allontano. Cammino per chilometri
cos, fra i giardini silenziosi di gente sconosciuta, e quando
finalmente si fa buio salgo sul primo autobus che vedo.
 difficile fare questo. So che mi sto lasciando alle spalle
ogni cosa. Mia madre e Sam, tutta la mia vita fino a questo
giorno. Ma non era davvero la mia vita, adesso lo so,  sempre
stata solo il riflesso della vita di altra gente. Tocco la lettera
scritta da mia nonna, il denaro piegato con ordine. Diciassette
anni sono tanti. Loro magari non ci saranno pi.Se ci sono, forse non vorranno vedermi. Ma  l'unico posto da cui posso pensare di cominciare.
.
Mia madre mi manca gi. Mi mancher sempre, con la sua capacit di persuasione, la sua forza di volont. Mi chiedo quanto aspetter prima di rendersi conto che l'ho abbandonata, che me ne sono andata. Fuori del finestrino scorre rapida Kansas City. L'aria  nera e calda, l'acqua degli spruzzatori sibila contro i marciapiedi. L'autobus viaggia veloce, una snella ombra grigia tra un lampione e l'altro, e da qualche altra parte nel buio Sam rinuncia a me e si allontana. Immagino che mia madre aspetter di pi.
.
Mi sembra di cogliere il momento esatto in cui finalmente capisce la verit. Sospira e si prende il viso fra le mani. Gary Peterson mette in moto senza una parola. Se ne vanno, e a quel punto sento improvvisamente allentarsi la pressione. Gli altri passeggeri dell'autobus non lo notano, ma per tutto il tragitto ho continuato ad alleggerirmi e a svuotarmi, finch alla fine sento emergere me stessa.
.
Dunque, guardatemi per la prima volta. Non mi conoscete. Sono solo una ragazza che attraversa la vostra vita come il vento.
...
.
...
FINE.